Il completamento dell’unità italiana e la politica di potere provocarono il voltafaccia italiano nella prima guerra mondiale – “Grande occasione per il Trentino” – intervista con il professor Mondini.

Vittoria dell’Italia sull’“eterno barbaro rivale”, l’Austria (Parte II)

Journal 21

 Il completamento dell’unità italiana e la politica di potere provocarono il voltafaccia italiano nella prima guerra mondiale – “Grande occasione per il Trentino” – intervista con il professor Mondini.   

Chi oggi passeggia per le strade di Trento, Rovereto, ma anche di paesetti di montagna del Trentino, s’imbatte di continuo in targhe con iscrizioni eroico-patriottiche risalenti all’immediato primo dopoguerra. A Rovereto spicca una lapide di marmo sul muro di una casa, che celebra la “vittoria sugli eterni barbari”, gli austriaci, datata 1919. Spesso si menziona anche “l’oppressore” o il “carceriere delle nazioni”, per non parlare poi di lotta per la libertà e l’indipendenza. Come spiegare a posteriori tale obsoleto profluvio nazionalistico? Lo storico professor Marco Mondini, docente all’Università di Padova e ricercatore presso l’ISIG, l’Istituto storico italo-germanico di Trento, inquadra queste iscrizioni nel contesto politico di allora. Le targhe, l’erezione di statue a “eroi e martiri” italiani in luoghi pubblici e la ridenominazione delle strade avevano lo scopo, simbolico e ideologico, di rafforzare il senso d’appartenenza delle nuove province all’Italia. Così come ogni città del Nord Italia ha un monumento a Giuseppe Garibaldi, che liberò il Sud Italia nel XIX° secolo dal regno borbonico, così quasi tutte le località del Trentino mostrano una via intitolata a Cesare Battisti. L’irredentista trentino si unì all’esercito italiano durante la prima guerra mondiale; fu poi catturato e giustiziato a Trento nel 1916 dagli austriaci come disertore. Ancora oggi è venerato in Trentino come martire dell’unificazione italiana. A testimonianza di ciò, un tempio con un colonnato circolare in stile neoclassico, è ben visibile sopra la città sulla riva destra dell’Adige. 

Il Regno d’Italia, istituito solo nel 1861, adottò un’analoga procedura con gli altri territori di nuova acquisizione. Ma questo movimento, secondo Mondini, non venne controllato solo dall’alto. Molto prima che il regime fascista di Benito Mussolini decretasse una “visione monolitica e trionfante” della prima guerra mondiale, numerosi municipi di propria iniziativa fecero collocare nei luoghi pubblici targhe commemorative patriottiche, come segno visibile di fedeltà e identificazione nella nuova patria. Stesso valore simbolico assunse altresì la lotta della nazione italiana alla “lingua tedesca degli oppressori”. Mondini vede in targhe e monumenti alla gloria della vittoria italiana una specie di “Bibbia dei poveri”. La popolazione scarsamente istruita veniva così informata sul Risorgimento, la “rinascita” dello stato-nazione Italia sulle rovine dell’antica Roma, stando all’analisi di Mondini. Quale ruolo ebbe l’irredentismo nella decisione delle autorità italiane di cambiare alleanza nella prima guerra mondiale, è difficile da giudicare, dice lo storico. L’irredentismo, quello dell’unificazione risorgimentale, aveva l’obiettivo di sottrarre aree di cultura italiana come il Trentino, Trieste e l’Istria all’impopolare giogo degli Asburgo e ricondurli in seno alla madrepatria. Tuttavia, Mondini fa dei distinguo tra l’irredentismo delle due “città sorelle”, Trento e Trieste, così diverse tra loro. In Trentino, il movimento divenne un crogiolo di distinte correnti. Tra il socialismo di Battisti e l’“iper-nazionalismo” di Ettore Tolomei la distanza era abissale. Tolomei aveva già prima della Grande Guerra dato inizio all’italianizzazione di molti luoghi e toponimi in lingua tedesca in Alto Adige al fine di legittimare la pretesa dell’Italia da una prospettiva “storica”. 

