L’Europa è malata. Quanto seriamente e perché sono cose che non si possono sempre giudicare facilmente. Ma tre dei sintomi sono prominenti e collegati fra loro. Il primo, e il più noto, è lo stato di degrado della democrazia nel continente, e di questo la struttura dell’Unione Europea è simultaneamente la causa e la conseguenza. La casta oligarchica dei suoi accordi costituzionali, un tempo concepiti come un’impalcatura provvisoria in vista della futura sovranità popolare di scala sopra-nazionale, si è progressivamente irrigidita con il passare del tempo.

Il disastro Italiano (Parte I)

London Review of Books

L’Europa è malata. Quanto seriamente e perché sono cose che non si possono sempre giudicare facilmente. Ma tre dei sintomi sono prominenti e collegati fra loro. Il primo, e il più noto, è lo stato di degrado della democrazia nel continente, e di questo la struttura dell’Unione Europea è simultaneamente la causa e la conseguenza. La casta oligarchica dei suoi accordi costituzionali, un tempo concepiti come un’impalcatura provvisoria in vista della futura sovranità popolare di scala sopra-nazionale, si è progressivamente irrigidita con il passare del tempo. I referendum sono regolarmente ribaltati se contrari al volere dei governi in carica. Gli elettori, le cui opinioni sono disprezzate dalle élite, evitano le assemblee che li rappresentano nominalmente, con un’affluenza alle urne che diminuisce ad ogni elezione. Burocrati che non sono mai stati eletti sorvegliano i bilanci dei parlamenti nazionali privati persino del potere di spesa.

Ma l’Unione non è una protuberanza sugli stati membri senza la quale sarebbero in buona salute. Essa riflette, e peggiora allo stesso tempo, le tendenze al loro interno che si manifestano ormai da molto tempo. A livello nazionale, praticamente ovunque, il potere esecutivo addomestica o manipola le legislature con estrema facilità; i partiti perdono dei membri; gli elettori capiscono di non contare, mentre le scelte politiche si restringono e le promesse di differenze durante i comizi si rimpiccioliscono o svaniscono dopo le elezioni.

A questo declino generalizzato si aggiunge la corruzione dilagante della classe politica, un tema sul quale la scienza politica, molto loquace su ciò che il linguaggio dei ragionieri definisce il deficit democratico dell’Unione, di solito resta muta.  Le forme della corruzione non hanno ancora trovato una tassonomia sistematica. C’è la corruzione pre-elettorale: il finanziamento delle persone o dei partiti con fonti illegali (o anche legali) con la promessa, esplicita o tacita, di favori futuri. C’è la corruzione post-elettorale: l’uso della carica per ottenere soldi con l’appropriazione indebita delle entrate, o tangenti sui contratti. C’è l’acquisto di voci o voti nelle legislature. C’è il furto diretto dei fondi pubblici. C’è la falsificazione delle credenziali per fini politici. C’è l’arricchimento dall’incarico pubblico subito dopo le votazioni, ma anche durante o prima. Il panorama di questa malavita è impressionante.

Un suo affresco potrebbe cominciare con Helmut Kohl, cancelliere tedesco per sedici anni, che accumulò circa due milioni di marchi tedeschi in fondi neri da donatori illegali di cui rifiutò di rivelare i nomi, non appena fu denunciato, per paura che i favori che questi avevano ricevuto venissero alla luce.

Dall’altra sponda del Reno, Jacques Chirac, presidente della repubblica francese per dodici anni, fu condannato per appropriazione indebita di fondi pubblici, abuso di ufficio e conflitto di interessi quando la sua immunità venne a mancare. Nessuno dei due ha subito alcuna punizione. Questi erano i due politici più potenti di quel periodo in Europa. Un breve sguardo alla situazione di allora basta a dissipare qualunque illusione che loro fossero un’eccezione.

In Germania, il governo di Gerhard Schröder garantì un prestito di un miliardo di euro a Gazprom per la costruzione di un oleodotto nel Baltico poche settimane prima di dimettersi da cancelliere ed essere assunto proprio da Gazprom con uno stipendio molto più alto di quello ricevuto per governare il Paese. Da allora, Angela Merkel ha visto dimettersi due presidenti della repubblica, uno dopo l’altro, travolti dalle polemiche: Horst Köhler, ex leader del Fondo Monetario Internazionale, per aver dichiarato che il contingente della Bundeswehr in Afghanistan stava proteggendo gli interessi commerciali della Germania; e Christian Wulff, ex capo dei Cristiani Democratici in Bassa Sassonia, a causa di un ambiguo prestito per la sua casa da parte di un amichevole uomo d’affari. Due ministri prominenti, uno della difesa e l’altro dell’educazione, si dovettero dimettere quando furono privati, per furto intellettuale, dei loro dottorati, un titolo importante per una carriera politica nella Repubblica Federale.

Mentre uno dei due, Annette Schavan, amica stretta della Merkel (che le aveva dato piena fiducia) tentava di restare in carica nonostante tutto, il quotidiano Bild-Zeitung osservò che avere un ministro dell’educazione che falsificava la sua ricerca era come avere un ministro delle finanze con un conto bancario segreto in Svizzera.

Detto fatto. In Francia, il ministro socialista del bilancio, il chirurgo plastico Jérôme Cahusac, in carica per difendere l’integrità e l’equità fiscale, fu trovato in possesso di una cifra tra 600.000 and 15 milioni di Euro in depositi nascosti in Svizzera e Singapore.

Nel frattempo, Nicolas Sarkozy, viene accusato da alcuni testimoni di aver ricevuto circa 20 milioni di dollari da Gheddafi per la campagna elettorale che lo ha condotto alla presidenza. Christine Legarde, il suo ministro delle finanze,  attualmente a capo del FMI, è sotto inchiesta per il suo ruolo nella consegna di 420 milioni di Euro di “risarcimento” a Bernard Tapie, un ben noto truffatore  con precedenti penali e divenuto ultimamente amico di Sarkozy. La vicinanza casuale al crimine è bipartisan. François Holland, attuale presidente della Repubblica, si incontrava con la sua amante nell’appartamento della compagna di un malvivente corso ucciso durante una sparatoria nell’isola lo scorso anno.

