I sondaggi indicavano da qualche tempo che il centro sinistra era costantemente in vantaggio nelle intenzioni di voto degli elettori e stava per vendicare l’umiliazione subita nel 2008. Monti si era rivelato un fallimento. Berlusconi era sempre più in disgrazia e la coalizione di centro-destra si era divisa in tre parti. Non solo Fini aveva rotto con Berlusconi, ma anche Bossi lo aveva lasciato, rifiutando di dare appoggio al governo Monti, poco prima di essere poi coinvolto in uno scandalo di corruzione e di essere messo da parte da una Lega ormai molto indebolita. In autunno, le tre parti sparpagliate della precendente coalizione attraevano appena poco più di un quarto dell’elettorato.

Il disastro italiano (Parte 2)

London Review of Books

(Parte 1 )

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I sondaggi indicavano da qualche tempo che il centro sinistra era costantemente in vantaggio nelle intenzioni di voto degli elettori e stava per vendicare l’umiliazione subita nel 2008. Monti si era rivelato un fallimento. Berlusconi era sempre più in disgrazia e la coalizione di centro-destra si era divisa in tre parti. Non solo Fini aveva rotto con Berlusconi, ma anche Bossi lo aveva lasciato, rifiutando di dare appoggio al governo Monti, poco prima di essere poi coinvolto in uno scandalo di corruzione e di essere messo da parte da una Lega ormai molto indebolita. In autunno, le tre parti sparpagliate della precendente coalizione attraevano appena poco più di un quarto dell’elettorato.

Il centro-sinistra, nonostante fosse lontano dalla prosperità, era in forma migliore. Il ribattezzato Partito Democratico, nato dall’unione dei rimasugli di quello che era stato una volta il comunismo italiano e di un’ala della Democrazia Cristiana, aveva avuto pessimi risultati nel 2008 sotto la guida dell’insignificante Walter Veltroni, definito affettuosamente da Napolitano “un Obama ante litteram”. Dopo le dimissioni di Veltroni, il PD si procurò un nuovo leader, Pierluigi Bersani, proveniente dalle schiere di amministratori emiliani dell’ex PC, un miglioramento dell’immagine, dall’insipido al flemmatico.

Senza infondere entusiasmo, la leadership di Bersani per lo meno evitò ulteriori perdite di sostegno al partito, lasciandolo abbastanza stabile nei sondaggi d’opinione, e molto in vantaggio rispetto al centro-destra. Nell’autunno del 2012, sfidato dal giovane sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che si era fatto un nome chiedendo che tutta la vecchia generazione della classe politica venisse rottamata, Bersani lo sconfisse facilmente alle primarie del partito. Queste ebbero una forte affluenza che rinforzò la posizione del partito e aumentò il distacco nei sondaggi.

Ma restava un jolly. Tre anni prima, il comico Beppe Grillo aveva lanciato un movimento contro l’establishment politico che aveva ottenuto dei successi alle elezioni locali. Non era chiaro quanto dovesse essere preso seriamente. Ma siccome non c’era niente del genere in Europa, e non c’era un precedente per poter farsi un’idea, non poteva essere trascurato.

Grillo aveva iniziato come comico nei cabaret degli anni ‘70, laureandosi poi in spettacoli televisivi molto famosi la cui satira politica si era affilata gradualmente. Nel 1986, dopo aver fatto la battuta che ad un banchetto per Craxi a Pechino uno dei suoi associati gli aveva chiesto stupito “se tutti qui sono socialisti, da chi possono rubare?”, Grillo fu estromesso dalla televisione pubblica.

Questa non fu la sua sola anticipazione su ciò che c’era da aspettarsi in futuro. Negli anni 1990, gradualmente iniziò a riempire teatri e piazze con monologhi con un forte messaggio ambientale, denunciando i numerosi scandali del periodo con una combinazione di profanità crudeli e arguzia bruciante.

Il suo pubblico crebbe, e poi fece un salto di qualità quando iniziò ad usare internet come un mezzo alternativo per attacchi caustici alla classe dirigente e ai suoi affiliati: centro-destra, centro-sinistra, televisione e stampa. Il suo blog divenne un successo selvaggio. Schiavi Moderni, un libro che raccoglieva le risposte dei lettori al blog, allargò il suo orizzonte verso le sorti della forza lavoro precaria. In quel periodo lavorava a stretto contatto con uno specialista di software, Gianroberto Casaleggio, e nel 2009 insieme lanciarono il Movimento Cinque Stelle come rivolta conto il sistema politico.

Le stelle simbolizzavano i punti chiave del loro programma: acqua (minacciata di privatizzazione), ambiente, trasporti, connettività e sviluppo.

