Per il momento sta andando a gonfie vele. Per vent’anni i discendenti del comunismo italiano hanno cercato invano ciò che lui [Renzi] ha ottenuto in un paio di settimane con una stretta di mano a Berlusconi. Per il PD, come per i suoi predecessori, la rovina di ogni votazione in Italia è stata la presenza, ammessa dal sistema elettorale, di minoranze rivali alla sua sinistra o – un male minore – di alleati tendenti a destra. Se solo avesse potuto, il partito avrebbe eliminato tali avversari con un doppio turno alla francese, in cui dopo una dimostrazione di proporzionalità al primo turno e una vittoria a maggioranza semplice al secondo, sarebbe senza difficoltà entrato in possesso del suo statuto naturale di partito di governo di centro-sinistra in un sistema politico che si tiene al sicuro limitandosi  ad esso e ad un omologo di centro-destra.

Il disastro italiano (Parte 3)

London Review of Books

(Parte 1)

(Parte 2)

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Per il momento sta andando a gonfie vele. Per vent’anni i discendenti del comunismo italiano hanno cercato invano ciò che lui [Renzi] ha ottenuto in un paio di settimane con una stretta di mano a Berlusconi. Per il PD, come per i suoi predecessori, la rovina di ogni votazione in Italia è stata la presenza, ammessa dal sistema elettorale, di minoranze rivali alla sua sinistra o – un male minore – di alleati tendenti a destra. Se solo avesse potuto, il partito avrebbe eliminato tali avversari con un doppio turno alla francese, in cui dopo una dimostrazione di proporzionalità al primo turno e una vittoria a maggioranza semplice al secondo, sarebbe senza difficoltà entrato in possesso del suo statuto naturale di partito di governo di centro-sinistra in un sistema politico che si tiene al sicuro limitandosi  ad esso e ad un omologo di centro-destra.

Ciò era sempre stato fuori portata, in parte a causa della naturale riluttanza dei partiti destinati all’estinzione o all’impotenza in un sistema simile a farlo passare in Parlamento. Ma soprattutto perché Berlusconi, pur avendo spesso sollevato la questione, non solo se la cavava meglio del centro-sinistra a mantenere dietro di sé una vasta coalizione di forze con meno da guadagnare da una drastica riduzione del loro numero, ma aveva anche bisogno del supporto di una forza particolare, la Lega Nord, che con la sua forte identità e la sua base organizzata difficilmente avrebbe potuto essere inquadrata in una Gleichschaltung [allineamento] di quelle immaginate dagli ex comunisti.

Il principio di equa rappresentanza dell’opinione politica in Italia, una caratteristica della Prima Repubblica, è stato buttato a mare al momento della nascita della Seconda. Ma i sistemi elettorali ibridi installati in seguito non sono piaciuti a nessuno. Tra questi, il Porcellum è stato ampiamente considerato il peggiore. Napolitano, una volta ben saldo sulla sua sella ultra-presidenziale, ha esercitato pressioni sul Parlamento perché se ne liberasse. Come per il partito cui apparteneva una volta, e per gli stessi motivi, non era un segreto che considerasse il doppio turno la soluzione ideale. Il risultato delle elezioni del 2013, e la protesta contro lo stallo istituzionale che ne seguì, rilanciarono la questione della riforma elettorale – per anni ossessione dei media –  in maniera più forte e urgente. Questa era la situazione quando nella prima settimana di dicembre dello scorso anno la Corte Costituzionale ha dichiarato finalmente incostituzionale il Porcellum per due motivi.  Il premio di maggioranza assoluta assegnato al partito con il numero maggiore di voti, non importa se pochi, era una distorsione della volontà democratica. Le liste bloccate presentate da ciascun partito, che fissano i candidati in una gerarchia di importanza in ogni distretto elettorale, negava agli elettori la libertà di scelta dei propri rappresentanti.

