Proprio ieri è cominciato in Italia il processo sull'uccisione dei 23 cittadini latinoamericani di origini italiane

L’Italia dà il via al processo per l’Operazione Condor

El Confidencial

“Sono qui per avere giustizia e perché non venga dimenticato quello che è accaduto quasi 40 anni fa. I giovani di oggi devono sapere quello che è successo, se non lo fanno corriamo il rischio che in futuro si ripeta una situazione del genere”. Aurora Meloni spiegava con queste parole il perché delle sue lunghe lotte affinché i responsabili del rapimento e dell’assassinio di suo marito, Daniel Banfi, paghino per quello che hanno fatto. Proprio ieri è cominciato in Italia il processo sull’uccisione dei 23 cittadini latinoamericani di origini italiane, e Meloni è una loro parente.

Sono state tutte vittime dell’Operazione Condor, il patto che in quegli anni strinsero le dittature militari di Argentina, Brasile, Uruguay, Perù, Bolivia e Paraguay per scambiarsi informazioni con lo scopo di reprimere, perseguitare ed eliminare gli attivisti di sinistra o quelli impegnati nella lotta per i diritti civili.

Al processo, apertosi ieri a Roma con un’udienza preliminare, ci sono 35 imputati: 17 uruguaiani, 12 cileni, 4 peruviani e 2 boliviani. Sono generali, colonnelli, commissari, agenti di polizia ed altre persone coinvolte nei 23 omicidi. Tra di loro c’è Francisco Morales Bermúdez, presidente del Perù dal 1975 al 1980, Pedro Richter Prada, suo primo ministro, o Juan Carlos Blanco, ministro degli Esteri durante la dittatura militare in Uruguay.

“La legge è uguale per tutti”

Nessuno di loro si è presentato ieri in aula. Erano invece presenti la Meloni, altri familiari delle vittime ed alcuni tra i promotori del processo, come Jorge Ithurburu, attivista dell’associazione 24 marzo, che ha lavorato affinché il Processo Condor, su cui l’Italia scommette molto, potesse trasformarsi in realtà.

In tutte le aule di tribunale, sopra al luogo in cui siede la corte, si legge questa frase a caratteri cubitali: “La legge è uguale per tutti”. In questo processo l’Italia deve dimostrare che rispetta questo mandato con tutti i suoi cittadini, ben oltre la distanza dal luogo ed il tempo trascorso da quando si sono svolti i fatti oggetto del giudizio.

“Siamo ripartiti quando il giudice Baltasar Garzón riusci’ ad ottenere l’arresto di Augusto Pinochet a Londra nel 1998. Da allora le vedove dei desaparecidos e delle vittime di omicidio hanno iniziato a presentare denunce riunite poi in un unico processo. Si è dovuto aspettare tutto questo tempo per avviarlo (il processo, Ndt) e tutto per colpa dell’ormai nota lentezza della Giustizia italiana”, spiega Ithurburu.

Nella fase preliminare, che potrebbe prolungarsi anche a fine anno, il magistrato Alessandro Arturi ascolterà le ragioni dell’accusa e della difesa al fine di decidere l’eventuale avvio del processo. Ieri Arturi ha accettato che si presentassero come parti civili lo Stato italiano, lo Stato uruguaiano ed il Frente Amplio, la forza politica di sinistra di quel paese e di cui fa parte il suo attuale presidente, José Mújica. Invece il giudice ha rifiutato la richiesta presentata per lo stesso motivo dal Partito Democratico, la principale formazione di centro sinistra in Italia.

Sequestri e morti

“Noi eravamo del Frente Amplio ed in seguito alle persecuzioni della dittatura militare siamo fuggiti in Argentina. Lì ancora non comandavano i militari, ma dopo la morte di Perón ci fu una forte repressione ed iniziò l’Operazione Condor. Le forze uruguaiane operavano senza problemi all’interno del territorio argentino. E’ ciò che fece il commissario Hugo Campos Hermida, ovvero colui che venne a cercarci. Sequestrò mio marito e un mese e mezzo dopo trovai il suo cadavere” ricorda la Meloni, che allora aveva due figlie piccole.

Daniel Banfi, si legge negli atti del processo, fu mitragliato insieme ad altri militanti di sinistra nella notte tra il 29 ed il 30 ottobre del 1974 in località San Antonio de Areco, vicino a Buenos Aires. I loro corpi furono ritrovati con le mani legate dietro la schiena e per metà coperti di calce, in modo da renderne difficile l’identificazione.

Ernesto Magorno, deputato del PD, è stato un altro dei propugnatori del processo. Rappresenta una delle vittime, Andrés Humberto Bellizzi, un giovane appartenente ad una famiglia italiana emigrata in Uruguay. “I suoi genitori vivevano in una località molto povera della Calabria. Andarono in Uruguay cercando di fuggire alla povertà e invece furono colpiti da questi fatti terribili. Il ragazzo militava contro la dittatura, e a causa dell’Operazione Condor fu trovato in Argentina, rapito ed assassinato”, racconta Magorno.

Il coinvolgimento degli Stati Uniti

L’avvocato Arturo Salerni, un altro dei promotori del processo, ricorda che il Governo degli Stati Uniti d’America non risultò estraneo all’Operazione Condor, dato che era molto preoccupato in quegli anni di evitare a qualsiasi prezzo che il comunismo attecchisse nel loro “giardino di casa” latinoamericano. Salerni rappresenta la famiglia di Juan José Montiglio, un giovane cileno di origine italiana che rimase al fianco di Salvador Allende fino agli ultimi istanti. Quando Augusto Pinochet prese il Palazzo della Moneda riuscì a salvarsi, ma fu presto identificato e fucilato per ordine del dittatore.

“Volendo essere ottimisti in un anno o due potremmo avere già la condanna in primo grado, sempre che il giudice decida di svolgere il processo. Spero che non ci siano ulteriori ritardi dato che la maggior parte degli imputati possono morire di vecchiaia nei prossimi anni”, dice Salerni. Nel caso in cui le condanne diventino definitive, si aprirebbe una sfida diplomatica per l’Italia, che dovrebbe poi chiedere l’estradizione dei possibili colpevoli ai paesi d’origine, dato che nessuno di loro risiede in territorio italiano.

“Questo è un problema a lungo termine. Vedremo quali saranno i patti di reciprocità per le estradizioni in quel momento. In teoria potrebbero certamente venire in Italia a scontare la pena” spiega l’avvocatessa Monica Morisi, difensore d’ufficio di vari imputati cileni. I suoi rappresentati, come è avvenuto con gli altri imputati, non si sono messi in contatto con lei né hanno dato segnale alcuno. “Ce n’è uno che non so nemmeno se è ancora vivo”, riconosce Morisi. Anxia Torti, un’altra avvocatessa della difesa, anch’essa d’ufficio, dice che nonostante i suoi rappresentati non l’abbiano contattata, gli avvocati andranno avanti con il processo e li difenderanno nel miglior modo possibile.

(pubblicato il 12 ottobre 2013)

[Articolo originale "Italia juzga la Operación Cóndor" di Dario Menor]

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Traduzione di:
Simone GiovanniniItalia Simone Giovannini
Laureato in Lingue e culture straniere. Per Italia dall’estero traduce dalla lingua spagnola. simone.giovannini01@gmail.com http://www.proz.com/translator/1087309
Revisione di:
Amina IacuzioElena Bergamaschi