In Gran Bretagna, nello stesso periodo, l’ex premier Blair fungeva da consigliere per Rebekah Brooks, imputata con cinque capi d’accusa (“Resta forte e certamente sonniferi. Passerà. Tieni duro”) e esortandola a “pubblicare un rapporto alla Hutton”, come aveva fatto lui per lavarsi le mani da qualunque ruolo la sua amministrazione potesse aver avuto nella morte di un informatore durante la sua guerra in Iraq: un’invasione dalla quale in seguito ricavò, naturalmente per la sua organizzazione “Faith Foundation”, mance assortite e contratti in giro per il mondo, fra i quali una notevole somma di denaro da parte di una compagnia petrolifera sudcoreana amministrata da un pregiudicato con interessi in Iraq e nella dinastia feudale del Kuwait. Tutta ancora da scoprire la  ricompensa che può aver guadagnato più a est per i numerosi consigli al dittatore Nazarbaev (“I successi del Kazakhstan sono meravigliosi. Però, signor Presidente, hai raggiunto nuove altezze nel tuo messaggio alla nazione” Ad litteram). In patria, in uno scambio di favori sul quale mentì senza remore al parlamento, ricevette un finanziamento di 1 milione di sterline per le casse del partito dal magnate della Formula uno 1 Bernie Ecclestone, attualmente sotto accusa in Baviera per tangenti di circa 33 milioni di euro.

Nell’ottica del Nuovo Partito Laburista, le figure leader nel giro di Blair, ministri oggi, come Byers, Hoon, Hewitt, potevano svendersi all’indomani. Negli stessi anni, e al di là di qualsiasi colore politico, la Camera dei Comuni si svelava pozzo nero di appropriazione indebita dei soldi versati dai contribuenti.

Nel frattempo in Irlanda, il leader del Fianna Fáil Bertie Ahern, dopo aver investito più di 400.000 euro in misteriosi pagamenti prima ancora di diventare capo del governo, si assicurò il più alto salario di qualsiasi altro premier europeo – 310.000 euro, anche più del presidente degli Stati Uniti, il tutto un anno prima di dimettersi a causa della sua spudorata disonestà.

In Spagna, il premier attuale Mariano Rajoy, a capo di un governo di destra, è stato colto in flagrante, coinvolto in un giro di tangenti su edilizia ed altri affari, per una somma totale di 250.000 euro in oltre 10 anni, passati a lui da Luis Bárcenas. Quest’ultimo, tesoriere del partito per vent’anni, è ora agli arresti per aver accumulato la somma di 48 milioni di euro in conti svizzeri non dichiarati.  Le transazioni appuntate a mano dettagliavano i versamenti a Rajoy e altri membri del partito – incluso Rodrigo Rato, anche lui con un passato a capo del FMI – e finirono pubblicate ampiamente sulla stampa nazionale. Quando scoppiò lo scandalo, Rajoy inviò un messaggio a Bárcenas, utilizzando esattamente le stesse parole di Blair a Brooks: “Louis, ti capisco. Tieni duro. Ti chiamo domani. Un abbraccio”. Mentre cerca di coprire uno scandalo su cui l’85% degli spagnoli crede che menta, lui tiene stretto il suo posto al Palazzo della Moncloa.

Nel frattempo in Grecia, Akis Tsochatzopoulos, in successione Ministro degli Interni, della Difesa e dello Sviluppo per Pasok,  e che per un pelo non ha guidato la democrazia sociale in Grecia, è stato meno fortunato: è stato condannato lo scorso autunno a vent’anni di prigione a causa di una brillante carriera in estorsione e riciclaggio di denaro sporco. Poco distante, Tayyip Erdogan, a lungo acclamato dai media ed intellettuali europei come il più grande stratega democratico della Turchia e la cui condotta ha portato il suo paese a divenire membro onorario della comunità europea ante diem, ha dimostrato valesse la pena includerlo tra le fila dell’Unione in tutt’un altro senso: in una conversazione registrata, in cui dava indicazioni al figlio su come nascondere decine di milioni in contanti, o in un’altra, in cui alzava il prezzo di una pesante mazzetta su un appalto edile. Altri tre ministri si dimisero dopo simili rivelazioni, prima che Erdoğan ripulisse le forze di polizia e il potere giudiziario per assicurarsi che la questione non venisse discussa oltre.

Mentre accadeva tutto ciò, la Commissione Europea rilasciava il primo rapporto ufficiale sulla corruzione nell’Unione, la cui diffusione, a detta del commissario relatore era “mozzafiato”: come minimo, costa alla UE tanto quanto il suo intero budget: 120 miliardi di euro l’anno – la somma totale è “probabilmente anche maggiore”. Saggiamente, la relazione copriva solo gli stati membri. La Comunità Europea stessa, la cui intera Commissione fu recentemente forzata a dimettersi per lo scandalo, non venne inclusa.

In un’Unione che si presenta al mondo come tutrice morale, è cosa normale che l’inquinamento del potere per denaro e frode sia dovuto alla perdita di contenuto o coinvolgimento nella democrazia. Le élites, liberatesi sia dalla divisione reale dall’alto sia dalla sostanziale responsabilità dal basso, possono permettersi di arricchirsi senza troppe distrazioni o ricompense. La visibilità smette di contare e l’impunità diventa la regola. Come per i banchieri, i politici al potere non vanno in prigione. Di tutta questa fauna appena citata, soltanto un anziano greco ha subito un tale affronto. Ma la corruzione non è soltanto un aspetto del declino dell’ordine politico. È anche, ovviamente, un sintomo del regime economico che impera in Europa dagli anni 80. In un universo neoliberale, dove i mercati sono l’unità di misura del valore, il denaro diventa, più facilmente che mai, il mezzo per ogni cosa. Se gli ospedali, le scuole e i carceri possono essere privatizzati come fossero imprese per trarne profitto, perché non può esserlo anche la politica?

Al di là del crollo culturale del neoliberalismo, esiste comunque il suo impatto come sistema socio-economico, il terzo e, per esperienza generale, il peggiore malessere che affligge l’Europa. Che la crisi economica che ha attraversato l’Occidente nel 2008 fu il risultato di decenni di sregolatezze finanziarie ed espansione creditizia, anche i suoi architetti ora lo ammettono, chi più chi meno, persino Alan Greenspan. Collegate da entrambe le rive dell’Atlantico, le banche europee e le operazioni edili erano coinvolte nella bolla tanto quanto la loro controparte americana. Nell’UE tuttavia, questa crisi generale fu principalmente causata da un’altra caratteristica tipica dell’Unione, le distorsioni create da una moneta unica, imposta su economie molto differenti, spingendo quelle più vulnerabili quasi alla bancarotta, una volta che la crisi era iniziata. La soluzione per loro? Sotto la pressione di Berlino e Bruxelles, non semplicemente il classico regime di stabilizzazione, sullo stile Churchill-Brüning del periodo fra le guerre, tagliando la spesa pubblica, bensì una compattazione fiscale che ha imposto un limite uniforme del 3% a qualsiasi debito, come una riserva costituzionale, consacrando effettivamente una strabica ossessione economica, principio base del Rechtsstaat, alla pari della libertà di espressione, uguaglianza di fronte alla legge, la sostanza dell’accusa (o habeas corpus), divisione dei poteri e tutto il resto.