La decisione della corte arrivò come un’improvvisa doccia fredda per il PD. Se le cose fossero rimaste così com’erano, le prossime elezioni avrebbero dovuto essere combattute su un sistema proporzionale, senza nessun premio di maggioranza, e gli elettori avrebbero potuto scegliere tra i candidati della lista che preferivano – cosa aberrante per i bonzi di partito di qualsiasi natura, che avrebbero visto indebolirsi il proprio potere sulle truppe. Un simile scenario era quello che il PD aveva maggiori motivi di temere. Era di vitale importanza metterlo al bando. Provvidenzialmente era arrivato l’uomo per farlo. Cinque giorni dopo la decisione della Corte, Renzi prendeva la guida del PD. In poche affrettate sedute a porte chiuse, Renzi e Berlusconi, ciascuno assistito da un collaboratore con competenze tecniche – il politologo Roberto D’Alimonte, da tempo all’Università di Firenze, per Renzi; per Berlusconi il suo faccendiere Verdini –  hanno raggiunto un accordo per dividersi la torta elettorale tra di loro. Insieme avrebbero forzato in Parlamento un sistema pensato per garantir loro la parte del leone nella rappresentanza politica in futuro.

Dopo modifiche minori, le misure della legge che doveva entrare in vigore darebbero un premio del 15 per cento dei seggi alla Camera a qualsiasi partito che ottenga il 37 per cento o più dei voti nella prima tornata, con un limite superiore del 55 per cento dei seggi; e se nessun partito raggiungesse il 37 per cento, un totale del 52 per cento dei seggi a quello dei due partiti con i maggiori voti al primo turno che arrivasse primo al secondo. In ogni circoscrizione elettorale, che diventerebbero molte di più, ci sarebbero ancora liste bloccate, ma più corte – da tre a sei candidati – ciò renderebbe più facile la scelta per gli elettori. Lo scopo di tale metodo era aggirare le obiezioni della Corte al Porcellum, specificando un limite sotto il quale il premio non scatterebbe, pur preservando l’essenza del Porcellum – un’evidente distorsione dell’opinione degli elettori, addobbato con un gesto simbolico in direzione di una maggior libertà di scelta tra i candidati. A completare il pacchetto – grandiosamente intitolato Italicum dai suoi ideatori e definito Renzusconi dai suoi critici – c’era un’ulteriore assicurazione contro tentazioni ribelli dell’elettorato. Erano state definite tre diverse soglie di ogni tipo di rappresentanza politica: un partito che corresse da solo avrebbe dovuto superare l’ostacolo dell’8 per cento per aver diritto a un qualsiasi seggio; un partito interno a una coalizione il 4,5 per cento, e qualsiasi coalizione il 12 per cento.

Il patto tra i due leader, tuttavia, prevedeva anche che il Senato fosse a suo tempo abolito come un organo elettivo tout court, aprendo la via a una debole assemblea di notabili regionali – di fatto una foglia di fico per una legislatura monocamerale. Ma mentre un nuovo sistema elettorale può essere approvato a maggioranza semplice in entrambe le Camere, la Camera alta non può essere modificata senza cambiare la Costituzione italiana. Letta aveva tentato un corto circuito delle procedure per questo, ma aveva fallito. L’articolo 138 della Carta rimane in vigore, inalterato: prevede che le modifiche alla Costituzione richiedano due votazioni successive di ciascuna Camera, con un intervallo non inferiore a tre mesi tra di esse, e nella seconda occasione le modifiche devono ottenere l’approvazione della maggioranza assoluta in ciascuna Camera, e devono essere sottoposte a un referendum popolare entro tre mesi dalla loro pubblicazione, se un quinto dei membri di ogni Camera, o mezzo milione di cittadini lo richiedono; una misura che solo due terzi della maggioranza in entrambe le camere può evitare, la quale non ha al momento nessuna possibilità. La legge elettorale potrebbe essere fatta passare nel giro di pochi giorni. L’abolizione del Senato richiederà almeno un anno, con la certezza di un referendum al termine del procedimento.

