L’Italia sta affrontando la stabilità del cimitero?

The Wall Street Journal

Molti imprenditori italiani considerano la prospettiva di ulteriori 18 mesi di governo Letta seriamente preoccupante

Sono passati sette mesi da quando Enrico Letta è stato posto come Presidente del Consiglio dai mediatori politici italiani nel tentativo di portare stabilità politica in seguito alle inconcludenti elezioni di febbraio. Quando si insediò in aprile, pochi si aspettavano che durasse fino alla fine dell’anno, data l’ostilità tra il partito socialista di Letta e il suo partner di coalizione, il Popolo della Libertà (Pdl) guidato dall’ex premier Silvio Berlusconi.
Ma alla fine ce l’ha fatta – e apparentemente, la posizione di Letta adesso sembra più forte che mai. Sembra certo che la prossima settimana il Senato voterà per espellere Berlusconi in seguito alla sua condanna per frode fiscale – una mossa che ha spaccato il Pdl, con il vice premier Angelino Alfano alla guida di una fazione scissionista che promette di continuare a sostenere la coalizione.
Adesso i ministri parlano fiduciosamente della tenuta del governo, che secondo loro reggerà almeno fin quando Roma non avrà terminato il mandato rotante di presidenza dell’Unione europea, nella seconda metà del 2014. Ciò significherebbe che non si andrà a nuove elezioni prima degli inizi del 2015.
Questa stabilità ha avuto l’effetto desiderato sui mercati: i rendimenti sui bond italiani a 10 anni sono scesi ad appena il 4,08%, livelli visti per l’ultima volta nel 2010, mentre lo spread con i Bund tedeschi – ossessivamente ritenuto dagli italiani indicatore dell’affidabilità del paese nei confronti dei mercati – è sceso a soli 2,3 punti percentuali, dal 3,4% del periodo immediatamente successivo alle elezioni.
Tuttavia molti imprenditori italiani di primo piano considerano la prospettiva di ulteriori 18 mesi di governo Letta seriamente preoccupante. Essi credono che il governo sia stato capace solamente di rimanere a galla tentando poco e ottenendo ancora meno.
Persino i ministri ammettono privatamente che il la previsione di bilancio per il 2014 è stata deludente: a causa delle lotte interne alla coalizione, vi sono stati solo 2,5 miliardi di euro (3,38 miliardi di dollari) di tagli alla spesa prevista per il prossimo anno su un totale di 800 miliardi di euro, che finanzierà un taglio alle tasse di 2,5 miliardi. Un nuovo piano di privatizzazioni annunciato la scorsa settimana include solamente 12 miliardi di euro di patrimonio statale.
Benché l’Italia abbia compiuto più progressi in direzione del pareggio di bilancio rispetto agli altri paesi, la spesa pubblica equivale a poco più del 50% del prodotto interno lordo e le imposte sul reddito personale sono tra le più alte della zona euro.
Né la coalizione ha mostrato alcun serio desiderio di varare riforme. Come il suo predecessore, il governo tecnocratico guidato dall’ex premier Mario Monti, che esordì con apparente fervore riformativo ma che si impantanò presto, l’amministrazione Letta sembra paralizzata dall’opposizione politica sia interna che esterna al Parlamento.
Gilles Moec, economista della Deutsche Bank, osserva che tutto ciò è preoccupante in quanto l’Italia è l’unica tra i paesi del Sud Europa a non aver visto alcun aumento significativo della sua competitività dall’inizio della crisi finanziaria globale. “La produttività totale dei fattori è scesa dal 2008 dopo aver stagnato nel decennio pre-recessione. Il costo unitario del lavoro non è sceso, la redditività negli affari si è deteriorata e l’esportazione italiana non si è risollevata.”