I membri del M5S che si candidavano per le elezioni dovevano giurare, cosa unica al mondo, che non sarebbero apparsi in televisione, e che se eletti avrebbero ridotto il loro stipendio parlamentare ad un livello di media italiana, devolvendo il resto per scopi pubblici. Grillo era interdetto dal candidarsi in Parlamento per una condanna di omicidio colposo subita quando era un trentenne, quando la sua jeep slittò da una strada ghiacciata in un burrone uccidendo tre dei suoi passeggeri. Tuttavia la sua interdizione non gli impediva di fare campagna elettorale. Viaggiando in lungo e in largo con il suo “Tsunami Tour” di circa ottanta città, la sua grigia chioma agguerrita ormai familiare a tutti, attaccava non solo le “due caste” italiane, i politici e i giornalisti, ma anche l’intero establishment burocratico e bancario europeo, con le sue direttive neoliberali di austerità e la moneta unica. I suoi comizi erano popolati da grandi folle di persone curiose o già convinte.

Quando i  voti furono contati, il PD subì uno shock doppio. Nonostante la coalizione residua di Berlusconi perse sette milioni di voti, la sua resistenza in campagna elettorale portò il centro-destra, che all’inizio era sembrato una causa persa, ad un pelo dalla vittoria: solo 0.35% dietro al centro-sinistra, che a sua volta ne aveva persi più di tre milioni, e nessuno dei due blocchi raggiunse il 30% dei voti. l M5S d’altra parta era andato da zero al 25%, diventando, se si escludono gli italiani all’estero, il più grande partito italiano, avendo attirato voti da entrambi i campi convenzionali

Le tre parole d’ordine di Grillo per sollevare una rivolta popolare – risata, informazione e azione politica – si erano rivelate incredibilmente efficaci. I grillini presero più voti del centro-destra e del centro-sinistra dagli operai, i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi, gli studenti e i disoccupati; il centro-destra predominava solo fra le casalinghe mentre il centro-sinistra fra i pensionati e gli impiegati.

Questa fu l’aritmetica elettorale. Ma i numeri parlamentari erano un’altra cosa. Centrale alla Seconda Repubblica, fin dalla sua nascita nel 1993, era stato un cambiamento nel sistema elettorale, cioè l’abolizione della rappresentazione proporzionale in favore di un semplice sistema maggioritario di tipo anglosassone.

Nessun cambiamento era stato richiesto più passionatamente dal “pensiero unico” del tempo, che lo vedeva come la chiave ad un governo efficiente e responsabile. Niente di tutto ciò si avverò. Dieci anni più tardi, nel 2005, la coalizione di centro-destra al governo, temendo una sconfitta sotto quel sistema (del quale aveva beneficiato prima) lo cambiò in un sistema nominalmente proporzionale, ma con l’aggiunta di un premio di maggioranza alla coalizione vincente, indipendentemente dalla percentuale di voti ricevuti, assegnandole un’automatica maggioranza del 54% dei seggi alla Camera. Chiamato beffardamente “il porcellum”, come poi divenne famoso,  anche dal deputato che lo ideò, lo sfacciato deputato della Lega Roberto Calderoli,  era il discendente di due altre famigerate distorsioni del volere popolare in Italia: la Legge Acerbo del 1923, spinta da Mussolini per consolidare il suo governo, che assegnava due terzi dei seggi del Parlamento al partito che aveva il più alto numero di voti al di sopra del limite del 25%; e la Legge Truffa di Scelba del 1953, che assegnava il 65% dei seggi alla coalizione che riceveva più del 50%, e fu così odiata che dovette venire abrogata quando la DC al governo non riuscì a raggiungere il richiesto 50% dei voti più uno nell’unica elezione che si tenne in quel periodo.

Il Porcellum era meno generoso rispetto ai suoi antenati fascista e democristiano nella misura del premio (54% contro il 64 e 65% rispettivamente dei deputati), ma era anche meno esigente nei requisiti per ottenerlo, visto che neanche un quarto dei voti era necessario per aggiudicarsi più della metà dei seggi alla Camera.

Nel 2013 questo comportò che il centro-sinistra, pienamente cosciente di aver subito una sconfitta disastrosa alle elezioni, nondimeno, grazie al piccolissimo margine di vantaggio, ricevette una maggioranza schiacciante di deputati: 345 contro i 125 del centro-destra e i 109 del M5S, su un totale di 630. Eppure ciò non facilitò la strada verso il governo. Infatti, in obbedienza alla costituzione, il Senato, i cui poteri sono equivalenti a quelli della Camera, richiede una base regionale di elezione. Quindi il premio assegnato dal Porcellum su base  nazionale non poteva essere applicato al Senato, come fece notare Ciampi, che era presidente quando il Porcellum era stato introdotto. La maggioranza al Senato invece doveva andare alla coalizione con il maggior numero di voti in ciascuna regione. Il risultato era molto meno favorevole al PD, che guadagnò solo 123 seggi su un totale di 315. Per formare un governo era necessario un voto di fiducia in entrambe le camere.