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La mancanza di sincronia tra le due procedure ha consentito ai partiti minori della coalizione del governo di centro-sinistra e ad una minoranza del PD stesso di mettere i bastoni tra le ruote del carro dietro Renzusconi. Se la legge elettorale fosse stata approvata così come proposta, cioè applicabile ad entrambe le Camere prima dell’abolizione del Senato, niente avrebbe impedito a Renzi di indire immediatamente le elezioni anticipate. Elezioni che avrebbero annientato i partiti minori e spazzato via quella parte del PD fedele a Bersani o D’Alema, a dispetto dei quali Renzi era salito al potere. Invece con la riforma elettorale limitata alla Camera, nell’attesa del completamento della lunga procedura di modifica costituzionale per abolire il Senato, per questi gruppi ci sarebbe stato almeno un anno di grazia prima di affondare definitivamente. Nel frattempo qualcosa avrebbe potuto salvarli. Tuttavia il nervosismo della minoranza interna al PD non poteva essere totalmente ignorato, nonostante i numeri si stessero riducendo grazie al fatto che molti ex-avversari adesso si raggruppavano attorno al nuovo leader. Così improvvisamente il nuovo sistema elettorale è stato limitato alla Camera, precludendo di fatto il ricorso alle urne fino all’abolizione del Senato, visto che altrimenti i senatori sarebbero stati eletti col Porcellum, ora ripulito del premio di maggioranza e delle liste chiuse, e ciò non avrebbe impedito un risultato opposto a quello della Camera, come accaduto nel 2013.

Gli obiettivi di Renzi nel raggiungere un accordo con Berlusconi erano duplici.  L’obiettivo a breve termine era dimostrare che con questo importante patto con il maggiore partito d’opposizione Letta era diventato irrilevante e poteva essere eliminato senza indugi. Ben più importante e di lungo termine era l’evidente vantaggio che l’accordo avrebbe portato al PD che ora poteva spostarsi molto più al centro, invadendo l’elettorato di Berlusconi senza la paura di perdere i suoi elettori di sinistra. Questo duplice obiettivo era stato per molto tempo il Sacro Graal del partito, e ora era stato raggiunto.

Con Renzi molto più avanti di lui nei sondaggi d’opinione, perché Berlusconi ha accettato un accordo da cui aveva così poco da guadagnare e tanto da perdere? Tre circostanze lo hanno spinto nella trappola. La Lega Nord, che in passato era sempre stata necessaria per vincere le elezioni e per ovvie ragioni aveva posto il veto su qualsiasi accordo, in seguito alla malattia di Bossi era ormai in declino, e Berlusconi aveva compreso che ora poteva ignorarla. Inoltre, lui stesso aveva una condanna criminale sulle spalle, era stato interdetto dai pubblici uffici per almeno due anni, ed era reduce dal tentativo fallito di far cadere il governo avendo pagato il prezzo della frattura del suo partito. Così grazie al patto con Renzi per trasformare il sistema elettorale e costituzionale, poteva rimettersi al centro della vita politica, non solo eludendo le decisioni giudiziarie contro di lui, ma anche con la speranza che il suo servizio disinteressato al Paese nella veste di statista responsabile gli avrebbe garantito un’adeguata ricompensa, ovvero il superamento dei suoi guai giudiziari. Alcuni degli elementi del pacchetto, come il rafforzamento dei poteri dell’esecutivo a scapito del parlamento, erano dopotutto quelli che egli stesso aveva spesso proposto, seppur non riuscendo mai a metterli in atto. Berlusconi poteva quindi sentirsi autorizzato a condividere l’ispirazione dell’accordo e a ricevere una ricompensa commisurata al suo ruolo di co-artefice di un nuovo e migliore ordinamento.

Infine, e crucialmente, dalla primavera del 2012 in poi, quando il cerchio dei procedimenti aveva iniziato a chiudersi attorno a lui, il giudizio politico di Berlusconi era gradualmente diventato sempre più eccentrico e incostante. Deposto dal potere da Napolitano senza neanche rendersi conto pienamente di ciò che gli succedeva, prese sempre più distanza dai suoi consiglieri più esperti, circondandosi di alcune show-girls del Sud che a stento sanno leggere e scrivere, di cui una, la sua attuale compagna, ha iniziato a prendere le decisioni nel suo partito, del suo barboncino e di un giornalista televisivo indefinito. In questo rifugio di sottovesti si era illuso che sarebbe stato facile scacciare la Lega dal Nord e scampare più o meno indenne alle sentenze contro di lui. Persino Verdini, rischiando l’esilio da Arcore, si mostrò sgomento. In queste condizioni, Renzi, vedendo quanto Berlusconi si era indebolito, poté essenzialmente dettare le linee principali di un affare favorevole al PD.