Se non fosse stato per il loro ruolo, in passato, nelle ‘rendition’ illegali, sarebbe difficile trovare un esempio più azzeccato per descrivere il rispetto con cui questi princìpi vengono adottati dalle oligarchie europee di oggi.

Da un punto di vista economico, i vantaggi dell’integrazione sono stati lodati esageratamente fin dall’inizio. Nella primavera del 2008, la stima più accurata, eseguita da Andrea Boltho e Barry Eichengreen, due brillanti economisti con un impeccabile punto di vista pro-europeo, concluse che il Mercato Comune ha creato una crescita del 3-4% del PIL della Comunità Economica Europea per tutto il periodo che andava dalla metà degli anni 50 alla metà degli anni 70 e l’Atto Unico Europeo di un solo punto percentuale, mentre l’impatto positivo della moneta unica era stato fino ad allora trascurabile, arrivando forse al massimo ad un 5% di crescita del PIL in più di cinquant’anni. Il tutto prima della crisi. Qual è l’analisi di bilancio da allora? Alla fine del 2013, a cinque anni dalla crisi, il PIL dell’eurozona non aveva ancora raggiunto i livelli del 2007. Circa un quarto dei suoi giovani sono disoccupati. In Spagna ed in Grecia, le cifre sono catastrofiche, con rispettivi 57 e 58 %. Anche in Germania, nonostante l’accumularsi di surplus anno dopo anno, ampiamente sbandierato come la storia di successo del periodo, gli investimenti sono stati al minimo rispetto alle economie del G7 e la quota di lavoratori al minimo sindacale (coloro che guadagnano meno dei due terzi dello stipendio medio) è il più alto tra tutti gli stati dell’Europa Occidentale. Queste sono le ultime novità relative alla moneta unica. I dottori dell’austerità hanno indebolito il paziente, anziché riportarlo in salute.

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In questo scenario un Paese è generalmente considerato come il più acuto di tutti i casi di disfunzione europea. Dall’introduzione della moneta unica, l’Italia ha registrato la peggiore performance economica di qualsiasi stato dell’Unione: 20 anni di stagnazione praticamente ininterrotta ad un tasso di crescita nettamente inferiore a quelli della Grecia o della Spagna. Il suo debito pubblico supera il 130 per cento del PIL. Tuttavia questo non è un paese periferico di piccole o medie dimensioni che ha recentemente aderito all’Unione. È uno dei sei membri fondatori, con una popolazione paragonabile a quella della Gran Bretagna e un’economia grande una volta e mezza quella spagnola. La sua base manifatturiera è la seconda in Europa dopo la Germania ed è anche la seconda nell’esportazione di beni capitali. Le sue emissioni governative rappresentano il terzo più grande mercato obbligazionario al mondo e quasi metà del suo debito pubblico è detenuta all’estero: il dato comparabile per il Giappone è sotto il 10 per cento. Per questa combinazione di fragilità e importanza, l’Italia è il vero anello debole dell’UE che teoricamente potrebbe rompersi.

Finora, e non per caso, è il paese dove la disillusione dovuta allo svuotamento delle forme democratiche ha prodotto non solo un’intorpidita indifferenza, ma una rivolta attiva che ha scosso il cuore delle sue istituzioni trasformando il panorama politico. Movimenti di protesta di ogni sorta sono emersi in altri stati dell’Unione, ma finora nessuno si avvicina per innovazione o successo all’ondata del Movimento 5 Stelle in Italia in termini di ribellione alle urne.  Inoltre, l’Italia offre lo spettacolo più familiare di tutti i teatri continentali per quanto riguarda la corruzione. La sua più celebrata personificazione è il miliardario che ha governato il paese per quasi la metà della Seconda Repubblica e su cui sono state spese più parole che su tutti i suoi concorrenti messi insieme. Le riflessioni sulla situazione raggiunta dall’Italia inevitabilmente iniziano con Silvio Berlusconi. Che egli si distingua tra i suoi pari per l’incastro tra potere e denaro è fuori discussione, ma il modo con cui lo ha fatto può essere oscurato dal clamore della stampa estera su di lui, in particolare le denunce tonanti dell’Economist e del Financial Times.

Due cose rendono Berlusconi speciale. La prima, è che egli ha invertito il percorso tipico dalla politica al profitto, avendo accumulato una fortuna prima di entrare in politica. Politica che ha poi utilizzato per preservare la sua ricchezza e proteggere se stesso dalle accuse penali sulle modalità con cui si arricchì.

Il secondo è che la sua principale fonte di ricchezza, anche se non l’unica, è il suo impero televisivo e pubblicitario che gli ha consentito di disporre di un potere indipendente dalla politica e che, una volta entrato nell’arena politica, ha convertito in una macchina di propaganda e uno strumento di governo. Inoltre, i suoi legami politici con il Partito socialista di Milano e il suo segretario Craxi sono stati fondamentali per la sua ascesa economica, e in particolare alla costruzione di una rete nazionale per i suoi canali televisivi. Anche se ha sviluppato notevoli capacità di comunicazione e di manovra politica, in sostanza è rimasto essenzialmente un uomo d’affari per il quale il potere significa sicurezza e glamour, ma non azione o progetto politico. Nonostante abbia espresso la sua ammirazione per la Thatcher e si sia auto-definito sostenitore del mercato e della libertà economica, l’immobilismo delle sue coalizioni di centro-destra non ha mai differito molto da quelle di centro-sinistra dello stesso periodo.

