Quando gli operai erano vicini alla morte, quando non riuscivano quasi più a parlare, alcuni incaricati si presentavano in ospedale offrendo cifre irrisorie e un documento pronto da firmare, col quale veniva esclusa la possibilità di qualsiasi ulteriore rivendicazione sul piano giudiziario da parte dei familiari.

La maledizione dell’amianto

El País

Una parte delle vittime lancia un’offensiva internazionale affinché vengano ritirati i titoli e le onoreficenze concesse al milionario Stephan Schmidheiny, ex proprietario dell’azienda Eternit. In Brasile l’obiettivo è l’Ordem do Cruizeiro so Sul, che gli venne concessa dal presidente Fernando Henrique Cardoso

Se dipendesse dalle vittime dell’amianto il 2014 sarebbe l’anno peggiore nella vita del milionario svizzero Stephan Schmidheiny. Si preparano ad aprire un altro fronte nella lotta per la proibizione della fibra cancerogena. Questa volta l’obiettivo è qualcosa di più prezioso del patrimonio dell’imprenditore, la cui famiglia fondò la svizzera Eternit. Nel XX secolo il gruppo industriale semino’ fabbriche per  il mondo, che produssero malattie letali come l’asbestosi (conosciuta come “polmone di pietra”) e il mesotelioma (il cosiddetto cancro dell’amianto). Ora l’obiettivo dei malati e dei loro famigliari è il patrimonio immateriale al quale lo svizzero ha dedicato molti soldi, battaglioni di consulenti e tutti i suoi sforzi: la sua biografia.

In Brasile, gli avvocati dell’Associazione Brasiliana degli Esposti all’Amianto [ABREA,Associação Brasileira dos Expostos ao Amianto, NdT] vogliono che gli venga ritirata la prestigiosa onorificenza Ordem do Cruzeiro do Sul, concessa allo svizzero nel 1996 dall’allora presidente Fernando Henrique Cardoso. L’offensiva fa parte di una strategia internazionale delle vittime guidata dall’Italia.

Dall’anno scorso l’organizzazione italiana AFEVA (Associazione Familiari Vittime Amianto) fa pressione sull’Università di Yale affinché revochi la laurea honoris causa in Lettere concessa a Schmidheiney nel 1996. In Venezuela e in Costa Rica iniziano a nascere iniziative simili per fare pressione sulle istituzioni che lo hanno premiato. L’obiettivo è cancellare uno ad uno i titoli e i premi esibiti dal milionario nella sua biografia officiale. Per ognuno dei titoli onorifici c’è un gruppo di vittime che si sono organizzate e premono per ottenerne l’annullamento. “Non ci interessa distruggere un essere umano, ci interessa la ricerca della verità. E la verità è che non c’è onore nel comportamento del signor Schmidheiny”, ha scritto all’università di Yale Bruno Pesce, coordinatore dell’associazione AFEVA.

Stephan Schmidheiny è un personaggio tragico del mondo contemporaneo. Per la maggior parte dell’umanità è una persona indegna, per altri un eroe. Durante gli anni ‘90  è stato estremamente attento nel costruirsi una biografia che potesse cancellare (o per lo meno offuscare) il suo ruolo da protagonista in quella che è definita “la peggiore catastrofe sanitaria del XX secolo”: le decine di migliaia di morti nel mondo dovute alla contaminazione da amianto (asbesto), di cui una parte significativa avvenuta all’interno delle fabbriche della Eternit, nelle case di chi ci lavorava, o nel raggio di alcuni chilometri dagli impianti.

Ci era quasi riuscito

La famiglia Schmidheiny, una delle più ricche della Svizzera, fece fortuna sfruttando l’amianto a partire dall’inizio del XX secolo. Nel 1969, a 22 anni, Stephan entro’ da stagista nella fabbrica Eternit di Osasco (regione metropolitana di San Paolo),  e in quel periodo conobbe alcuni operai che sarebbero poi morti per malattie causate dalla fibra. Nel 1976, a 29 anni, assunse la direzione della Eternit e, secondo la sua versione, decise di porre fine alla produzione e di vendere l’azienda in seguito alla scoperta delle malattie gravi, alcune fatali, causate dall’amianto. Ma l’Eternit resto’ in possesso della famiglia fino al 1990. Non fu chiusa ma venduta, e la redditizia produzione venne ceduta ai nuovi proprietari, cosi’ come le perdite umane ed ambientali.