La manipolazione dei sistemi elettorali per orientare i risultati non è una rarità nelle democrazie liberali: piuttosto è la regola invece che l’eccezione. In Inghilterra e in America i sistemi maggioritari uninominali hanno origine dagli arrangiamenti premoderni di una società nobiliare di tipo gerarchico, scarsamente evolutasi dalle sue origini feudali, in cui si indicevano poche elezioni. Nei primi anni del 17esimo secolo solo il 5-6% delle circoscrizioni aveva più di un candidato; persino nel “Long Parliament” non più del 15%. Il loro mantenimento nei tempi moderni la dice lunga sulla natura della democrazia anglosassone. La quinta repubblica in Francia e la monarchia restaurata in Spagna offrono altri esempi familiari di sistemi elettorali truccati per tenere fuori la sgradita competizione della sinistra. In Italia, il regime oligarchico che seguì il Risorgimento (nel 1909 l’elettorato era di tre milioni su una popolazione di 33 milioni) copiò dall’Inghilterra un sistema maggioritario uninominale modificato. Dopo la Prima Guerra Mondiale, suffragio universale maschile e sistema proporzionale arrivarono insieme, come complementi logici della democratizzazione. Il fascismo, non meno logicamente, annullò il sistema proporzionale con la legge Acerbo. Quando la democrazia fu ripristinata dopo la Seconda Guerra Mondiale, la costituzione italiana, che nacque dalla Resistenza, fu progettata in modo tale da prevenire un ritorno a un governo autoritario. Con la Prima Repubblica si ebbe una presidenza di tipo onorifico e di portata strettamente limitata, due camere legislative di uguale peso che si compensavano l’un l’altra, l’impossibilità del premier di congedare i ministri, il voto segreto sui progetti di legge, i referendum popolari proposti dai cittadini e allo stesso tempo una rappresentanza proporzionale.

Con la Seconda Repubblica questa configurazione cominciò a essere distorta ai due estremi. Dal basso, la rappresentazione proporzionale fu prima ridotta a un residuo del sistema elettorale, poi negata con l’introduzione di un premio secondo le linee della legge Acerbo. Dall’alto, la presidenza finì per diventare la carica con più potere dello Stato, con la capacità di fare e disfare i governi. Il patto tra Renzi e Berlusconi introdurrà la Terza Repubblica, concentrando il potere nell’esecutivo e riducendo ancora più drasticamente la scelta dei votanti. Il nuovo sistema elettorale, che ha già passato la prima udienza, è una mostruosità sotto tutti i punti di vista. Non contento del premio che assicura al vincitore un bonus pari a quasi la metà dei seggi che ha ottenuto secondo il voto, fa persino più del governo Mussolini nell’allineare ostacoli sul percorso dei partiti o coalizioni minori per impedire loro di assicurarsi dei seggi. Come ha detto l’avvocato Aldo Bozzi, nelle vesti di privato cittadino il cui appello ottenne il verdetto della Corte Costituzionale contro il Porcellum, il Renzusconi è un Super-Porcellum. Perfino D’Alimonte, uno dei suoi ideatori, ha pubblicamente dubitato sulla costituzionalità delle sue soglie di accesso.

Si potrebbe pensare che anche la nuova legge, come la precedente, sarà bocciata dalla Consulta, ma è un’ipotesi ingenua. In Europa, le corti costituzionali sono in genere attente alle esigenze del governo in carica (la flessibilità del Bundesverfassungsgericht in Germania è abbastanza tipica) e quella italiana più di tutte. Dieci dei suoi quindici membri sono di nomina politica, per metà scelti dal presidente e per metà dal Parlamento. Per avere un’idea degli effetti di tale prassi, è sufficiente notare che la più recente nomina di Napolitano è stata quella di un ex consigliere di Craxi, Amato, mentre il suo attuale vice-presidente, Mazzella (scelto dal Parlamento durante il governo Berlusconi), è stato ospite di Alfano, Berlusconi e Gianni Letta ad una cena privata pochi mesi prima che la Corte si pronunciasse sul Lodo Alfano. A dicembre la Consulta ha bocciato le liste bloccate del Porcellum, ma già a gennaio, con la pubblicazione delle motivazioni, ha lasciato aperta (“dopo consultazioni informali”) la loro legittimità, in circoscrizioni più piccole. Tre giorni dopo, Renzi e Berlusconi, dopo essersi accordati con la Corte, hanno presentato la nuova legge elettorale con una modifica minima rispetto al Porcellum.