Che questo sia ciò che veramente gli critica l’opinione neo-liberale del mondo anglosassone si può notare da come quest’ultima ha considerato due simboli di corruzione ai vertici di stati a est e a ovest dell’Italia. Per anni, Erdoğan – un caro amico di Berlusconi – è stato oggetto di un numero esagerato di interviste, articoli e reportage nel Financial Times e altrove, in cui era presentato come un architetto illuminato di una nuova democrazia turca e un ponte essenziale tra Europa e Asia, da accogliere senza indugi nell’Unione. Diversamente da Berlusconi, tuttavia, il cui governo era anodino in termini di libertà civili, Erdoğan ne era e ne è una minaccia. Già all’epoca del boom turco, segnato dal decollo delle privatizzazioni, fatti come l’arresto di giornalisti, l’uccisione di manifestanti, i processi truccati, le intimidazioni brutali all’opposizione – per non parlare del peculato su larga scala – contavano poco. Anche quando l’estensione della criminalità e della corruzione non potevano più essere ignorate, i dettagli sullo scandalo travolgente lo infangavano sono stati tenuti al minimo e la colpa rapidamente gettata sulla UE, rea di non aver offerto tempestivamente il suo abbraccio redentore.  In seguito alle intercettazioni, il Frankfurter Allgemeine sottolineò che, in qualsiasi democrazia funzionante, questi sarebbero stati motivi sufficienti a costringere l’intero governo ad andarsene. Il Financial Times non lo sussurrava neanche. Lo stesso commento poteva essere fatto di Rajoy e i suoi confederati in Spagna, dove le malefatte sono ancora più evidenti rispetto al labirinto di reati di Berlusconi. Ma Rajoy, diversamente da Berlusconi, è un affidabile intendente del regime neo-liberale: nessun bisogno di supplementi speciali in The Economist per sciorinare i suoi misfatti, sui quali si prende la cura di dire il meno possibile, insieme a Bruxelles e Berlino. “I leader della UE e i suoi funzionari sono restati stranamente a bocca chiusa sullo scandalo, data l’importanza della Spagna nell’Eurozona”, commentava Gavin Hewitt, corrispondente della BBC da Bruxelles. “La cancelliera tedesca Angela Merkel e altri hanno riposto molta fiducia nel Signor Rajoy e lo considerano preparato, in vista delle riforme dolorose che mirano a ravvivare l’economia spagnola”. Berlusconi pagherà per mancanza di altrettanta fiducia.

All’epoca del suo trionfo nella primavera 2008, quando vinse le sue terze e decisive elezioni, Berlusconi si preoccupava poco della scarsa opinione di lui all’estero. Il fronte di centro-destra, che lui aveva organizzato e riorganizzato dal 1994 – composto ora dal Popolo delle Libertà, una fusione del suo precedente partito con quello del suo alleato di sempre, l’ex-fascista Gianfranco Fini, più la Lega Nord di Umberto Bossi, che continuava a mantenere le sue basi e la sua identità separata – deteneva un’ ampia maggioranza alle Camere. Nei suoi primi mesi al governo si fece un passo lungo le linee Thatcher/Blair, il primo di una serie di cambiamenti che cominciavano dalle scuole elementari per finire alle università e che tagliavano le spese del sistema educativo di circa 8 miliardi di euro negli interessi  dell’economia e della competitività: riduzione del numero degli insegnati, imposizione di contratti a breve termine, priorità agli affari, quantificando i successi della ricerca. Ma questa era l’estensione dello zelo riformatore del suo governo. Di primissima importanza nell’agenda politica era la legislazione ad personam per proteggere Berlusconi dalle accuse criminali che gli pendevano addosso, di cui molte tirate per le lunghe fino a cadere in prescrizione e altre decriminalizzate. Nel 2003, il suo governo aveva approvato una legge che garantiva immunità dai procedimenti per le cinque principali cariche dello stato, abolita dalla Corte Costituzionale sei mesi più tardi. Nell’estate del 2008, ritornò all’attacco con una legge presentata dal suo braccio destro, l’avvocato siciliano Angelino Alfano, che sospendeva i processi per le quattro principali cariche dello stato.

Alcuni mesi più tardi, la tempesta finanziaria attraverso l’Atlantico colpì l’Europa, prima in Irlanda, poi in Grecia. In Italia, la Seconda Repubblica è stata caratterizzata fin dall’inizio da insuccessi economici, nonostante i migliori sforzi dei Presidenti del Consiglio di Centrosinistra per arginarla (Giuliano Amato ha tagliato e privatizzato, Romano Prodi ha sostenuto il paese stretto nella camicia di forza del Patto di Stabilità). Il tasso di crescita italiano è precipitato negli anni Novanta. Dopo il 2000, è risultato stagnante a una media dello 0.25 del Prodotto Interno Lordo. Ad un anno dalla rielezione di Berlusconi nel 2008, la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani e tedeschi stava già iniziando ad aumentare. Dal 2009 la recessione è diventata più grave rispetto a qualsiasi altro paese dell’eurozona e il Prodotto Interno Lordo precipitava di più di cinque punti percentuali. Per tenere a bada i mercati finanziari, successivi pacchetti di emergenza tagliarono il debito di bilancio dell’Italia, ma con i tassi di interesse che gravavano sul terzo debito pubblico più alto del mondo, verso la fine del 2010 il governo si stava avvicinando alla catastrofe economica.

Politicamente, l’Italia avrebbe potuto passarsela meglio. Dal marzo all’ottobre del 2009, i titoli dei giornali erano dominati da rivelazioni sensazionali sulle stravaganze erotiche di Berlusconi, dando un colore ancor più vivo alla descrizione profetica di Giovanni Sartori del suo governo – secondo una definizione presa in prestito da Weber – sultano come sultanato. Sempre vantandosi delle sue abilità nella stanza da letto, ora anche con l’arroganza di potersi sottrarre all’avanzare dell’età, Berlusconi abbandonava la più elementare prudenza, costellando liste degli invitati a festini con soubrette e trastullandosi con minorenni, fino al punto di provocare una rottura pubblica con la moglie Veronica Lario. Poco dopo cominciò a ricevere prostitute nella sua residenza romana. Stizzita per non aver ricevuto un permesso di costruzione a Bari, una di loro raccontò le loro visite. Nella sua villa sfarzosa di Arcore, poco fuori Milano, venivano inscenate orge secondo uno stile settecentesco aggiornato, con donne vestite come suore – oppure come infermiere e poliziotte – che facevano capriole e si spogliavano per il coito collettivo. Quando una delle partecipanti, una giovane marocchina, fu arrestata per furto a Milano, Berlusconi telefonò per assicurarle il rilascio perché nipote di Mubarak. Poiché era minorenne, ne è conseguito un procedimento giudiziario. Berlusconi fu indebolito dal deterioramento della sua immagine, sebbene non così dannoso come la rovina che di lì a poco travolgerà Dominique Strauss-Kahn, presidente del Fondo Monetario Internazionale e favorito per le presidenziali francesi. Ma per il momento sopravvisse.

