[El Pais]
Nanni Moretti, produttore, distributore, proprietario di una sala cinematografica, oltre che regista, attore e icona della sinistra, lo ha detto chiaro e tondo: il successo di “Gomorra”, il film di Matteo Garrone, candidato anche agli Oscar, e de “Il Divo” sono l’eccezione nella mancanza di qualità generale, “e non giustificano il discorso del rinascimento: sono film d’autore, e da qui a generalizzare ce ne passa”. D’accordo con Moretti è Paolo Sorrentino, talentuoso regista de “Il Divo” (sarà presentato in Spagna ad aprile 2009), sguardo caricaturiale e cruento alla biografia di Giulio Andreotti, otto volte primo ministro, condannato per associazione mafiosa - reato poi caduto in prescrizione - e ancora senatore a vita.
Forse il discorso del rinascimento è solo un’illusione, propaganda. Forse l’Italia del XXI secolo non eccede con le di buone notizie. E forse un po’ di nazionalismo, sebbene sia cinematografico, in un paese tanto frammentato e diviso come questo non fa male per sollevare il morale. Pochi giorni fa, i media hanno portato all’estremo questo riflesso localista tanto in voga di chiamare Moretti “esterofilo” per non avere incluso nella programmazione nel XXVI Festival di Torino, del quale è il direttore, nemmeno un film italiano tra i 15 in concorso. “E’ capitato”, ha detto Moretti, “che a Venezia ci siano stati quattro film italiani in concorso, e a Roma sei. A Torino non ce n’è nessuno tra i 15, ma la media di 10 in tre festival non è male”.
Tra gli altri a Torino ci sarà lo sceneggiatore Vincenzo Cerami, partner artistico di Roberto Benigni (tre oscar per ”La vita è bella”). Cerami non è un tipo che si lascia abbindolare dai fenomeni mediatici. “Povero cinema italiano, orfano di sogni. Scomparso. Dissolto. Bisogna ricominciare da zero. Avere il coraggio dell’ispirazione”, ha detto questa settimana.
Quel che è certo è che, qua e là, il cinema italiano lascia intravedere segni di creatività e impegno, sintomi di resistenza titanica al linguaggio televisivo del lieto fine e alla commedia di costume. Sebbene lo faccia sempre in un modo esotico, singolare o addirittura marziano. E’ il caso di “Pranzo di Ferragosto”, miniproduzione del romano Gianni Di Gregorio che ha guadagnato molto di più di quanto è costato. Il regista e sceneggiatore ha scelto un gruppo di anziane come attrici per il suo primo film autobiografico, e ha deciso di interpretare sé stesso: “Quando ho spiegato alla troupe che bisognava trovare un uomo di mezz’età, più o meno alcolizzato e che avesse vissuto molti anni con sua madre, tutte le facce si sono girate verso di me”.
Un’altra sorpresa ancora più “underground”, sorta dall’avvelenato sottosuolo del “territorio Camorra”, è “Biutiful cauntri”, spaventoso e illustre documentario sulla sporcizia morale e fisica che inonda il vecchio “Belpaese”. Diretto da Esmeralda Calabria, Andrea d’Ambrosio e Peppe Ruggiero, ha avuto un meritato riscontro commerciale. Secondo il maestro Mario Monicelli, questa è la strada da seguire: “Il cinema può e deve educare la società, occuparsi della delle persone, dei temi umani, della politica. L’uomo, disse Aristotele, è un animale politico. E tutto ciò che lo riguarda deve interessare il cinema”.
La conclusione? Secondo il critico Paolo Pilitteri non c’è niente da festeggiare. “I due fuochi di Cannes sono fuochi fatui”, ora si tratta solo di dire addio al cinema italiano, “sprofondato in una crisi spietatamente diffusa dalla moltiplicazione dei festival, come se la bulimia degli organizzatori si riflettesse nell’anoressia dei film”.
[Articolo originale "¿El 'risorgimento' del cine italiano?" di Miguel Mora]



