“Imprese” giudiziarie come questa non sono peculiari dell’Italia. Basti pensare ai giudici Denning, Widgery o Hutton in Gran Bretagna. Unico, tuttavia, è lo spettacolo di un parlamento composto da deputati i cui seggi sono dovuti ad una legge considerata un abuso incostituzionale dei diritti del cittadino, che non solo continuano imperturbabili  ad occupare i propri scranni e a legiferare, ma che pretendono addirittura di riscrivere la Costituzione. Negli annali di diritto pubblico non si era mai visto niente di paragonabile. Ma in Italia la Corte Costituzionale è imperturbabile. Spiegando che “la continuità dello Stato” sarebbe in pericolo se l’illegittimità del Porcellum dovesse mettere in discussione la legittimità del Parlamento eletto con esso, la Corte ha già di fatto intimato al Parlamento di cambiare la Costituzione. Secondo questa logica da Alice nel paese delle meraviglie, se domani un governo si rendesse responsabile di grossi brogli elettorali o proclamasse lo stato di emergenza sospendendo le libertà civili, avrebbe sbagliato, ma dovrebbe continuare a governare, pena il rischio di esistenza della continuità della Repubblica, la teoria dei due corpi del Re aggiornata al postmodernismo.

Durante la Rivoluzione del 1848, all’alba dei principi della democrazia proporzionale (il primo sistema di rappresentanza politica equa era stato proposto da un seguace di Fourier due anni prima), Lamartine commentò: “Le leggi elettorali sono le dinastie della sovranità nazionale”. Non sapeva quanto esatta e profetica sarebbe stata l’analogia. La dinastia imposta oggi al popolo italiano sarebbe retrograda anche per i suoi contemporanei: Bourbon alla napoletana, si potrebbe dire. Ma il suo creatore può legittimamente esultare. Con questa legge elettorale, il momento d’oro di cui Renzi al momento gode potrebbe durare un bel po’.

Improvvisamente, il suo partito è diventato una falange compatta alle sue spalle e in gran parte sottomessa. Troppo pieno di sé quanto sprezzante degli altri (al di fuori della sua cricca fiorentina) per essere apprezzato da distanza ravvicinata, Renzi tuttavia promette di offrire una forza di cui il PD non ha mai goduto. Il partito ha alla fine trovato un vincitore, e per il momento le fronde saranno poche. I membri del suo governo sono pesi leggeri incapaci di fronteggiarlo, la loro funzione è quella di proiettare all’esterno un’immagine di gioventù e parità di genere, e di mettere in rilievo la sua preminenza. La stampa tradizionale è di supporto su tutta la linea, se non addirittura enfatica. Anche se l’entusiasmo dei media ricorda l’euforia dei media britannici sul primo Blair, il contesto è tutt’altro. Il neo-liberalismo era sulla cresta dell’onda. Oggi la sua corrente si fa ancora sentire, ma le ondate sono più deboli, l’esuberanza è scomparsa. Cameron e Clegg possono anche spingersi al di là della Thatcher, ma non c’è sostegno popolare per il loro programma. Sotto Hollande o Rajoy, Kenny o Passos Coelho, per non parlare di Samaras, i tagli alla spesa e la liberalizzazione del mercato del lavoro vanno avanti, ma in uno spirito di dura necessità, non di festosa emancipazione.

Lo stile di Renzi questo non lo permette. Il suo messaggio di speranza ed eccitazione impone misure ben diverse dal tirare la cinghia. Salito al potere con un golpe interno al partito, senza mandato popolare, ha necessità di essere confermato dal voto, e le elezioni Europee sono imminenti (L’articolo originale è del 22 Maggio 2014 NdT). Tipicamente, in passato, le varianti di centro-sinistra del neo-liberalismo sono state di tipo compensatorio, con incentivi economici che compensassero gli interventi strategici riducendone l’impatto sociale. Con la crisi, il margine per questo tipo di concessioni si è ridotto. Per Renzi, è fondamentale che tale margine riacquisti ampiezza. Le compensazioni devono arrivare, e senza perdere tempo, prima che gli elettori incomincino a essere delusi. Così, il suo pacchetto di apertura di misure sociali si combina con legislazioni che rendono talmente facile il licenziamento dei nuovi lavoratori che persino l’Economist ha mostrato perplessità, e con un taglio fiscale di €1.000 per le classi di reddito più basso, che è stato sfacciatamente presentato come un trofeo per attirare voti alle elezioni.