Lobby nazionalistica  

Secondo Mondini l’influenza dell’irredentismo in Trentino e a Trieste, almeno fino al 1915, fu limitata. Molte persone si sentivano “fedeli all’Imperatore”. Questo era particolarmente vero per la popolazione rurale del Trentino, ma anche per la classe media triestina. Cionondimeno il rifiuto degli Asburgo in Trentino, in gran parte rurale e povero, era superiore che a Trieste. La popolazione italiana della ricca città, il più importante porto della monarchia asburgica, si identificava molto di più col governo della lontana Vienna di quanto facesse il Trentino, che soffriva per la mancanza di autonomia politica e l’ingiusta distribuzione delle risorse imposta da Innsbruck. I triestini, dal canto loro, temevano di perdere privilegi a vantaggio dell’entroterra slavo. Secondo Mondini, gli irredentisti giunsero ad assumere un ruolo di primo piano nella propaganda interventista, la quale preparò psicologicamente l’Italia voltafaccia del 1915. Tuttavia, era solo una minoranza quella di cui faceva parte Cesare Battisti, decisa dopo il 1914 a mobilitarsi per la guerra contro l’impero austroungarico. Mondini ha stimato il loro numero in circa duemila nel turbolento periodo pre-guerra, al termine del quale l’Italia fece ingresso nel conflitto al fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia. Eppure non mancarono di far sentire il loro peso dato l’atteggiamento militante assunto in pubblico. Per mezzo di numerosi dibattiti, discorsi e valanghe di articoli e opuscoli i fautori dell’interventismo in tutta Italia esigevano la fine della neutralità e la guerra all’impero austroungarico. Guerrafondai e nazionalisti unirono le forze per l’obiettivo comune. Un ruolo importante nell’agitazione nazionalista lo svolse l’associazione “Trento e Trieste”, fondata agli inizi del XX° secolo. Mondini dubita comunque che questa lobby nazionalista possa da sola aver provocato il cambio di strategia italiano. 

Interessi concreti ben calcolati 

Mondini sottolinea anche le tensioni di politica estera che contribuirono non poco al deterioramento dei rapporti tra Roma e Vienna. La rivalità per la supremazia nell’Adriatico orientale ne era la causa precipua. La presenza austriaca dall’Istria al Montenegro, per Roma era come spina nel fianco. L’annessione della Bosnia-Erzegovina nel 1908 da parte della monarchia asburgica provocò in Italia numerose manifestazioni anti-austriache. Ma secondo Mondini anche l’intransigenza e la superficialità della casta militare tedesca e austriaca verso l’Italia, in primis del capo di stato maggiore Conrad von Hötzendorff, ebbero un forte impatto. Si sapeva che Conrad von Hötzendorff già prima del ’14 era ostile all’Italia e che aveva più volte inneggiato a una guerra preventiva contro gli “inaffidabili” alleati. Le pesanti sconfitte austriache nelle prime settimane di guerra in Galizia e i piani di attacco falliti dell’Impero tedesco in Francia indussero il governo italiano a riconsiderare la sua posizione. Roma temeva che la Gran Bretagna potesse tagliare con un blocco navale nel Mediterraneo le rotte di approvvigionamento vitali per il Paese. Anche a livello nazionale al governo risultava difficile spiegare alla popolazione il perché di una lunga e costosa guerra a fianco dei nemici di sempre senza un’adeguata contropartita. Per la diplomazia e la politica italiane, stando a Mondini, si trattava di agire in base a “interessi più concreti e di calcolo piuttosto che seguire l’agitazione puramente emotiva degli irredentisti”. 

La prima guerra mondiale – “un’occasione d’oro”  

A posteriori la prima guerra mondiale, dal punto di vista italiano, rappresentava un’“occasione d’oro” per completare l’unificazione ottocentesca. In quanto potenza vincitrice, l’Italia nel 1919 con il Trattato di Saint-Germain ebbe in premio non solo Trieste e Trento, ma anche l’Istria e l’Alto Adige, di lingua tedesca. Mondini evidenzia che le varie acquisizioni territoriali vanno analizzate individualmente. Il confine del Brennero era una condizione del governo italiano per l’ingresso in guerra a fianco dell’Intesa. Gli italiani più istruiti, tuttavia, videro in ciò una violazione del principio di nazionalità. Erano state considerazioni prettamente militari quelle che avevano indotto Roma a chiedere il confine del Brennero. Nessuno pensava in quel momento al collasso dello Stato multinazionale asburgico. Da qui la necessità di un confine difendibile militarmente dai vicini di casa, seppur non corrispondente al confine linguistico. Il principio di nazionalità non fu decisivo per il governo italiano, illustra Mondini. Quindi si sarebbe potuto lasciare Trieste all’Austria-Ungheria in cambio di Fiume (Rijeka), pur essendo la città portuale di lingua italiana. Non possiamo quindi ritenere i politici italiani di allora colpevoli di non aver previsto nel 1915 la caduta dell’impero asburgico, sostiene Mondini, al massimo dopo il 1917, allorché l’Italia seguitava a persistere nei suoi piani, sebbene la disintegrazione della monarchia asburgica in piccoli Stati nazionali fosse cominciata ad emergere. Solo quando il presidente americano Woodrow Wilson fece dell’autodeterminazione dei popoli il punto centrale dei negoziati di pace, Roma avvertì il bisogno di spiegazioni. 