Per assicurarsi la fiducia, Bersani doveva fare un accordo, di coalizione o di tolleranza, con Berlusconi o Grillo. Il primo era anatema per la base del PD, così lui provò il secondo. Ma Grillo non era interessato. Per il M5S, il risultato ideale dell’impasse post-elezioni era un governo di coalizione Berlusconi-Bersani, che avrebbe costituito la prova delle sue affermazioni che il centro-destra e il centro-sinistra erano due facce della stessa moneta (dato che l’acronimo del partito di Berlusconi è PDL, Grillo  chiamava il partito di Bersani PD meno L) contro la  quale il  M5S era l’unica opposizione. Questo fece sì che l’unica opzione era un governo di minoranza di centro sinistra che avrebbe chiesto la fiducia quando fosse necessario.

Napolitano, da cui era necessario essere invitati per presentare il governo ed ottenere l’investitura in parlamento, respinse questa proposta. Scontento per il fatto che il regime Monti che lui aveva progettato, sostenuto sia dal centro-sinistra che dal centro-destra, era caduta prematuramente, ne voleva una seconda edizione.

In linea con una carriera costruita sull’adesione ai poteri forti del momento, per lui adesso contava  l’UE, le cui direttive erano la pietra di paragone della responsabilità. Così l’imperativo era un governo bipartisan che avrebbe protetto la stabilità e l’austerità richieste da Francoforte e Bruxelles contro il malcontento popolare.  Bersani si oppose a questa prospettiva. Questo impasse sembrava senza soluzione quando, dopo 6 settimane di trattative post-elettorali, il mandato presidenziale di Napolitano scadette. La stampa si riempì di editoriali che lo supplicavano di accettare di rimanere per un altro mandato come una garanzia contro il caos. Ma era una regola non scritta che nessun presidente italiano fosse rieletto, e Napolitano categoricamente e ripetutamente rifiutò questa possibilità. Aveva fatto il suo dovere e ora era pronto ad andarsene.

Prima di andare assolse ad un ultimo compito. Il 5 aprile perdonò il colonnello americano Joseph Romano, condannato in absentia a sette anni per il suo ruolo nel rapimento di un imam egiziano, che fu poi portato con un aereo militare americano al Cairo per subire mesi di tortura nelle mani della polizia di Mubarak. Secondo la costituzione, un perdono presidenziale può essere concesso solo per motivi umanitari ma non politici. Romano non aveva passato neanche un giorno in prigione perché era scappato dal Paese. Ma Obama aveva personalmente richiesto che la sua marachella fosse trascurata, e Napolitano non esitò, come aveva spesso fatto prima, a calpestare la costituzione, spiegando che aveva perdonato Romano “per ovviare ad un situazione evidentemente delicata con un paese amico”. Il sovrano era cambiato, e i crimini pure. Ma l’attitudine ai poteri alti era sempre la stessa.

Un presidente italiano viene eletto con una sessione unificata delle due camere del Parlamento, con dei rappresentanti delle regioni e con voto segreto. È necessaria una maggioranza di due terzi per l’elezione nelle prime tre votazioni, mentre per le successive basta la maggioranza semplice. Siccome i voti sono segreti, le direttive del partito sono deboli, e sono necessari molti tentativi prima di ottenere un candidato vincente. Nel 2006 Napolitano fu eletto alla quarta votazione. Nel 2013 con 1007 elettori, ci volevano 672 voti nelle prime 3 tornate, e 504 dopo. Il centro sinistra aveva 493 di questi, una posizione di partenza di forza mai vista prima. Ma siccome il presidente deve essere super partes, la convenzione vuole che il candidato vincente abbia una certa misura di consenso di tutti i partiti. Il PD quindi cercò di accordarsi con il centro-destra per qualcuno che entrambi gli schieramenti potessero appoggiare. Allora fu scelto Franco Marini, un democristiano di lunga data ed ex-presidente del Senato. Immediatamente definito un fossile senza credibilità da Renzi, la cui fazione nel PD disertò, Marini ottenne 521 voti, meno dei necessari due terzi ma sufficienti per una maggioranza semplice.