Per potersi permettere queste e altre spese d’incentivo alla crescita, Renzi ha chiarito che i lacci del fiscal compact saranno allentati. L’Italia, ha detto a Bruxelles, non deve più prendere lezioni come uno studentello davanti alla lavagna. Poiché i calcoli della Commissione Europea, come anche quelli della Banca Centrale Europea, e non ultimi quelli del governo di Berlino (le tre autorità che contano) sono in ultima analisi sempre più politici che tecnici, è probabile che riesca a farla franca. Lo zelo di Renzi per le riforme strutturali può ricevere fiducia, mentre quello di Berlusconi non poteva, per cui non c’è motivo di rendergli la vita difficile mostrando di prender troppo alla lettera i limiti consentiti per i deficit. Le regole nell’Unione Europea, qualora si dimostrino poco convenienti, sono destinate a venir piegate, e non a essere seguite meccanicamente. Un discorso molto simile vale per Manuel Valls, in Francia, che non ha ricevuto dalla stampa un’accoglienza meno entusiasta, con un editoriale del Financial Times che faceva proprio questo punto: “I New Boys dell’Europa alla ribalta – Bruxelles dovrà prendere in considerazione budget più permissivi per Valls e Renzi”. Quanto simili accorgimenti potranno fornire linfa vitale all’economia italiana nel più lungo periodo rimane da vedere. Quel che conta a breve termine è l’ossigeno elettorale per il nuovo capo di governo. Al momento, Renzi ha tutte le ragioni per essere ottimista.

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 E riguardo all’inverno del patriarca? In una farsa tipica della giustizia italiana, la sua condanna per un’evasione fiscale multimilionaria è terminata con l’accusa che esenta ogni pretesa di arresti domiciliari e con la Corte – mossa dal suo cambiamento di atteggiamento – che gli ha assegnato un gravoso servizio alla comunità di quattro ore a settimana in una casa di riposo per anziani vicina alla sua residenza di Arcore: proprio l’esito necessario per tenere in sella il Renzusconi, che egli aveva minacciato di affondare se gli fosse stata imposta una punizione peggiore – ma chi avrebbe potuto sospettare che i governanti del paese fossero in linea con i rappresentanti della legge? Tuttavia, nonostante abbia mantenuto fino ad oggi la sua libertà personale, Berlusconi dovrà fare i conti con pene molto più severe, non appena la sentenza a suo carico dello scorso giugno, a sette anni di carcere per induzione alla prostituzione minorile, verrà resa definitiva in una corte di secondo grado ed è probabile che la sua vita politica sia vicina alla fine. Il suo partito, Forza Italia, già naufragato ai sondaggi, colerà a picco o si ribalterà, nel caso Berlusconi non sia più in grado di gestirlo quotidianamente.  Dato che il suo nome è il suo solo vero e proprio patrimonio, ci saranno delle pressioni tra i suoi ranghi affinché uno dei suoi figli sia nominato “porta-bandiera”. Un figlio perdigiorno è impresentabile. Tra le sue figlie egli è più vicino alla maggiore, Marina, avuta dal suo primo matrimonio, a capo delle aziende Fininvest e Mondadori del suo impero. Ma lei è piuttosto riservata e non mostra grandi segni di voler raccogliere lo scettro. Barbara, sua figlia di mezzo, ha 29 anni e aiuta a gestire la squadra di calcio di Berlusconi, il Milan AC. E’ affascinante, estroversa e ritenuta molto più tagliente. Sua madre, Veronica Lario, oggi tenuta alla lontana da suo padre, l’ha cresciuta proteggendola quanto più possibile da lui, perciò il rapporto tra i due è più distaccato. Meno popolare della sorellastra, ha più passione per la politica. A tempo debito una lista di Barbara Berlusconi potrebbe essere possibile.