Il suo sito web lo descrive così: “1988: inizia la vendita di tutte le partecipazioni nel gruppo svizzero Eternit, che terminò alla fine degli anni ottanta. Le partecipazioni furono vendute ai successori legali con tutti i diritti e i doveri.” Il grassetto è mio.

E’ importante comprendere il contesto nel quale il clan Schmidheiny si ritira dal business responsabile di gran parte della sua fortuna per quasi un secolo. In quel momento l’Europa già faceva i conti con lo scandalo dell’amianto, con migliaia di vittime. Si stima che entro il 2025 solo in Francia moriranno 100.000 persone a causa di malattie in relazione con l’asbesto. I primi paesi europei che vietarono la materia prima furono l’Islanda nel 1983, e la Norvegia nel 1984. Progressivamente l’amianto fu eliminato in diversi paesi, fino al bando dall’Unione Europea nel 2005. Oggi l’amianto è vietato in 66 paesi, una lista d’onore della quale il Brasile non fa parte.

Esistono documenti che provano che l’azienda possedeva informazioni sulla relazione tra amianto e malattie letali dall’inizio del XX secolo. Negli anni ‘30 c’erano già studi importanti che provavano il potenziale di morte dell’asbesto in caso di sua inalazione e il fatto che causasse malattie che impiegavano anni se non decenni a manifestarsi. Una di queste, l’asbestosi, uccide la vittima lentamente per asfissia: indurisce il polmone al punto di impedire l’inspirazione e l’espirazione. Migliaia di lavoratori nel mondo sono morti asfissiati dopo aver dedicato la propria vita alla Eternit e altre imprese che lavorano l’amianto. La maggior parte di essi stanno ancora lottando sul piano giudiziario per ottenere indennizzi e assistenza. In Brasile aziende come la Eternit hanno addirittura messo a punto un protocollo.

Quando gli operai erano vicini alla morte, quando non riuscivano quasi più a parlare, alcuni incaricati si presentavano in ospedale offrendo cifre irrisorie e un documento pronto da firmare, col quale veniva esclusa la possibilità di qualsiasi ulteriore rivendicazione sul piano giudiziario da parte dei familiari. Disperati, addolorati, senza più poter respirare, molte vittime firmarono le carte della vergogna.

In un primo momento l’industria dell’amianto negò il carattere tossico della fibra. Successivamente, quando fu impossibile nascondere l’aumento di malati e morti tra gli operai (molti per mesotelioma e altri tipi di cancro relazionati alla contaminazione da asbesto), così come gli studi dai risultati sempre più evidenti, cambio’ solfa, e comincio’ a diffondere l’idea dell’ “uso controllato dell’amianto”. Voleva convincere che, utilizzando precauzioni e protezioni, fosse possibile continuare a produrre senza mettere in pericolo la vita degli operai.

Sprecò, e continua a sprecare, milioni di dollari per pagare consulenti, lobby e scienziati che hanno la missione di far circolare e far prevalere questa idea. Il Brasile, paese nel quale l’amianto è proibito solo in sei stati (Rio Grande do Sul, São Paulo, Pernambuco, Río de Janeiro, Mato Grosso y Minas Gerais), è un esempio di come la strategia ha funzionato a costo di vite umane, di inquinamento ambientale e, in sostanza, di  un salasso considerevole della  Sanità pubblica.

Promuovendo la sua uscita strategica dal business dell’amianto, Stephan Schmidheiny si dedico’ a una specie di lavaggio della propria autobiografia. Il miliardario svizzero conio’  il concetto di “ecoefficienza”, trasformandosi in uno dei protagonisti di Rio 1992, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo, e creò le fondazioni Fundes e Adivina.

Quest’ultima, abbastanza conosciuta anche in Brasile, finanzia progetti per la riduzione della povertà in diversi paesi. Collezionista ed esperto d’arte è passato con disinvoltura alla gestione di musei, come il prestigioso Museo di Arte Moderna (MoMA) di New York. Come “imprenditore moderno e filantropo” ha tenuto conferenze nelle università della Ivy League americana, come Yale. Nel 2003 ha creato un organismo chiamato Viva Trust, che ha donato un miliardo di dollari per finanziare i progetti sociali e ambientali di Avina. In questo atto annunciò il ritiro dal mondo degli affari, distribuendo biglietti da visita sui quali sotto il suo nome, c’era scritto: “pilota di elicottero e sub”.