Nervosi per questa sconfitta, invece di resistere fino al quarto round, il PD abbandonò Marini, e nello scompiglio generale votò scheda bianca nelle due elezioni successive, nelle quali Stefano Rodotà, candidato proposto dal M5S, fu il più votato con 230 e 250 voti. Grillo, lasciando perdere il suo rifiuto di avere qualcosa a che fare con il PD, li esortò a unire le forze per eleggere Rodotà al turno successivo, suggerendo che questo avrebbe potuto portare ad una collaborazione tra i due schieramenti per un accordo di governo. Quella di Rodotà non era una scelta settaria; molto rispettato, era un ex-presidente di una precedente incarnazione del PD. Però, essendo un pedante della legalità costituzionale, non era una figura accettabile per ciò che era diventato il PD, dove si temeva che avrebbe potuto impedire le alterazioni istituzionali in programma, per non parlare poi della possibilità di distruggere qualunque apertura con Berlusconi, che lo considerava un anatema.

Radunando le sue truppe, Bersani propose invece Romano Prodi, il cui nome ricevette un lungo applauso dal suo partito. A questo punto era necessaria solo una semplice maggioranza. Il centro-destra abbandonò l’aula. Eppure quando i voti furono contati, Prodi ne aveva ricevuti solo 395, un centinaio in meno dei voti che il centro-sinistra aveva a disposizione. Questa volta non era solo la fazione di Renzi, ma tra i sabotatori c’erano anche i seguaci del suo grande oppositore D’Alema, che ce l’aveva ancora con Prodi dai tempi della loro rivalità negli anni ‘90. Il PD si era rivelato essere una marmaglia demoralizzata, apparentemente incapace di un minimo di lealtà politica e unità. In lacrime Bersani si dimise da leader, e fra le grida assordanti della stampa sul pericolo di ingovernabilità incombente sul Paese, il partito si affrettò ad unirsi a Berlusconi nel pregare Napolitano di salvare l’Italia con un secondo mandato. Con innumerevoli proteste, dicendo che non voleva farlo, alla fine accettò gentilmente, e alla sesta votazione ritornò facilmente al posto che aveva apparentemente appena lasciato. All’età di 87 anni, era sorpassato solo da Mugabe, Peres e il moribondo re saudita.

Il governo non era stato ancora formato, ma dimessosi Bersani, un personaggio troppo diretto per essere adatto, Napolitano poteva procedere a ricreare il governissimo dei suoi desideri, centro-sinistra congiunto al centro-destra. Adesso poteva farlo più apertamente, chiamando i vari leader a consultarsi con lui e suggerendo le loro scelte. Come presidente del consiglio scelse il vicepresidente del PD Enrico Letta, un ex-democristiano il cui zio Gianni Letta era stato il più civile dei consiglieri di Berlusconi. Alfano, il responsabile della legge che aveva assegnato l’immunità a Berlusconi e Napolitano, diventò vice-premier. Un funzionario della banca centrale fu assegnato al Tesoro come garanzia di continuità con il governo Monti, e in obbedienza al compatto fiscale

Berlusconi tuttavia, che doveva molto della sua rinascita elettorale alle sue promesse che avrebbe cancellato la tassa sulla casa di Monti e bloccato un ulteriore aumento dell’IVA, rese l’implementazione di queste promesse una condizione necessaria per dare il suo assenso alla coalizione.

Il risultato fu un governo che navigava inefficientemente a zig-zag tra impegni incompatibili. Alla fine dell’anno, l’economia aveva contratto un ulteriore 1,9% e il debito pubblico era salito al 133% del PIL. A parte i suoi risultati economici, il governo Letta fu rapidamente macchiato da due tipici scandali. Alfano, che era anche ministro degli interni, fu coinvolto nel trasporto della moglie e della figlia di un dissidente kazako nelle grinfie di Nazarbaev, mentre il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, fu sorpresa a dire alla figlia in carcere di un magnate dell’edilizia, il quale era sospettato di avere connessioni con la mafia (in passato anche un sostenitore de Il Moderno), che come amica di famiglia avrebbe fatto quello che poteva per lei, a tempo debito facendola liberare per anoressia. Nonostante ci fu uno scandalo per entrambi i casi, nessuno dei due ministri fu dismesso, e Napolitano e Letta erano dalla loro parte.

In Parlamento, il culto del Presidente raggiunse un punto così grottesco che i presidenti di entrambe le camere formalmente proibirono persino che il nome di Napolitano fosse menzionato perché costituiva un affronto alla dignità della Repubblica. Naturalmente l’innominabile stesso disapprovava questa protezione eccessiva.

L’altro grande obiettivo del governo era la riforma elettorale per eliminare il Porcellum, e la modifica della costituzione per eliminare il senato. Dato che in accordo con le leggi vigenti quest’ultimo sarebbe stato un processo lungo, fu introdotto un progetto di legge per limitarne le funzioni. L’attenzione pubblica fu comunque rapidamente deviata dal dramma delle disgrazie di Berlusconi. A giugno fu giudicato colpevole di prostituzione minorile e condannato a 7 anni di carcere.