Una più seria minaccia alla sua posizione arrivò da un’altra parte. Per eccesso di sicurezza, nata dal successo elettorale, perse il senso del limite politico, umiliando gratuitamente Fini, che era destinato a diventare il suo successore e che in quel momento era Presidente della Camera. A partire dall’estate del 2010, comprendendo che non poteva più aspettarsi di diventare il naturale erede del Centrodestra e facendosi allettare dalle lusinghe dell’opposizione che ne prospettavano la leadership di un Centrosinistra responsabile, Fini lo abbandona. In autunno, pur sottraendo un numero di deputati sufficienti per privare il governo di una stabile maggioranza, non riesce però a farlo cadere. A partire dalla primavera del 2011, anche gli elettori abbandonano il governo e Berlusconi perde il controllo persino di una roccaforte come Milano.

Durante quell’estate, dato che la crisi dell’eurozona si intensificava, con la Grecia che si avvicinava al fallimento, la pressione sull’Italia dai mercati dei bond aumentava. La Germania, affiancata dalla Francia e dalla Banca Centrale Europea (BCE), non nascondeva più la sua determinazione di rompere qualsiasi resistenza alle draconiane misure di austerity, e ad eliminare i leader che esitavano a implementarle, ad Atene e a Roma. Ad agosto, Trichet e Draghi, presidenti uscente e entrante della BCE, spedirono un ultimatum virtuale a Berlusconi. Due mesi più tardi, durate un summit UE, Papandreou fu costretto ad accettare ulteriori tagli selvaggi della spesa pubblica e un impegno di privatizzazione radicale. In panico a causa dell’ondata di odio popolare per queste decisioni – il presidente della Grecia fu cacciato dal palco di Thessalonika durante la festa nazionale – annunciò un referendum sulle riforme, e fu convocato immediatamente a Cannes dalla Merkel e Sarkozy e costretto a cancellare tutto. Una settimana più tardi, se ne andò. In tre giorni, Berlusconi lo seguì.

Le dinamiche della caduta di Berlusconi non furono tuttavia le stesse. In Grecia, Papandreou governò sul diffuso impoverimento per volere di Berlino, Parigi e Francoforte, che suscitarono proteste locali massive. Fino alla sua improvvisa idea di un referendum, lui fu uno strumento perfettamente accettabile della volontà dell’Unione – una disposizione dimostrata dalla velocità con cui è sottostato a Merkel e Sarkozy, ritirando la sua proposta. Se ne andò perchè la sua posizione diventò internamente insostenibile. In Italia, non c’era né un impoverimento in corso né una mobilitazione popolare. La maggioranza di Berlusconi alla Camera era a quel punto sottile come la lama di un rasoio, e alcuni dei suoi deputati stavano perdendo entusiasmo a causa dell’incremento dello spread. Ma Berlusconi manteneva il pieno controllo del Senato, e non era ancora sconfitto in tribunale. La sua posizione interna era sostanzialmente più forte di quella di Papandreou. Nell’intero territorio dell’UE, tuttavia, l’ostilità verso di lui era molto più grande, dovuta all’imbarazzo di lunga data per la sua performance politica; e la volontà di Berlino e Francoforte di liberarsi di lui, come un ostacolo al necessario spurgo dell’economia italiana e l’ordine sociale, stava diventando inarrestabile.

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In ogni caso, per la sua estromissione, era necessario un meccanismo che collegasse l’indebolimento della sua posizione in patria, non ancora completo, con l’assoluta avversione verso di lui all’estero. Per sua sfortuna, tale meccanismo era pronto e innescato. Meno evidente di altri mutamenti portati dalla seconda repubblica, c`è stato un ruolo sempre più forte della presidenza della repubblica nella politica italiana. Sotto il regno della DC nella prima repubblica, quando un solo partito spadroneggiava in ogni legislatura, questo ruolo, in gran parte formale, ha avuto raramente molta influenza. Ma una volta che, nella seconda Repubblica, le coalizioni rivali si sono scontrate per il potere, si è aperto un nuovo spazio di manovra per la presidenza della repubblica. Scalfaro, al Quirinale dal 1992 al 1999, è stato il primo a usare questo potere, rifiutando di sciogliere il Parlamento quando Berlusconi perse la sua maggioranza nel 1994, e facilitando il governo di un’alleanza di centro-sinistra, dandole il tempo necessario per unire le forze e conseguire una vittoria elettorale con Prodi l’anno successivo.

Ora il Presidente era Giorgio Napolitano, come Scalfaro un ex Ministro degli Interni. Berlusconi ne aveva sostenuto l’elezione al Quirinale nel 2006, e aveva motivo di pensare di aver fatto una scelta sensata aiutando un veterano della classe politica tradizionale. Un “Vicar of Bray” (uno che cambia bandiera per rimanere in carica ndt) italiano, Napolitano aveva sempre avuto, nella sua lunga carriera, un principio chiaro, aderire a qualunque trend politico vincente. L’incipit di una lunga sequenza è già nel suo periodo da studente, quando aderisce al Gruppo Universitario Fascista, nel momento in cui l’Italia stava per inviare le truppe ad aggregarsi ai nazisti nell’attacco alla Russia. Una volta caduto il fascismo, il giovane Napolitano optò per la forza del comunismo. Iscrittosi al PCI a fine 1945, fece velocemente strada nel partito, fino ad entrare nel Comitato Centrale in circa un decennio.

Quando le truppe e i carrarmati russi soffocarono la rivolta ungherese nel 1956, egli li elogiò. “L’intervento sovietico ha dato un contributo decisivo, non solo per evitare il collasso dell’Ungheria nel caos e nella contro-rivoluzione, e per difendere gli interessi militari e strategici dell’URSS, ma ha anche salvato la pace del mondo” disse al congresso del partito nel novembre di quell’anno. Salutando l’espulsione di Solzhenistyn dalla Russia nel 1964, dichiarò: “Solo commentatori faziosi e sciocchi possono evocare lo spettro dello stalinismo, non accorgendosi di come Solzhenitsyn abbia spinto le cose fino a un punto di rottura”. In questo periodo Napolitano era il braccio destro di Giorgio Amendola che, dopo la morte di Togliatti, era la figura più straordinaria del PCI. Come il suo mentore, egli era per una ferrea disciplina interna al partito, e votò senza alcuna esitazione per l’espulsione dal partito del gruppo del Manifesto per aver espresso opinioni contro l’invasione della Cecoslovacchia. Con appoggi sia nella segreteria sia nell’ufficio politico, era considerato il più probabile futuro leader del PCI.