Gli eredi biologici, tuttavia, sono la parte meno importante del retaggio storico di Berlusconi. Per i vent’anni della Seconda Repubblica l’Italia ha segnato il tempo, in una sorta di equivalente peninsulare dell’epoca della stagnazione’ nell’URSS. La corruzione è stata scarsamente ridotta e il paese è andato verso un declino sociale ed economico. I governi di Berlusconi sono stati peggiori di quelli dei suoi avversari, ma non di ampio margine, visto che nessuno ha lasciato una grande impronta legislativa. Il cambiamento principale del periodo si è avuto con l’ingresso dell’Italia nell’unione monetaria sotto Prodi, ma è stato ambiguo, riducendo i costi dell’indebitamento del paese, ma minandone le esportazioni. A parte questo, il libro mastro è quasi completamente bianco e poiché Berlusconi ha governato un po’ più a lungo del centrosinistra, la sua responsabilità è in qualche modo maggiore.

Ma sarebbe sbagliato concludere che non ha raggiunto nulla, alla fine neanche l’immunità per la quale è entrato in politica. Il grande traguardo di Berlusconi fu quello di trasformare i suoi oppositori nella sua immagine. L’Italia ha una lunga tradizione di scienze politiche di alta qualità. Lo scorso anno, una delle sue menti migliori, Mauro Calise, ha pubblicato un libro chiamato Fuorigioco, in cui l’autore sostiene che la personalizzazione della politica non è uno spettro anti-democratico che richiama le tentazioni di un passato screditato, come a lungo temuto dalla sinistra italiana, ma che è la forma di governo egemonica di ogni democrazia atlantica tranne l’Italia. Weber aveva pensato che la leadership patrimoniale o carismatica era storicamente in declino nel mondo occidentale. In realtà, a essere superato era proprio il tipo di autorità legale-razionale che lui credeva caratteristico delle forme moderne di governo. La video-politica ha ricreato la leadership carismatica. Che non è un pericolo. Perché oggi la macro-personalizzazione del potere è pubblica, tenuta a rispondere e criticabile. Risponde a un mondo in cui la comunicazione non è più uno strumento di politica, ma la sua essenza, e di cui non c’è bisogno di aver paura. Perché la video-politica si auto-controlla, producendo leaders che sono allo stesso tempo molto potenti e molto fragili, vulnerabili ai sondaggi popolari e ai ballottaggi. Ciò che questa politica innalza può essere altrettanto velocemente abbattuto. La verità è che la macro-personalizzazione non è in antitesi con la democrazia, ma la sua condizione in un tempo in cui i partiti hanno perduto la loro forza. La sinistra italiana ha rifiutato di comprendere questo, associando erroneamente la norma liberale di un “presidenzialismo monocratico” con le memorie del fascismo e stigmatizzandolo come berlusconismo. Ritirandosi in forme collettive introverse di leadership, senza alcun carisma, hanno consegnato il campo della competizione a Berlusconi, un maestro in quest’arte.

Il libro di Calise fu pubblicato un paio di mesi prima della presa del PD da parte di Renzi e lo si può leggere come una nota di programma di esemplare lucidità su ciò che sarebbe successo appena il centro-sinistra avesse trovato un capo capace di sconfiggere Berlusconi sul suo stesso terreno. Ovviamente, nella sua diagnosi ottimista delle necessarie forme di vita democratica di oggi, è lasciata tra parentesi qualunque riflessione sulla sua sostanza. La macro-personalizzazione non è ideologicamente neutra. Per usare i termini di Calise, essa risponde a un mondo in cui le personalità sono grottescamente ingigantite – Super Mario e il resto – mentre le differenze di partito, e con esse le scelte dei votanti, di pari passo si restringono. L’ultimo traguardo di Berlusconi, di cui lui stesso è cosciente, è di aver riprodotto in Renzi non semplicemente uno stile di leadership ma un tipo di politica paragonabile al suo, proprio come Thatcher fece con Blair. È grazie a lui, ha ripetuto diverse volte, che Renzi ha trasformato il PD, seppellendo una volta per sempre ogni resto del passato socialista e comunista. È un’affermazione legittima.

