La Grande Bellezza lo ha già dimostrato: la produzione dello stivale non vuole dipendere esclusivamente dal ricordo dei suoi anni d'oro. I quindici film che integrano la mostra sono la dimostrazione di uno stato di buona salute che richiede una certa attenzione.

Il Cinema italiano continua a prosperare

Página|12

La Grande Bellezza lo ha già dimostrato: la produzione dello stivale non vuole dipendere esclusivamente dal ricordo dei suoi anni d’oro. I quindici film che integrano la mostra sono la dimostrazione di uno stato di buona salute che richiede una certa attenzione.

Mentre nelle sale cinematografiche continua a resistere in cartellone La grande bellezza – il film di Paolo Sorrentino divenuto ormai un vero e proprio fenomeno cinematografico del cinema locale, superando i 100.000 spettatori, è appena sbarcato al Cinemark di Palermo [quartiere di Buenos Aires, Ndt] la prima edizione del Cinema Made in Italy, che dall’8 al 14 maggio ha presentato quindici lungometraggi appena prodotti nello stivale. Organizzato dall’Istituto Luce Cinecittà con l’Ambasciata d’Italia e l’Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires, l’evento ha girato varie città come New York, Londra, Tokio e arriva in città  al posto del Festival del Cinema Italiano di Buenos Aires dopo le due edizioni, in sedi diverse a Buenos Aires, degli anni 2011 e 2012.

Dalle pagine del catalogo, Maria Mazza, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires, afferma: “Lungo questo ciclo, che propone uno sguardo sull’ultima produzione italiana, dal cinema commerciale a quello d’autore, lo spettatore si confronterà con tematiche e riflessioni che attraversano l’attualità italiana, il senso della vita e della morte, le contraddizioni della politica, la lotta contro ogni forma di corruzione, il desiderio di vivere e di sopravvivere in un mondo sempre più instabile”. La cosa certa è che il cinema italiano contemporaneo vive all’ombra dei suoi periodi più gloriosi, dal rinascimento neorealista del dopoguerra ai grandi anni ’50 e ’60, ma anno dopo anno dà segni di vitalità grazie agli sforzi personali di un pugno di registi. A livello internazionale è compito dei festival del cinema di dare visibilità a questi titoli, e soprattutto il Festival di Venezia (che d’altronde è il più antico del mondo) è logicamente un trampolino di lancio fondamentale per la produzione cinematografica italiana.

Proprio grazie ad una giuria presieduta da Bernardo Bertolucci il primo premio del festival veneziano è andato ad un film documentario, il primo della storia ad ottenere il prezioso Leone d’Oro. Sacro GRA, del regista Gianfranco Rosi – di cui abbiamo già potuto apprezzare in una passata edizione del DocBuenosAires il pregevole  El Sicario, Room 164 – si presenta come una specie di affresco impressionista sull’autostrada che circonda la città di Roma, il Grande Raccordo Anulare, il cui acronimo acquista tratti divini nel titolo del film.  L’avvicinamento di Rosi alle sue creature – tra le altre un pescatore del Tevere che resiste stoicamente all’avanzare della modernità, un infermiere che attraversa ogni giorno l’autostrada a bordo di un’ambulanza, una figlia e il suo anziano padre recentemente trasferitisi in un nuovo complesso residenziale, il vecchio discendente di un’aristocrazia in via d’estinzione, uno specialista in insetti ossessionato dalla salute delle palme locali – si trasforma, grazie ad un montaggio che passa continuamente da un personaggio all’altro, in un campionario di casi e cose che non ha mai preteso di fare dell’esemplare un archetipo della totalità. Sembrano tutti leggermente (o abbastanza) eccentrici, nel duplice senso di possedere una personalità che fugge da tutto quello che si intende per normalità e di abitare, come asteroidi in un anello di orbite sovrapposte, ai margini del centro romano ma allo stesso tempo vicino a quell’autostrada che delimita, attrae e, in alcuni casi, allontana. In questo senso, l’aneddotico prevale su qualsiasi tentativo di universalità.

Presentata a livello internazionale al Festival di Cannes e, come Sacro GRA, proiettata appena un mese fa all’ultima edizione del Bafici, Salvo, opera prima di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, cerca di incrociare le vie del cinema di genere e un certo spirito autorale nella storia di un sicario della mafia palermitana e della particolare relazione che instaura con la sorella cieca di una delle sue vittime. Dopo un’apertura con suspence, spari e inseguimenti, Salvo (questo è il nome del laconico assassino che ricorda direttamente il samurai di Melville e Delon) offre uno di quei piani sequenza capaci di far sbavare anche il cinefilo più navigato, mentre il protagonista (l’attore palestinese Saleh Bakri) incontra per la prima volta la ragazza non vedente. Dopodiché, usando con parsimonia il dialogo, il film affronta – a volte con esito positivo, altre volte no – drammatici luoghi comuni e novità formali, trovando un elemento di lieve comicità e di critica sociale in un paio di personaggi secondari.

Cinema Made in Italy offrirà anche una doppia dose di Toni Servillo, il protagonista di La grande bellezza e di altri film girati da Sorrentino. Ne E’ stato il figlio“di Daniele Cipri, è il protagonista di una commedia nerissima nella quale incarna il boss del clan Ciraulo, una famiglia impoverita e sporca, brutta e cattiva che tuttavia è riuscita a fare un pò di soldi grazie alla morte accidentale di un familiare per mano dei mafiosi del quartiere. In Viva la libertà, film di Roberto Andò i cui diritti stranamente non sono stati ancora acquisiti per la distribuzione in Argentina, Servillo interpreta non uno, bensì due ruoli: quello di Enrico Olivieri, un eminente politico che abbandona di proposito il suo posto a causa di una crisi depressiva, e quello di Giovanni Ernani, che lascia l’ospedale psichiatrico per prendere provvisoriamente il posto di suo fratello gemello. Commedia drammatica o dramma comico con identità incrociate e un pizzico del classico Oltre il giardino di Jerzy Kosinski, Viva la libertà conta anche sulla partecipazione dell’attrice italofrancese Valeria Bruni Tedeschi e su un tono gentile e benpensante che rende il film un vero e spudorato crowdpleaser (parolina inglese che significa sedurre il pubblico senza alcuna riserva o pudore).

Tra gli altri titoli che completano la programmazione di questa prima edizione argentina di Cinema Made in Italy ricordiamo Miele, il film che segna il debutto come regista dell’attrice Valeria Golino, centrato su una ragazza il cui lavoro quotidiano (illegale ovviamente) consiste nell’aiutare i malati terminali che desiderano terminare anticipatamente la propria vita, e la coproduzione italo-argentina L’arbitro, commedia calcistica sullo scontro tra due squadre di un piccolo paese della Sardegna, film che apre il ciclo e che potrà contare sulla presenza del regista Paolo Zucca, e degli attori Jacopo Cullin e Benito Urgu.

[Articolo originale "El cine italiano se niega a languidecer" di Diego Brodersen]

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Traduzione di:
Simone GiovanniniItalia Simone Giovannini
Laureato in Lingue e culture straniere. Per Italia dall’estero traduce dalla lingua spagnola. simone.giovannini01@gmail.com http://www.proz.com/translator/1087309
Revisione di:
Elena BergamaschiAmina Iacuzio