La trasformazione nella sua biografia da principe dell’amianto ad ambientalista e filantropo sembrava conclusa con enorme successo. Reportage pieni di lodi su riviste internazionali – anche brasiliane – lo mettevano in apertura o in prima pagina. Tutto sembrava andare per il meglio per Stephan Schmidheiny, così come era successo per altri prima di lui in altri contesti. Fino al 13 febbraio del 2012. Quel giorno fu condannato dal Tribunale di Torino a 16 anni dicarcere e al risarcimento di 100 milioni di euro per la morte di migliaia di persone, tutte vittime di malattie dovute al contatto con l’amianto all’interno di impianti Eternit italiani. Il crimine fu descritto come “disastro ambientale doloso permanente e omissione volontaria di cautele antinfortunistiche per gli operai”. Il 3 giugno 2013 la sentenza non solo è stata confermata, ma gli anni di detenzione sono passati da 16 a 18. La sentenza definitiva è prevista entro il 2014 a Roma. L’altro imputato, il barone belga Jean-Louis Marie Ghislain de Cartier de Marchienne, è morto l’anno scorso. Durante il processo, a cui Schmidheiny non si è presentato, l’uomo che era stato descritto dalla rivista americana Forbes come “il Bill Gates svizzero”, ha visto il suo nome accostato al termine “assassino”.

Il comportamento della Eternit è stato descritto in tribunale per ore, da uomini e donne che avevano perso padri, madri, mariti, mogli e figli per malattie causate dall’amianto, o da chi sarebbe lui stesso morto di cancro, dolorosamente, prima della fine del processo.

Persone come l’italiana Romana Blasotti Pavesi, che ha  perso il marito, la sorella, un cugino, un nipote e, alla fine una figlia a causa di un mesotelioma provocato dall’esposizione all’amianto. Soltanto il marito aveva lavorato nella fabbrica. Cittadini di Casale Monferrato, la città dominata da una fabbrica Eternit per quasi tutto il XX secolo, hanno raccontato del momento in cui scoprirono che non  morivano solo gli operai ed i loro familiari, ma anche altre persone, di altre professioni (giornalisti, medici, professori, eccetera), che non avevano mai maneggiato direttamente la fibra ma che ne erano stati contaminati per via ambientale.

La sentenza afferma che, nel 1967, di fronte all’aumento delle conferme di un legame tra l’asbesto e malattie croniche e mortali, l’industria promosse una conferenza in Germania con l’obiettivo di discutere le strategie per far fronte al problema senza dover abbandonare la lavorazione dell’amianto. Stephan Schmidheiny era presente a quell’incontro. Si sottolinea anche che partecipò ad azioni volte a confondere l’opinione pubblica, a sminuire o a mettere in dubbio gli studi scientifici che provavano l’effetto nefasto della fibra minerale sulla salute.

Infine la corte concluse: “Stephan Schmidheiny nel 1976 era pienamente consapevole delle indagini epidemiologiche sulla relazione causale tra respirare fibre di amianto e l’insorgere di malattie”. Dopo la sentenza, la stessa stampa che per anni aveva lodato l’energia imprenditoriale, l’altruismo, la lungimiranza e la generosità del milionario fu costretta a fare marcia indietro.

Se guardiamo la biografia di Stephan Schmidheiny, le vittime dell’amianto fanno a gara nel riscrivere la sua storia. Ma in un momento molto particolare. Mentre la maggior parte del mondo sviluppato ha già messo fuorilegge l’utilizzo della materia prima, e lotta contro le perdite umane e ambientali, parte dei paesi emergenti come il Brasile restano ancora abbastanza permeabili alla lobby industriale, se non complici della sofferenza e della morte di esseri umani. Il Brasile è oggi il terzo produttore mondiale, il terzo esportatore ed il terzo utilizzatore di amianto. E’ importante sottolineare che in Brasile l’amianto è raro nelle zone ricche delle metropoli, mentre continua ad essere molto usato nelle favelas, nelle periferie, nei villaggi, nelle comunità indigene, nelle case dei piccoli contadini, perfino – e forse in modo speciale – in Amazzonia.