Stupidaggini di alcuni sognatori 

Una volta rese pubbliche le rivendicazioni territoriali italiane, alcuni intellettuali e opinionisti italiani reagirono con aspre critiche. Temevano per l’Italia più problemi che benefici. Il rispetto delle autonomie locali non era ancora una delle regole europee, come Mondini sottolinea. Inoltre, evidenzia lo storico, stando ai rapporti dei servizi segreti italiani redatti subito dopo il cessate il fuoco, i politici sudtirolesi si sarebbero ritenuti “piuttosto soddisfatti” per non dover condividere il destino della sconfitta Austria. In tal modo all’Alto Adige furono risparmiate le opprimenti riparazioni di guerra subite dall’Austria di lingua tedesca nel frattempo ridimensionata territorialmente. Un’ondata di nostalgia nelle ex terre degli Asburgo, come ad esempio Trento o Trieste, a Mondini non risulta affatto. Negli ultimi decenni si è giunti in Italia a provare “strane” nostalgie. Nel 2011, i sostenitori borbonici avevano affermato in occasione del 150° anniversario della fondazione del Regno d’Italia, che il Sud Italia sarebbe stato “più felice e prospero con i Borboni che con i Savoia”. “Queste sono ovviamente stupidaggini prive di fondamento, per le quali alcuni sognatori si accalorano”, critica Mondini. 

“Una grande occasione” 

Anche in Trentino, a Trieste o in Veneto è avvenuto qualcosa di simile. I gruppuscoli che si battono il petto ricordando i “bei vecchi tempi” sotto l’imperatore Francesco Giuseppe sono una minoranza insignificante. Chiunque in Trentino inneggi alla “efficiente amministrazione” e ai “bei tempi” sotto gli Asburgo, “non ha grande dimestichezza coi libri di storia.” La “fedeltà all’Imperatore” era svanita molto prima della fine della guerra, per via “della testardaggine e dell’intransigenza” del governo centrale di Vienna e di quello regionale di Innsbruck, i quali avrebbero entrambi impedito qualsiasi forma d’autonomia per il Trentino. “A quel tempo il Trentino era una delle aree più povere della regione, oggi è una delle più ricche. Anche a questo proposito, la prima guerra mondiale è stata una grande occasione”, conclude Mondini tirando un bilancio sul ruolo dell’Italia dal 1914 al 1918.

Marco Mondini è professore di storia presso l’Università di Padova e collaboratore all’Istituto storico italo-germanico di Trento (ISIG). Ha pubblicato numerosi libri e studi sulla prima guerra mondiale, tra cui “Armi e potere. Militari e politica nel primo dopoguerra.” In lingua tedesca è disponibile un suo contributo all’interno dell’opera “Katastrophenjahre. Der Erste Weltkrieg und Tirol” [Gli anni della catastrofe. La prima guerra mondiale e il Tirolo, N.d.T.], del 2014. Il suo libro “La guerra italiana. Partire, raccontare, tornare 1914-1918” è uscito in giugno. Mondini è inoltre coordinatore di un comitato nazionale per il 100° anniversario dello scoppio della prima guerra mondiale che organizza mostre a livello sia nazionale che regionale. Dal 15 al 17 ottobre Mondini prepara a Trento una conferenza internazionale dal tema “Guerra e apocalisse”.

[Articolo originale "Italiens Sieg über den „ewigen Barbaren“ Österreich (Teil 2)" di Denise von Cles]

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Traduzione di:
Alessio Colonnelli
Revisione di:
Claudia Marruccelli