Certo non fu un aiuto alla sua immagine, ma il verdetto ebbe poco effetto su di lui nel breve termine: appelli successivi contro di esso potevano ritardare il giudizio finale per anni. Però in agosto arrivò appunto un tale giudizio finale: quattro anni di prigione (tre dei quali condonati) per evasione fiscale personale (7.3 milioni di euro non pagati), e l’interdizione per due anni dai pubblici uffici. La condanna alla prigione, a sua volta, fece innescare la clausola di una legge approvata nei mesi finali del governo Monti che escludeva dalle funzioni pubbliche per sei anni chiunque fosse stato giudicato colpevole. L’esecuzione di questa clausola significava l’espulsione di Berlusconi dal Senato.

Consapevole che questo fatto rischiava di provocare una ribellione del centro-destra che avrebbe fatto cadere il governo, Letta non si affrettava affatto ad applicare questa clausola di legge, mentre nel frattempo Berlusconi faceva degli appelli frenetici a Napolitano che lo salvasse nella speranza, o fiducia, che la comprensione del passato si estendesse a tale azione di solidarietà. Napolitano era disposto ad accennare alla possibilità che, se Berlusconi avesse chiesto una grazia ammettendo la sua colpevolezza (invece si dichiarava innocente), avrebbe potuto ottenerla grazie alla sua importanza nella vita politica del paese. Ma Napolitano non aveva alcuna intenzione di andare oltre. Non era un sentimentale: Berlusconi non doveva essere più considerato come una volta. Furioso per questa doccia fredda, Berlusconi richiese che i ministri del suo partito si dimettessero dal governo, un’azione preparatoria per farlo cadere. All’inizio essi obbedirono; poi pensarono alla loro poltrona e al probabile destino del centro-destra se ci fossero state delle elezioni in quelle circostanze. Il risultato fu una spaccatura, con Alfano che sottrasse dal controllo di Berlusconi un numero di deputati tale da formare un nuovo partito di centro-destra che dava al governo una maggioranza stabile non più soggetta ai suoi capricci. Dieci giorni più tardi Berlusconi fu cacciato dal Senato.

La vittoria di Letta sembrava completa. Le sue capacità diplomatiche, apprese in una tradizione democristiana, avevano giocato un ruolo chiave nel distaccare Alfano e i suoi seguaci dal loro leader. Fini era sempre stato un outsider. Ma Alfano era uno dei suoi, quasi l’erede di Berlusconi: la sua defezione fu la prima spaccatura reale del partito che Berlusconi aveva costruito intorno a sé. Ma il trionfo di Letta si rivelò breve. Pochi giorni dopo Renzi vinse le primarie per la presidenza del PD, in seguito alle dimissioni di Bersani, e licenziò la vecchia guardia del partito, affollando il direttorato in carica del suo apparato con esperti e ammiratori della sua generazione. Ancora sindaco di Firenze, e senza neanche essere stato eletto al Parlamento, ma ora al comando del suo più grande contingente di deputati, aveva più potere reale di Letta e non perse tempo a dimostrarlo.

Berlusconi sarà un criminale condannato ma non era certo un paria, ma piuttosto l’interlocutore naturale del nuovo leader, un politico che si era ritirato all’opposizione ma non era stato eliminato dal ring, e il capo del secondo maggiore partito del paese. La mossa successiva era di fare un patto con lui. In breve tempo Renzi aveva iniziato delle conversazioni confidenziali con Berlusconi, e i due uomini avevano raggiunto un accordo sulle riforme elettorali e costituzionali che dovevano essere fatte passare in un Parlamento del quale nessuno dei due era membro, in un patto che ignorava la maggioranza di Letta. Cosa ne sarebbe stato del Presidente del Consiglio? In tweets che suonavano un po’ come quelli di un adolescente che vuole far calmare una fidanzata che sta per lasciare, Renzi gli scrisse: “Enrico stai sereno nessuno ti vuol prendere il posto”. Un mese più tardi Renzi aveva eliminato Letta e preso il suo posto come il più giovane Presidente del Consiglio italiano.