In questo contesto il dibattito sulla narrazione della biografia di Stephen Schmidheiny diventa di nuovo strategico per la lotta all’abolizione dell’amianto. E puo’ portare sia all’accelerazione di alcuni svolgimenti, sia all’aggiunta di nuovi capitoli di una storia ancora in fieri. Non c’è dubbio che l’amianto è un vero thriller, che potrebbe tradursi in un film sui metodi della sua industria come lo è stato The Insider per il tabacco. Oppure in un film come Thank you for smoking sulle “lobby del male”. Ci sono pochi dubbi sul fatto che passerà alla storia come uno dei più grandi scandali dei secoli  XX e XXI sia del mondo del lavoro che della salute pubblica. Purtroppo l’immagine e il ruolo di protagonisti come Schmidheiny sono ancora controversi.

Le vittime dell’amianto, con questa lotta per toglierli titoli, premi e onoreficenze, cercano di impedire il trionfo della narrazione di Schmidheiny, quella che viene fuori chiaramente da una vecchia versione della sua biografia, raccontata in prima persona, ma già modificata nel sito ufficiale:

“La famiglia Schmidheiny ha sempre vissuto in maniera discreta, lontana dalla vita pubblica. Di colpo mi ritrovai sulle prime pagine dei giornali, messo in relazione agli effetti nocivi dell’amianto, gli stessi effetti contro cui cercavo di proteggere i miei dipendenti ed il gruppo. E’ stato molto difficile, non solo per me ma anche per la mia famiglia ed i miei amici. In quel momento capii che ero incapace di valutare da solo il peso dei rischi che comporta la fabbricazione di prodotti in fibrocemento. I nostri consulenti credevano che gli studi scientifici che provavano la tossicità di questo materiale fossero pieni di contraddizioni. Io mi rendevo conto di come la mancanza di un chiaro consenso scientifico e tecnico in relazione sull’amianto e sull’imprevedibilità dei suoi effetti, rendessero impossibile ogni pianificazione o gestione del rischio.bConclusi allora che non era una prospettiva così promettente da rimanerci coinvolto. Allo stesso tempo presi una decisione radicale. Senza avere la minima idea di come avremmo messo in pratica il cambiamento, annunciai pubblicamente che il gruppo avrebbe interrotto la lavorazione dell’amianto. Mi ricordo ancora molto bene le parole di uno dei responsabili tecnici dopo la mia dichiarazione:n ‘Il giovane Schmidheiny è pazzo! Vuole fabbricare prodotti Eternit senza amianto. E’ come volere trovare l’acqua asciutta…’ Presi la decisione di non utilizzare più l’amianto basandomi sulla relazione che esiste tra questo minerale e problemi sanitari e ambientali. Ma avevo anche avuto l’impressione che, in un’epoca di crescente trasparenza – così come di preoccupazione per i rischi legati alla salute – sarebbe stato impossibile sviluppare e mantenere un business redditizio con l’amianto. Dopo questa intuizione ho cominciato a prendere in seria considerazione i rapporti tra affari e società. Fu un periodo doloroso, ma segnò anche l’inizio di una preparazione dal valore inestimabile, in vista della mio impegno successivo, che mi vedeva a capo di questioni legate al rapporto tra affari e società.”

Questo periodo della sua vita è riassunto nella biografia presente sul sito attuale, raccontata ora in terza persona: “Il giovane avvocato entrò in Eternit Svizzera a soli 29 anni, in breve assunse il ruolo di leader e immediatamente iniziò a promuovere l’uscita dall’era dell’amianto”. Questa versione è considerata dalle vittime e dai loro avvocati un prodotto dell’accurato lavoro di lavaggio della sua biografia. “Non voglio entrare nel merito della sua vita precedente o del suo dinamismo imprenditoriale. Ma non c’è niente niente di purificatorio in questa vendita. Schmidheiny ha fatto un uso commerciale della Eternit, ricavandone benefici economici. Non è stata una donazione. L’ha venduta, lasciando che manufatti in amianto continuassero ad essere prodotti dal nuovo acquirente”, afferma Mauro Menezes, avvocato dell’ABREA. “Al nostro paese non conviene lasciare una medaglia a chi è stato poi condannato per omissione dolosa delle norme sulla sicurezza per migliaia di persone.” Roberto Caldas, anche lui avvocato dell’ABREA – ed oggi giudice della Corte Interamericana dei Diritti Umani – afferma: “Un titolo onorifico dice alla società che il beneficiario ha realizzato un grande servizio in favore del suo paese. Quando ci si accorge che l’individuo è distante da ciò che si pensava, niente di più naturale che ritirarglielo. Un criminale non può continuare ad ostentare un’onoreficenza come questa per non compromettere l’immagine del paese”.