Ma l’Italia, che nel dopoguerra ha conosciuto più ribellioni di ogni sorta contro l’ordine stabilito di qualsiasi altra società europea, non si è ancora del tutto liberata di queste. Mentre Berlusconi e Renzi capitalizzano l’uno sull’altro, la loro forma più recente resta irreperibile. Il M5S sfugge a malapena l’eziologia di Calise, anche se non si tratta di video-politica. Grillo impersona il Movimento Cinque Stelle, come da fondatore e leader. Un autocrate che non tollera dissenso, anche lui opera al di fuori del Parlamento, tiene sotto stretto controllo i suoi seguaci, espelle chi esprime disaccordo. Tutto questo mentre il numero di quelli che votano alle deliberazioni online del movimento rimane piccolo, non più di trenta mila o giù di lì. La rozzezza di molti degli interventi di Grillo respinge tanto quanto attrae. Allo stesso modo, l’indeterminatezza ideologica di gran parte delle sue proposte consente intonazioni sia a destra sia a sinistra. Il suo generale – non del tutto invariabile – rifiuto di ogni rapporto con gli altri partiti, lo ha reso inefficace. Se dopo il successo del M5S alle elezioni dello scorso anno fosse stato disponibile ad offrire un sostegno esterno a Bersani in cambio di un accordo sulle riforme politiche, oggi il Quirinale sarebbe privo di Napolitano, Renzi sarebbe ancora ad agitarsi Palazzo Vecchio e l’Italia avrebbe evitato un neo-Porcellum.

Per essere efficace, la protesta richiede manovre d’intelligenza,insieme all’intransigenza della volontà. Forse Grillo in futuro, apprendendo dall’esperienza, si dimostrerà più abile e meno dittatoriale e il movimento che ha creato si dimostrerà una breve turbolenza. Gli italiani devono sperarlo, perché con la scomparsa di ogni significativa forza di sinistra, per la quale non è un sostituto, il M5S potrebbe ben emergere come l’unica opposizione di qualche importanza nel paese, e nonostante tutti i suoi difetti e paradossi,  in Europa rappresenta ancora l’unico abbozzo di contrappeso a quello che oggi ha sostituito la democrazia rappresentativa.  Fortunatamente, in mezzo a un deserto di conformismo mediatico – una volta un senatore di centro-sinistra privatamente ha descritto La Repubblica, il principale quotidiano nazionale, con cinica benevolenza come “la nostro Pravda” – l’Italia possiede un giornale, Il Fatto Quotidiano, fondato quattro anni fa da un gruppo di giornalisti indipendenti, che non teme nessuno e infrange ogni tabù: un caso unico da un capo all’altro del continente. Generalmente amichevole con il M5S, Il Fatto è anche spesso fortemente critico: proprio ciò che è necessario.

I discorsi sul “miracolo italiano”, di moda all’epoca di Fellini e della Vespa, si sono da tempo trasformati nell’opposto. Per decenni gli italiani hanno superato gli stranieri nel lamentare il Disastro Italiano con, al meglio, pochi spiriti coraggiosi a mantenere qualche nicchia redentrice di eccellenza qui e là: la moda, la Ferrari, la Banca Centrale. Non c’è dubbio che il paese oggi occupi un posto speciale tra gli stati dell’Europa occidentale. Ma di solito è frainteso. L’Italia non è un membro-tipo dell’Unione. Ma non è neanche lontana da qualsiasi standard al quale si potrebbe adeguare. Esiste un’espressione apposita per descrivere la sua posizione, molto usata dentro e fuori dal paese, ma è sbagliata. L’Italia non è un’anomalia in Europa. E’ molto più vicina ad esserne un concentrato.

[Articolo originale "The italian disaster" di Perry Anderson]

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Traduzione di:
Valentina VendittiItalia Valentina Venditti
Laureata in lingue, sto terminando la specializzazione in Letterature Comparate. Collaboro con italiadallestero perché condivido a pieno il progetto per un’informazione più libera e completa. Traduco dal francese e dall'inglese. valentina.venditti2@gmail.com
Gaia RestivoSvizzera Gaia Restivo
Una dei fondatori del sito ItaliaDallEstero.info. Ricercatrice in Svizzera impegnata nella lotta al cancro.
Federico GiusfrediGermania Federico Giusfredi
Sono un linguista, storico e studioso di antichità orientali, e lavoro anche come traduttore editoriale da tedesco e inglese. Ho lavorato per sette anni a Monaco di Baviera, dove ho iniziato a leggere con interesse la stampa estera.
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Federico GiusfrediSara AngelucciLoredana Spadola