Per la carica fu invece scelto Enrico Berlinguer, figura che creava meno divisioni. Napolitano rimase comunque un “ornamento di potere” del partito mentre si spostò verso l’eurocomunismo. Alla fine del 1970, fu scelto come primo inviato del PCI per rassicurare gli Stati Uniti sull’affidabilità del partito nei rapporti atlantici, diventando presto il “comunista preferito di Kissinger”, secondo le parole compiaciute del New York Times. Nel 1980, il trasferimento di fedeltà a un nuovo sovrano era completo. Il Terzo Reich un brutto ricordo, l’URSS in declino, adesso erano gli Stati Uniti il potere da coltivare. Responsabile delle relazioni estere del PCI, si sarebbe preso cura di ammorbidire i rapporti con Washington a lungo anche dopo la scomparsa del partito. Una volta presidente, ha fatto di tutto per ingraziarsi sia Bush che Obama.

In patria, il fallimento del tentativo del PCI di realizzare il “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana che ne avrebbe permesso l’ingresso al governo, e l’ascesa, nonostante la corruzione sempre più palese, del Partito Socialista di Craxi come partner chiave della DC, portò Berlinguer a intraprendere una svolta a sinistra. La sua denuncia della degenerazione del sistema politico era un forte invito a ripulire la vita pubblica. Napolitano rispose con rabbia, lo accusò di isolazionismo settario e per la “vuota invettiva”. Le relazioni fra i due erano sempre state fredde ma si trattava di molto più che di rivalità personale. In quel periodo Napolitano guidava la corrente più a destra del PCI, i miglioristi, che sentivano una certa affinità con Craxi, con il quale non volevano alcuna ostilità. La base principale della corrente era a Milano, dove “la macchina” di Craxi controllava la città. Lì, a metà degli anni 80, i miglioristi pubblicarono un giornale, Il Moderno, non solo sovvenzionato da Berlusconi, ma che ne celebrava lo spirito rivoluzionario nella modernizzazione dei media e nel rendere Milano la capitale televisiva di Italia.

Questo accadeva nel 1986, mentre Craxi era primo ministro. Un tribunale avrebbe in seguito giudicato la Fininvest di Berlusconi colpevole di finanziare illegalmente i miglioristi. Nel mese di febbraio, nel periodo antecedente al referendum anti-nucleare in Italia, il giornale del PCI (l’Unità ndt) rifiutò un articolo pro-nucleare di Giovanni Battista Zorzoli, uno dei seguaci di Napolitano. Furioso, Napolitano chiese la testa del direttore. Nel 1993 Zorzoli era in manette, condannato a quattro anni e mezzo di carcere per corruzione risalente al periodo in cui era un alto dirigente della società statale per l’energia elettrica.

Poco tempo dopo, Napolitano divenne ministro dell’interno nel governo di centro-sinistra del 1996. Era la prima volta che una personalità di sinistra ricopriva questa carica. Il coinvolgimento della polizia italiana e dei servizi segreti nella cosiddetta strategia della tensione, una serie di attentati dal massacro di Piazza Fontana a Milano nel 1969 a quello della stazione di Bologna nel 1980, fu a lungo contestato ma mai messo sotto inchiesta. La tensione che poteva causare l’arrivo al ministero di un ex comunista  fu subito dissipata. Napolitano rassicurò i suoi subordinati che non sarebbe andato “in cerca di scheletri nell’armadio”. Nessuna rivelazione incresciosa rovinò la sua permanenza in carica. Fu nominato senatore a vita nel 2005. Divenuto Presidente della Repubblica l’anno successivo, deplorò pubblicamente il trattamento ingiusto riservato a Craxi, morto da latinante in Tunisia, dopo essere stato condannato in absentia a 27 anni di carcere per corruzione, e addirittura elogiò il suo ruolo positivo di uomo di stato.

Non ebbe lo stesso riguardo per Berlusconi, che trattò con benevola accondiscendenza, e a ragione, non come un politico a tutti gli effetti, come lo erano stati i grandi della Prima Repubblica. Del resto i due non potrebbero essere più diversi nello stile, il decoro cerimonioso di Napolitano in studiato contrasto con la sfarzosa spavalderia di Berlusconi. Ma avevano un passato comune nella rete di legami e simpatie attorno a Craxi a Milano, e un interesse comune nello stabilizzare ciò che entrambi vedevano come potenziali tornaconti della Seconda Repubblica: un sistema politico bipolare sul modello anglosassone, ridotto ad un centro-destra ed un centro-sinistra, scevro da qualsiasi ostilità al mercato e al suo guardiano transatlantico.  Entrambi avevano inoltre ragione di temere l’insistenza con cui i pubblici ministeri rivangavano accuse contro il leader più popolare del paese, ed il risentimento di minoranze irresponsabili nel servirsene.

Per Berlusconi, queste erano, certamente, minacce esistenziali. Per Napolitano queste erano semplicemente divisive, proprio come era stato il moralismo di Berlinguer,  che temerariamente oscillava la barca del moderato consenso di cui il pese aveva bisogno. Lui era più che disponibile ad aiutare Berlusconi a proteggersi da questi problemi, commutando in legge  senza esitazione il Lodo Alfano del 2008 che garantiva a Berlusconi come primo ministro e lui stesso come Presidente l’immunità da ogni processo; e quando questo fu dichiarato incostituzionale, approvando con la stessa velocità il sostituto nel 2010, il legittimo impedimento, che permetteva ai ministri di evitare i processi appellandosi ai loro doveri urgenti da dipendenti pubblici, che fu a sua volta giudicata incostituzionale nel 2011. Napolitano fu pubblicamente criticato per il suo appoggio inopportuno del Lodo Alfano da Ciampi, suo predecessore alla presidenza, e non aveva nessun obbligo a far passare alcuna delle due leggi: piuttosto il contrario,  come ebbe a dimostrare l’esito legale in ambedue i casi.

La condotta di Napolitano, però, si accordava con le aspettative di Berlusconi del modus vivendi tra di loro, sulla cui base lo aveva sostenuto come presidente.