Come la sua vittima, Renzi viene da un passato da democristiano (suo padre era un consigliere DC nella loro cittadina d’origine fuori Firenze) anche se per ragioni di età crebbe nel movimento degli scout cattolici e non, come Letta, nell’organizzazione giovanile della DC. La sua famiglia aveva un’azienda di marketing nella quale egli fu impiegato fino a quando entrò a tempo pieno in politica; fra i suoi clienti c’era il quotidiano regionale La Nazione. Quando si unì ad uno dei gruppi rimasti dopo la dissoluzione della DC , Renzi li seguì nel partito di centro “la Margherita” che poi più tardi si unì a sua volta con ciò che restava del Comunismo Italiano per formare un’ala di destra del PD, e all’età di 29 anni fu scelto per diventare il presidente della Provincia di Firenze: il tipo di impiego che in seguito denuncerà come uno spreco di soldi e che cercherà di abolire.

All’epoca approfittò della sua posizione, formando velocemente un apparato di aiutanti e dipendenti, e promuovendosi con una serie di eventi mediatici orchestrati da un’azienda creata e controllata da lui stesso come organo di propaganda della provincia. I debiti di quest’ultima crebbero sotto la sua direzione, e i suoi conti verranno poi messi sotto inchiesta dai revisori statali.

Dopo cinque anni, Renzi vinse la nomina del PD come sindaco di Firenze, uno dei bastioni del centro-sinistra in Italia. Con grande clamore, la sua amministrazione rese pedonale il centro storico e detto rinnovato lustro alla sua immagine turistica: i cittadini potevano di nuovo sentirsi orgogliosi della loro città. Non ci furono però molti progressi nella riduzione dell’inquinamento. Al di fuori del centro, il traffico peggiorò e gli autobus vennero privatizzati nonostante l’opposizione dei sindacati.

Dopo essersi all’inizio assicurato gli elogi come il miglior sindaco del paese, la reputazione di Renzi iniziò a crollare, in parte perché troppi dei successi di cui si vantava si rivelarono vuoti. Ma fin dall’inizio lui si guardava all’esterno. Le attività municipali erano concepite non come un’arena per gli spettacoli locali, ma come un trampolino di lancio per il palco nazionale. Le sue priorità erano degli spettacoli di alta visibilità, con persone famose da tutta Italia in eventi multimediali, con una serie di feste politico-culturali nella recentemente rinnovata stazione ferroviaria della Leopolda, strombettando “Prossima Fermata Italia”, “Il Big Bang” e così via: musica rock e video ad alto volume mentre imprenditori assortiti, attori, filosofi, musicisti, scrittori distribuivano frasi incisive alla folla, con un finale entusiasmante dal sindaco stesso. Il vantaggio era solo per la sua immagine.

Questo non sempre funzionava bene. Due esempi tipici del modus operandi di Renzi furono due inviti a sfruttare gli artisti famosi della città. Egli assicurò al mondo che al di sotto uno degli affreschi del Vasari a Palazzo Vecchio si trovava “La Battagli di Anghiari” di Leonardo, e che con la tecnologia moderna sarebbe stata recuperata se fossero stati trovati dei donatori per finanziarne la ricerca necessaria, in cerca dei quali, in una vampata di pubblicità e a spese del municipio, egli viaggiò in America diverse volte. Dopo mesi di attenzione da parte dei media, nulla accadde. In un bluff ancora più vuoto, annunciò il progetto di coprire la basilica di San Lorenzo con la facciata di marmo che Michelangelo aveva progettato per essa, ma che non era stata costruita. Pure questo gli procurò metri di copertura mediatica e interventi televisivi, finché non divenne oggetto di ridicolo da parte degli storici dell’arte e non se ne sentì più parlare.

Fin dal periodo in cui era a capo della provincia, Renzi aveva costruito una rete di connessioni con le aziende locali. Il suo più importante sostenitore finanziario era il capo di un’azienda di costruzioni, Marco Carrai, i cui interessi arrivavano fino all’America, e che aveva legami persino con l’Opus Dei. Una volta che Renzi si stabilì a Palazzo Vecchio, Carrai fu incaricato di occuparsi del redditizio parcheggio cittadino e dell’aeroporto, mentre Renzi si sistemava in un appartamento fornitogli gratis da Carrai, una situazione che al momento è oggetto di un’inchiesta giudiziaria. Come candidato alla presidenza del PD tre anni più tardi, la sua campagna elettorale costata €600.000 alla Fondazione Big Bang, i cui donatori rimasero segreti, Renzi non si fece mancare niente. Uno dei contributi maggiori venne da uno dei più grandi manager di fondi speculativi, Davide Serra, del quale la Algebris Investments ha una sede nella Cayman Islands.