In Brasile la principale protagonista della lotta per l’abolizione dell’amianto è l’ingegnere Fernanda Giannasi. Ispettore del Ministero del Lavoro per 30 anni, è andata in pensione ad agosto per dedicarsi completamente alla causa che gli ha già provocato  minacce di morte. “Lottare per il ritiro dell’Ordem do Cruzeiro do Sul concessa a Schmidheiny rappresenta un altro fronte per scrivere in modo definitivo la storia di questo delitto sociale quasi perfetto” afferma. “Questa lotta rappresenta lo smascheramento di un personaggio che all’inizio degli anni novanta era considerato un guru dal movimento ambientalista, ma che in effetti è un pezzo del gran rompicapo che rappresenta l’incredibile storia di questo crimine corporativo-industriale-multinazionale, che ha attraversato quasi impunemente tutto il secolo scorso”.

La lotta per riscrivere la biografia del milionario svizzero non sarà facile. L’aura di Schmidheiny è rimasta intatta in alcune alte sfere, anche dopo la condanna del Tribunale di Torino. Lo scambio di lettere tra lo studio legale che rappresenta le vittime italiane e l’Università di Yale ne è la prova.

Questa è la risposta della presidenza di Yale alle vittime [italiane, NdT]: “Yale concesse il titolo onorifico al signor Schmidheiny per la sua difesa di uno sviluppo e di una crescita economica sostenibili. La decisione di premiarlo fu presa da un comitato che tenne conto di tutta la sua storia: quella di un filantropo che usò la sua ricchezza per destinare fondi alla crescita sostenibile in America Latina ed in tutto il resto, un pioniere di livello internazionale nel mutamento di prospettiva delle imprese nei confronti della sostenibilità ambientale, e un imprenditore che ha ereditato e smantellato un modo di lavorare l’amianto che durava da decenni. Nella storia di Yale non c’è mai stata una revoca di titoli onorifici, e non stiamo considerando di farlo nel caso del signor Schmidheiny”.

Christopher Meisenkothen, uno degli avvocati delle vittime italiane [di Casale Monferrato, NdT], ha risposto: “Quando il gruppo dei beneficiari é macchiato dall’inclusione di personaggi controversi, il valore delle onorificenze di un’istituzione diminuisce. Mi piacerebbe pensare che un’istituzione come l’Università di Yale voglia mantenere e proteggere l’integrità dei suoi titoli onorifici, e mantenere alti gli standard etici con i quali sceglie i candidati”.

L’avvocato delle vittime ha richiesto l’elenco delle donazioni elargite da Schmidheiny all’università. In una prima comunicazione, Yale ha negato qualsiasi contributo. Misenkothen allora ha inviato copie di materiali pubblicitari dell’università, dai quali risulta una donazione elargita dalla Fondazione Avina a Yale poco dopo la concessione del titolo al milionario. La direzione di Yale ha chiesto scusa, spiegando che aveva fatto ricerche solo su “data base digitali” e non negli “archivi cartacei”, e questo è il motivo per cui aveva diffuso un’ “informazione non corretta”. Ma nonostante ciò ha ribadito la decisione di non revocare l’onoreficenza. I familiari delle vittime si ripromettono di continuare a fare pressione sull’università e sull’opinione pubblica americana e internazionale per la revoca dei  titoli.

Yale è un’instituzione privata. Il caso brasiliano è diverso. La Ordem do Cruzeiro do Sul è un riconoscimento concesso dallo Stato per i servizi prestati da uno straniero al paese, e include pertanto l’insieme della popolazione brasiliana.  Tra le strategie messe a punto dalle vittime brasiliane dell’amianto, oltre ad un’intensa campagna sui social network, c’è anche quella di far si’ che un deputato si faccia portatore della causa, e l’onoreficenza annullata dal legislativo. Esiste per lo meno un precedente attualmente in parlamento: la richiesta di ritiro della Ordem do Cruizero do Sul ad Alberto Fujimori, ex presidente del Perù, oggi condannato per gravi violazioni dei diritti umani.