Un’ulteriore tagliente espressione di tale comprensione è arrivata quando la defezione di Fini ha privato il governo Berlusconi di una maggioranza alla Camera , e l’opposizione presentò una mozione di sfiducia , con i voti in mano per far cadere il governo. Nel 2008 Prodi era stato in una situazione simile dopo che Berlusconi aveva comprato abbastanza voti in Senato per farlo cadere, un episodio per il quale è attualmente sotto accusa per il pagamento di 3 milioni di euro ad un solo senatore per convincerlo a fare voltagabbana, una tangente che il destinatario ha confessato. Allora, Napolitano perse poco tempo,  meno di due settimane, per usare la sua prerogativa presidenziale per sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni, che produssero una valanga di voti per Berlusconi. Questa volta però, Napolitano convinse Fini a fermarsi per più di un mese, mentre una legge di bilancio veniva approvata, dando il tempo a Berlusconi di acquistare la manciata di deputati necessari per ripristinare la sua maggioranza.

*

Questo però fu l’ultimo favore che Napolitano fece a Berlusconi. Il presidente si stava preparando a prendere la situazione in mano. Nella primavera del 2011 il governo annunciò che l’Italia non avrebbe preso parte all’azione militare in Libia guidata dagli americani, a cui peraltro la Lega Nord era fortemente contraria, tanto da minacciare di far cadere il governo se avesse deciso di partecipare. Ma Napolitano sapeva cosa andava fatto: per lui, le aspettative di Washington sull’Italia erano più importanti di sottigliezze costituzionali. Senza alcun voto o dibattito in parlamento, , e ottenuto l’appoggio degli ex comunisti, il presidente lanciò l’Italia in guerra, mandando l’aeronautica militare a bombardare un paese vicino, con cui l’Italia aveva firmato un accordo di amicizia, cooperazione e alleanza militare, ratificato da una stragrande maggioranza alla Camera, inclusi gli ex comunisti, appena due anni prima.

Entro l’estate successiva, incoraggiato dalle lusinghe dei media che lo proclamarono la pietra miliare della Repubblica, e con il supporto di Berlino, Bruxelles e Francoforte, aveva deciso di mettere fuori gioco Berlusconi. La mossa chiave per sbarazzarsi del presidente del consiglio era trovare un rimpiazzamento adeguato che soddisfacesse gli alleati e i maggiori esponenti della vita economica italiana. Per sua fortuna, la figura ideale era a portata di mano: Mario Monti, ex commissario UE, membro del gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale, senior adviser per la Goldman Sachs e all’epoca rettore dell’università Bocconi. Era un po’ di tempo che Monti non vedeva l’ora di aggiustare la situazione in Italia, e ora finalmente l’occasione era giunta. “I governi italiani sanno prendere delle decisioni dure”, confidò nel 2005 all’Economist, “solo se due condizioni sono soddisfatte: deve essere in atto un’emergenza palpabile e deve essere presente una forte pressione dall’esterno. Purtroppo”, si rammaricò, “non è ancora giunto il momento della verità.” E adesso era arrivato.

Già a giugno o luglio, nella più totale segretezza, Napolitano preparò Monti a prendere le redini del governo. Nello stesso periodo, chiese al direttore del più grande gruppo bancario in Italia, Corrado Passera, di preparare un piano economico per il paese. Passera in passato aveva collaborato con l’arci-nemico politico e rivale in affari di Berlusconi, Carlo De Benedetti, proprietario de La Repubblica e L’Espresso, che era al corrente delle mosse di Napolitano. Redatto in un corsivo impellente, il documento di 196 pagine di Passera proponeva una terapia shock: 100 miliardi di euro in privatizzazioni, tasse immobiliari, imposte sul capitale ed un aumento dell’IVA. Napolitano, al telefono con la Merkel e con Draghi, adesso aveva l’uomo ed il piano pronto per far fuori Berlusconi. Monti non si era mai candidato alle elezioni, e sebbene un seggio in parlamento non era un requisito per la candidatura a presidente del consiglio, sarebbe stato opportuno che Monti ne avesse uno.

Non vi era tempo da perdere: il 9 novembre Napolitano strappò Monti dalla Bocconi e lo investì della carica di senatore a vita, con il plauso della stampa finanziaria mondiale. Berlusconi, sotto la minaccia di distruzione per mano del mercato delle obbligazioni dovesse egli resistere, capitolò e in una settimana Monti diventò il governante del paese alla guida di un gabinetto non eletto di banchieri, uomini d’affari e tecnocrati. L’operazione che lo portò al potere è un esempio di cosa possano significare al giorno d’oggi in Europa le procedure democratiche e la legge. Fu un atto completamente incostituzionale. Il presidente italiano ha il dovere di essere il guardiano imparziale dell’ordine parlamentare, colui che non interferisce con le decisioni del suddetto, salvo nel caso in cui queste decisioni violino la costituzione, cosa che il parlamento fallì chiaramente. Non è autorizzato a cospirare, alle spalle di un presidente del consiglio eletto, con individui scelti da lui, nemmeno in Parlamento, per formare un governo che sia di suo gradimento. La corruzione nel mondo degli affari, nella burocrazia e nella politica si era ormai fusa alla corruzione nella costituzione in Italia.

I fatti avvenuti quell’estate dentro le stanze del Quirinale rimasero nascosti all’opinione pubblica. I dettagli sono emersi alla luce solo quest’anno con le parole dello stesso Monti, un ingenuo in questo senso, e subito smentite da Napolitano. Nel frattempo, la reazione della classe dirigente al nuovo governo oscillava fra sollievo ed euforia. Agli occhi degli opinionisti italiani e stranieri il nuovo governo appariva come una seconda chance per l’Italia di voltare pagina e ricominciare da dove ci si era fermati, dopo la caduta della prima repubblica. Finalmente alla guida vi era un governo onesto e competente, non solo impegnato a riformare tutto quello che non andava in Italia, come un mercato del lavoro rigido, pensioni insostenibili, nepotismo universitario, restrizioni corporative, mancanza di competitività industriale, privatizzazioni insufficienti, un sistema giuridico lento ed evasione fiscale, ma anche capace di navigare nella tempesta dei mercati finanziari che stava sballottando il paese. Una nuova, vera, Seconda Repubblica era sorta dopo vent’anni di messinscene. Forti tagli alla spesa pubblica, dure manovre fiscali e i cambiamenti iniziali alle disastrose leggi sul lavoro degli anni settanta, erano i primi passi per ripristinare la fiducia nello stato.