Residente a Londra, Serra è diventato il capofila di Renzi per i contatti con il mondo della finanza, dove una cena in onore del candidato durante la campagna elettorale vide riunita l’elite dei banchieri milanesi. A Firenze la Cassa di Risparmio municipale, sicuramente per pura coincidenza, investì nei fondi della Algebris. La fidanzata di Carrai, nel frattempo, una laureata in filosofia 26enne, è diventata uno dei curatori della maggiore mostra di quest’anno a Firenze, con uno slogan pubblicitario che pubblicizza le connessioni fittizie tra Michelangelo e Jackson Pollock e che è costata €375.000. Uno degli slogan più famosi di Renzi è il suo appello per un paese dove “si trova lavoro grazie a quello che sai, e non a chi conosci”.

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 Alcune aziende beneficeranno di uno scambio di favori a livello municipale, ma ad un livello più ampio è stato il messaggio ideologico di Renzi che gli ha procurato i sorrisi dei grandi soldi. L’appello di gettare gli anziani del PD nel camion della spazzatura ha funzionato bene con la stampa e con i cittadini disillusi dalla classe politica. Per i banchieri e gli industriali, il suo fascino era più specificatamente economico. I problemi dell’Italia venivano da uno stato spendaccione e dagli ostacoli corporativi del mercato, notano particolarmente – se non esclusivamente – i sindacati egoisti. Questi dovevano essere smantellati. Il Liberismo, il libero scambio delle merci, come anche della terra e del lavoro, non era un principio della destra, ma della sinistra illuminata. Il suo motto dovrebbe essere innovazione piuttosto che uguaglianza, nonostante quest’ultima sia un principio importante, in particolare se viene seguito per favorire una carriera aperta ai talenti, soprattutto quelli imprenditoriali. Blair era il leader che aveva capito tutto questo, fornendo un esempio stimolante del tipo di politica di cui l’Italia aveva un urgente bisogno.

Il culto di Renzi per Blair riflette, in un certo senso, le limitazioni provinciali della sua cultura: lui è evidentemente inconsapevole del fatto che l’oggetto della sua ammirazione a stento osa mostrarsi in pubblico nel paese che un tempo ha governato. D’altra parte tuttavia, gli è servito da biglietto da visita al migliore amico di Blair in Italia.  Fin dall’inizio dell’ascesa di Renzi a Firenze c’erano stati dei contatti informali con il centro-destra, e la sua vittoria contro un candidato più noto in un’elezione primaria del PD che non richiedeva di essere iscritti al partito è stata spesso attribuita ai voti provenienti dal centro-destra. Già da quel periodo era in contatto con un banchiere fiorentino, Denis Verdini, il cui Credito Cooperativo Fiorentino fallirà fra le imputazioni criminali contro di lui, ma che da rappresentante principale dell’organizzazione di Berlusconi in Toscana diventerà più tardi un interlocutore chiave del centro-destra. Da sindaco, Renzi partecipò ad una cena confidenziale con Berlusconi nella sua villa di Arcore, in un pellegrinaggio considerato tabù nel PD in quel periodo, e rivelato solo più tardi. A legare i due non c’era tuttavia solo una comune simpatia per Blair e l’apprezzamento del valore dell’imprenditoria. Berlusconi ha spesso spiegato che lui vede in Renzi una versione più giovane di se stesso: le stesse intuizioni, l’audacia e il fascino con cui aveva attratto la nazione venti anni prima.

Chiaramente, in effetti i due hanno molto in comune nello stile politico. Prima di tutto, un’inossidabile fiducia nella propria eccezionale abilità di governare il paese. La personalizzazione della politica da parte di Berlusconi è leggendaria. La proiezione di Renzi di se stesso ha un tono diverso ma è molto simile. Raffigurato nei poster lungo il tragitto del suo viaggio in giro per l’Italia, lo slogan della sua campagna per essere eletto alla guida del suo partito non faceva riferimento affatto al suo programma, ma solo alla sua persona. Diceva semplicemente: “Matteo Renzi adesso!”. Come con Silvio, questo bastava. Questa fiducia in se stessi li innalza al di sopra dei dubbi o degli scrupoli dei loro pari. Le forme della loro spietatezza tattica sono diverse. Ma come politici entrambi hanno il pregio del “non mi ferma nulla”, la cui giustificazione viene da due convinzioni: che solo loro possono realizzare ciò che il momento richiede, e che solo loro hanno un rapporto con gli elettori (non tutti gli italiani, ma i migliori, quelli che costituiscono la maggioranza del paese) che investe tutto ciò che fanno di una legittimazione incontestabile. Entrambi naturalmente sono arrivati alla ribalta in un periodo di crisi, promettendo al paese un nuovo inizio in un momento in cui l’ordine politico costituito era largamente in discredito.