Il lavaggio della biografia non è di certo una novità nella storia. Gli storici potrebbero approfondire. In generale c’è un cammino tortuoso e una serie di lacune tra la persona in carne ed ossa, le sue passioni e malefatte, e il personaggio pulito che diventa un monumento nelle piazze di ogni città. La differenza tra cio’ che avveniva e cio’ che avviene ora, soprattutto nell’era di Internet, è che tale transizione puo’ anche non concludersi con il successo abituale.

Se prima per creare una nuova immagine bastava essere potenti economicamente e politicamente, oggi ci sono molti ostacoli. Cominciando dal fatto che ci sono parti in causa, finora senza voce in capitolo, che hanno iniziato ad alzare la voce nei social network e ad organizzare campagne rumorose, diffondendo informazioni che il padrone della biografia, fino ad allora eroica, preferiva mettere a tacere. Non sono grida vuote, ma rafforzate da documenti: le vittime italiane hanno consegnato all’Università di Yale una lettera in favore della loro causa con le firme di più di 70 scienziati famosi, così come le principali conclusioni della Corte di Torino, prese da una sentenza di più di 800 pagine. Connesse grazie alla tecnologia, e organizzate nei social network, le vittime dell’amianto si ripromettono di affrontare i consulenti d’immagine e i gestori di crisi del miliardario svizzero e, con pochi soldi ma molti appoggi nel mondo, di riscrivere una storia molto più complessa della vita di Stephan Schmidheiny. Contestano la scrittura della storia non nel futuro, ma ora, nel presente.

Stephan Schmidheiny non è l’unico magnate che dopo una vita turbolenta nel mondo degli affari ha deciso di trasformarsi in filantropo. Sia per espiare i peccati precedenti, o per strategia di marketing, per fuggire a condanne future, oppure per un  improbabile ma non impossibile pentimento reale. Per tutto ciò e per altri motivi. Il mondo attuale lo muovono alcuni di questi uomini che hanno investito o donato le fortune ottenute in modo come minimo discutibile, a fondazioni che finanziano cause corrette. Come la Fondazione Avina di Schidheiny, che non è certo l’unica.

Questa realtà porta alcuni dilemmi etici a chi è fino a prova contraria onesto e in buona fede, e che beneficia di questo appoggio per mettere in atto importanti provvedimenti tesi a ridurre la povertà, proteggere l’ambiente o le condizioni sociali, e perfino a rendere più democratico il sistema dell’informazione. Sembra un’equazione semplice, ma non lo è affatto. Da un lato, il denaro ottenuto in modo discutibile, illecito o addirittura criminale, è impiegato per progetti di importanza comprovata. D’altro chi riceve i finanziamenti concorre a incoraggiare e legittimare il lavaggio della biografia del donante, passando una gomma da cancellare sulla storia. Movimenti come quello delle vittime dell’amianto, mettendo in primo piano l’immagine del filantropo Stephan Shmidheiny, aprono una discussione spinosa che pochi sono interessati a portare avanti. Ma a volte bisogna avere il coraggio di affrontarla. In nome della trasparenza, ma anche perché rendere più complesse le nuove alternative ci fa maturare come società.

Farabutto o eroe? Stephan Schmidheiny non è forse né l’uno né l’altro, molto volte entrambe le cose in momenti ecircostanze diverse. Tra i suoi errori c’è anche quello di credere che avrebbe potuto farsi passare da eroe (cosa che di fatto ha quasi ottenuto). Ma la Eternit ha creato troppi fantasmi, in un’epoca interconnessa come non mai, perché questo fosse possibile. Questi fantasmi parlano ora attraverso la parola dei familiari vivi. E parlano in rete, a milioni di persone.