Visti da un’altra prospettiva, questi eventi ricordavano la congiuntura dei primi anni novanta quando Ciampi, il governatore della Banca d’Italia, fu chiamato per il ruolo di presidente del consiglio nel bel mezzo della crisi di Tangentopoli. Ma le similitudini non erano del tutto positive. L’amministrazione Monti era simile a quella Ciampi per composizione ed intenzioni politiche. Nel frattempo però, molte cose erano cambiate, soprattutto se si guarda da che contesto venivano le figure di questo nuovo ordine, Monti e Draghi, suo garante a Francoforte. Nel 1994, Berlusconi si presentò come un innovatore con un passato da uomo d’affari, la cui vittoria avrebbe sepolto la corruzione e il disordine creato dalla classe politica della prima repubblica. In realtà, fece la sua fortuna proprio con l’aiuto di quella classe politica. La crisi del 2011 che attanagliava l’Europa e l’Italia era partita da un’ondata di speculazioni finanziarie e manipolazioni di derivati su entrambe le sponde dell’Atlantico. L’operatore finanziario più noto che ebbe la sua parte nella crisi aveva nei suoi libri paga Monti e Draghi. La società Goldman Sachs, che si era ampiamente guadagnata il soprannome di “calamaro sanguisuga”, era stata complice della falsificazioni dei conti pubblici greci ed accusata dalla Security and Exchange Commission (NdT Commissione per i Titoli e gli Scambi, ente federale statunitense preposto alla vigilanza della borsa valori, analogo all’italiana Consob.) di frode, risolvendo poi la faccenda fuori dal tribunale con un pagamento di mezzo miliardo di dollari.  Aspettarsi un taglio netto con il passato da parte di Monti e Draghi era appena più realistico che credere che il patrocinio di Craxi su Berlusconi non avesse lasciato segni.

Vi erano altre similitudini con il passato non meno impressionanti. Nell’estate del 2012 emerse che Napolitano fosse intervenuto per bloccare  l’interrogatorio di Nicola Mancino, democristiano  e ministro dell’interno nel 1992, quando il magistrato palermitano Paolo Borsellino venne assassinato dalla mafia. Mancino era uno dei quattro ministri dell’Interno – un altro era Scalfaro – recipienti di fondi neri provenienti dal SISDE, i servizi segreti. Mancino aveva sempre negato il fatto di aver incontrato Borsellino poco prima della sua morte, nonostante ci fossero le prove che dimostrassero il contrario. La questione non era mai stata chiarita fino al momento in cui la magistratura aprì un’inchiesta sui possibili collegamenti fra stato e mafia, minacciando così Mancino con un confronto con gli altri due ministri dell’epoca. In grande agitazione, Mancino chiamò il Quirinale e pregò il braccio destro di Napolitano incaricato delle questioni legali, Loris D’Ambrosio, di proteggerlo. La sua richiesta non fu respinta, anzi, gli venne detto che il presidente era molto preoccupato per lui. Napolitano in seguito chiamò Mancino, non sapendo che il telefono di quest’ultimo era sotto sorveglianza nell’ambito dell’inchiesta.

Quando le registrazioni delle telefonate fra Mancino e D’Ambrosio vennero pubblicate, così come la notizia che la magistratura era in possesso delle registrazioni telefoniche fra Napolitano e Mancino, il presidente invocò l’immunità assoluta del suo incarico e ordinò di far distruggere le registrazioni, in pieno stile Nixon. Salvatore, il fratello di Borsellino, chiese l’impeachment di Napolitano. Negli Stati Uniti questo sarebbe stato possibile, dal momento che vi era stata una lampante ostruzione alla giustizia da parte del presidente. In Italia questo era impensabile. La classe politica e i media chiusero i ranghi attorno al presidente, esattamente nella stessa maniera di quando Scalfaro usò il suo aiutante per soffocare lo scandalo del SISDE. L’assistente di Napolitano, l’Ehrlichman italiano, morì di infarto proprio nel bel mezzo di questa crisi. Come al solito, Marco Travaglio, forse il più grande giornalista europeo, fu l’unico a chiamare le cose con il proprio nome. Nel suo libro Viva il Re! pubblicato lo scorso anno, stilò un’esauriente condanna del comportamento di Napolitano in seicento pagine di documentazione schiacciante. Altrove, il pericolo per la posizione del presidente fece alzare un coro di voci ruffiane e raggiunse livelli quasi isterici.

Nel frattempo Monti, salutato con entusiasmo all’inizio del suo incarico e insignito sul Financial Times del nomignolo di ‘Super Mario’, si stava dimostrando una delusione. Incaricato con riluttanza sia dal centro sinistra che dal centro destra, lo spazio di manovra di Monti era limitato, dal momento che non aveva pieno appoggio di nessuno dei due blocchi e la base dei due movimenti politici era scontenta di questo accordo.  Presto però divenne chiaro che i suoi rimedi non stavano portando alcun beneficio. Sotto un regime che un critico italiano definì “austeritario”, la combinazione di Monti di alzare le tasse ed abbassare la spesa pubblica abbassò sì lo spread ed il deficit ma intensificò anche la recessione. I consumi crollarono e la disoccupazione giovanile aumentò. Le riforme strutturali, come intese dalla Commissione Europea e dalla BCE, non si materializzavano. Nel 2012, il PIL arretrò del 2,4%. Dal punto di visto politico, vi era poco da guadagnare continuando a sostenere quello che era diventato un governo molto impopolare. Alla fine dell’anno, il centro-destra uscì da questa intesa e Napolitano, riluttante, dovette sciogliere le camere con Monti al suo posto, finché non fossero state indette nuove elezioni.

 

(Parte 2)

(Parte 3)

 

[Articolo originale "The Italian Disaster" di Perry Anderson]

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Traduzione di:
Loredana SpadolaSvezia Loredana Spadola
Napoletana e ricercatrice in un’azienda farmaceutica a Göteborg. Lettrice vorace.
Gaia RestivoSvizzera Gaia Restivo
Una dei fondatori del sito ItaliaDallEstero.info. Ricercatrice in Svizzera impegnata nella lotta al cancro.
Sara AngelucciItalia Sara Angelucci
sarangelucci@gmail.com
Simone SerraRepubblica ceca Simone Serra
Valentina VendittiItalia Valentina Venditti
Laureata in lingue, sto terminando la specializzazione in Letterature Comparate. Collaboro con italiadallestero perché condivido a pieno il progetto per un’informazione più libera e completa. Traduco dal francese e dall'inglese. valentina.venditti2@gmail.com
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Revisione di:
Loredana SpadolaSara Angelucci