Questi sono i parallelismi evidenti. Ma ci sono anche delle differenze ovvie. Di queste, quattro sono le più significative. Berlusconi entrò in politica a capo di un impero commerciale, usando le sue enormi risorse per vincere un potere che poteva proteggere i suoi interessi. Aveva quasi 60 anni quando lo fece. Il suo principale strumento nel raggiungere e mantenere il potere era il controllo della televisione. Le sue abilità nella comunicazione erano quelle di un professionista del piccolo schermo, di cui conosceva i rituali e le risorse intimamente, da venditore e proprietario dei canali sui quali appariva in comizi alla nazione, attentamente preparati. Renzi, al contrario, è una creatura politica. La sua ascesa potrebbe aver lasciato un leggero odore: pecunia non olet raramente è una verità. Ma i fondi, dubbi o meno, sono stati solo un mezzo per le sue ambizioni: la ricchezza non è un fine. L’obiettivo è il potere.

La seconda maggiore differenza è che questa volta il potere è stato preso da un individuo non ancora 40enne, non da un 60enne: una generazione più giovane. Berlusconi basò molta della sua attrazione iniziale non solo sulla sua affermazione di essere un “outsider” del sistema politico, ma anche di essere una persona che aveva dimostrato le sue capacità nel creare ricchezza come imprenditore e manager: poteva quindi governare l’Italia allo stesso modo in cui aveva diretto le sue stazioni televisive e la sua squadra di calcio.

Il fascino di Renzi è l’età, non l’esperienza. Da solo, il giovanilismo è una carta banale giocata dai politici in ascesa un po’ ovunque nelle società post-moderne. Ma Renzi ha fatto della sua gioventù molto di più che un semplice attributo: la spada emblematica di un futuro ringiovanimento collettivo, che squarta le disfunzioni geriatriche del sistema politico e dei suoi detriti in tutta la vita sociale ed economica. Questo tipo di promessa non ha le credenziali tangibili di successo materiale che Berlusconi poteva vantare ma, grazie al collegamento diretto con le frustrazioni di due generazioni d‘italiani soffocate dall’immobilità e dal decadimento della Seconda Repubblica, è un richiamo estremamente potente.

Insieme con la differenza nel messaggio, c’è anche la variazione nei mezzi. Renzi inizialmente giunse all’attenzione pubblica come il vincitore di un famoso quiz televisivo, e da allora non ha mai perso il suo entusiasmo per apparizioni in televisione di tutti i tipi, in cui il suo gradevole aspetto paffuto e i suoi modi spavaldi lo hanno reso naturalmente attraente una volta entrato in politica. Ma col tempo il web è diventato la sua reale forza. Facebook per mettere in luce la sua immagine e coltivare i suoi sostenitori in modo molto più veloce di quanto possa offrire uno studio televisivo, e sotto un controllo più completo (anche se soggetto alle gaffes occasionali, come quando postò una sua immagine al fianco di Mandela in ospedale, qualche instante dopo l’annuncio della morte del leader africano); Twitter per fornire un flusso continuo dei suoi motti e delle sue opinioni sull’attualità. Berlusconi, anche se amava raccontare barzellette da bar in situazioni informali, tendeva alla pomposità formale nei suoi comizi politici sempre accuratamente programmati, pronunciati con giacche a doppio petto in un’imponente studio di Arcore pieno di libri. Renzi al contrario, è ostentatamente casuale nel modo di parlare e di vestire. Quando diventò Presidente del Consiglio, si rivolse al Senato con le mani in tasca. La cosa non fu ben accolta. Ma in generale è un comunicatore molto superiore a Berlusconi, molto più veloce nelle sue reazioni politiche, con una destrezza eccezionale verso battute fulminanti e rimbeccate pungenti. Al paragone, i suoi modelli Blair e Obama sono le creature legnose di coloro che gli scrivono i discorsi. Renzi non è solo molto più veloce dal lato verbale. Come il suo migliore biografo ha notato, a differenza di praticamente tutti i leader occidentali di oggi, lui non ha bisogno di alcun portavoce. Lui è se stesso senza fare alcuno sforzo. Il pericolo sta nella sua arroganza troppo evidente, che invita allo scherno. Durante la sua ascesa, sapeva come trasformare le satire su di sé in un’allegra auto-ironia. Se questo continuerà adesso che è al vertice, dove troppe battute velenose e commenti sprezzanti rischiano di irritare, è tutto da scoprire.

 (Parte 3)

 

[Articolo originale "The Italian Disaster" di Perry Anderson]

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Traduzione di:
Loredana SpadolaSvezia Loredana Spadola
Napoletana e ricercatrice in un’azienda farmaceutica a Göteborg. Lettrice vorace.
Gaia RestivoSvizzera Gaia Restivo
Una dei fondatori del sito ItaliaDallEstero.info. Ricercatrice in Svizzera impegnata nella lotta al cancro.
Revisione di:
Loredana SpadolaSara Angelucci