Come essere umano, né eroe né farabutto, la tragedia di Stephan Schmidheny è affascinante. Assumersi la responsabilità di quello che la sua famiglia ha fatto per quasi un secolo equivarrebbe a promuovere la distruzione della memoria familiare, cosa non facile per nessuno, ricco o povero. Ha un senso credere che l’unica scelta etica possibile sarebbe stata svelare ed ammettere la parte oscura della storia della Eternit, ammettere la responsabilità delle perdite umane e ambientali, indennizzare e appoggiare i lavoratori, cosi’ come promuovere la bonifica delle città dove sorgevano le fabbriche. E donare il denaro restante a favore della ricerca sulle malattie dovute all’amianto. Non per paura di essere arrestato, anche se ha già dichiarato alla stampa che non finirà “in un carcere italiano”, ma perché è moralmente corretto, anche se terribilmente difficile.

Questo percorso pero’ non è eroico, ma soltanto umano. Gli uomini devono convivere con i propri errori e le proprie mancanze di coraggio, o addirittura con le mani macchiate di sangue, molto spesso in pubblico. Il percorso degli uomini non frutta onoreficenze da parte di Yale, né medaglie da parte di Itamaraty, né tribuna d’onore nei summit mondiali sull’ambiente, né nomine in musei di rilievo.  Stephan Schmidheiny ha preferito vendere l’azienda, trasferire le perdite nelle mani di altri, e impegnarsi nella costruzione di una immagine di persona degna di onori. Proprio lui, che secondo il Tribunale di Torino era connivente con tanta malvagità, ha voluto di più: un posto da eroe nella Storia. E’ a questo punto che sono apparse le sue vittime, per ricordargli che è un farabutto, e che i cadaveri resteranno insepolti fintantoché non sarà fatta giustizia.

Il 19 dicembre 2003 João Francisco Grabenweger, operaio della Eternit di Osasco (area metropolitana di San Paolo) che, poiché parlava il tedesco, era stato una specie di interprete e cicerone nella fabbrica brasiliana per il giovane stagista Schmidheiny, scrisse una lettera al milionario. Eccone un estratto: “Mi permetta di fale una domanda, signore. Lei ha già letto qualcosa sulle vittime dei campi di concentramento nazisti? I sopravvissuti ricevettero un indennizzo sostanziale, con tutti i diritti possibili. Mentre noi, ex salariati della Eternit, siamo stati tenuti completamente all’oscuro del fatto che lavoravamo in un campo di concentramento dell’amianto. Essendo bravi dipendenti, abbiamo lavorato impegnadoci al meglio, con assoluto orgoglio e dedizione, per creare l’impero di fibrocemento della famiglia Schmidheiny. Ma che cosa ne abbiamo ricevuto da “Mamma Eternit”? Abbiamo avuto in cambio una bomba a scoppio ritardato impiantata nel nostro petto (…) Le chiedo di aiutarci a garantire la giustizia che abbiamo sognato per chi ha dato la vita per Lei, signore, per la sua famiglia, e per i suoi affari”.

João Francisco Grabenweger è morto di asbestosi, di una dolorosa asfissia, il 16 gennaio 2008. Non ha mai ricevuto risposta. La Eternit, passata in altre mani, gli aveva offerto 27.000 dollari perché abbandonasse  la causa di indennizzo.

In qualche modo la sua lettera, anni prima del giudizio di Torino, ricordava a Stephan Schmidheiny che neanche coloro che si credono degli dei riescono a sfuggire al destino umano.

(pubblicato il 6 gennaio 2014)

*Eliane Brum è scrittrice, reporter e documentarista. Autrice di libri di storie vere A Vida Que Ninguém vê, O Olho da Rua e A Menina Quebrada e del romanzo Uma Duas. Email: elianebrum@uol.com.br. Twitter: @brumelianebrum

[Articolo originale "La maldición del amianto" di Eliane Brum*]

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Traduzione di:
Elena BergamaschiSpagna Elena Bergamaschi
Laureata in Management Internazionale, ha vissuto in Spagna dove ha frequentato l'ultimo anno di specialistica. Ha una forte passione per la lingua spagnola e latino americana, ama i viaggi non convenzionali e nel tempo libero studia arabo, corre e cucina... soprattutto dolci perché nella vita, se c'è qualcosa che non può mancare, è la dolcezza.
Simone GiovanniniItalia Simone Giovannini
Laureato in Lingue e culture straniere. Per Italia dall’estero traduce dalla lingua spagnola. simone.giovannini01@gmail.com http://www.proz.com/translator/1087309
Amina Iacuzio
Revisione di:
Amina Iacuzio