Senza alcuna ripresa della produttività, è difficile vedere come un’economia che a malapena raggiungeva l’uno percento di crescita annuale durante gli anni del boom economico globale potrà conseguire la crescita richiesta per soddisfare i parametri sul debito imposti dall’Unione europea. Con il rapporto tra debito pubblico e PIL attualmente pari al 133% del PIL, l’Italia, dall’uno percento di quest’anno, dovrà ottenere un avanzo di bilancio primario – prima del pagamento degli interessi – del 5% all’anno per la maggior parte del prossimo decennio.
Tuttavia, persino dopo a una recessione triennale che ha già portato la produttività a collassare del 9% dal 2008, l’economia italiana si è contratta dell’ancor più preoccupante 1,9% annuo nel terzo trimestre di quest’anno.
Mentre Spagna e Portogallo hanno già ricominciato a crescere, si ritiene che l’economia italiana non ritornerà ad espandersi prima del 2014, anno in cui la Commissione europea prevede una crescita di appena 0,7 punti percentuali, che arriverà all’1,2% nel 2015.
I ministri insistono nell’affermare che queste critiche sono ingiuste, che riforme serie sono state impossibili fintanto ché l’agenda politica era dominata dal dibattito sul futuro di Berlusconi. Come prove del fatto che la coalizione merita il beneficio del dubbio, essi portano ad esempio la nomina dell’ex esperto di bilancio del Fondo Monetario Internazionale Carlo Cottarelli con lo scopo di condurre un’approfondita revisione della spesa pubblica, oltre al chiaro impegno del ministro delle finanze di rimanere fedele ai dettami della UE riguardo la riduzione del deficit.
Ma non tutti sono convinti. Dopo tutto, anche il governo Monti commissionò una spending review indipendente, ma non andò da nessuna parte. Identificare i tagli è facile: ciò che è difficile è confrontarsi con i diritti acquisiti – tra sindacati e lavoratori – che hanno bloccato i precedenti sforzi di riforma del sistema giudiziario, delle leggi sul lavoro e sulla pubblica amministrazione, che sono tra i più grandi ostacoli alla crescita. Vi sono molti dubbi sul fatto che Letta riuscirà a tenere uniti i due schieramenti della sua coalizione in un programma di riforme di ampio raggio, persino adesso che l’influenza di Berlusconi è diminuita.
Inoltre, un ostacolo persino più grande per le riforme è la compiacenza. I recenti sforzi di revisionare l’economia si sono fermati dopo che l’intervento della Banca Centrale Europea ha diminuito la pressione dei mercati. Finché la BCE mantiene bassi gli interessi passivi italiani e il governo continua ad ottenere un avanzo di bilancio primario, il mercato continuerà a giudicare il debito italiano sostenibile, persino se la competitività a lungo termine del paese continua ad erodersi.
Ciò è il motivo per cui molti italiani disperati stanno sempre più affidando le loro speranze a Matteo Renzi, il 38enne sindaco di Firenze, che quasi certamente l’8 dicembre sarà eletto segretario del partito socialista, dandogli il controllo del partito politico più grande del paese.
Essi sperano che Renzi, un energico riformatore con vasta attrattiva popolare, vinca con un margine abbastanza ampio da costringere il governo Letta ad accettare nuove elezioni, preparando la strada a un governo di maggioranza con lo scopo di portare avanti un più ampio programma di riforme.
Ma tra questi due scenari – un governo Letta senza vincoli ed una insurrezione vittoriosa di Renzi – c’è una terza, più preoccupante possibilità. Dopo tutto, per Renzi sarà difficile spodestare Letta, il quale gode del sostegno del suo partito e del presidente Giorgio Napolitano. Invece, i due potrebbero finire col perdersi nella loro acerrima rivalità e rispecchiare così la spaccatura dello schieramento di destra, creando un nuovo stallo politico che impedirà ulteriormente le riforme.
Non ci si meraviglia del fatto che molti italiani temano che la stabilità che Letta offre si rivelerà essere la stabilità del cimitero.

[Articolo originale “Is Italy Facing the Stability of the Graveyard?” di Simon Nixon]

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Lettore
Revisione di:
Noemi Alemanni