Maria Epifania ha un buon lavoro: assembla automobili presso lo stabilimento Fiat di Mirafiori, nel Norditalia; peccato che abbia lavorato a malapena negli ultimi due anni. Ciononostante, riceve parte del suo stipendio, circa 800 euro al mese, tramite un programma statale che aiuta i dipendenti in congedo forzato ad arrivare a fine mese. La signorina Epifania, una madre single di 39 anni, potrebbe essere richiamata a Mirafiori un giorno. Ma ha i suoi dubbi circa le reali possibilità di tornare a lavorare. “Non ho prospettive per il futuro,” dice. La signorina Epifania è una delle migliaia di operai europei impiegati nel settore automobilistico il cui posto di lavoro è stato compromesso da una crisi che ha portato le vendite di auto a precipitare ai livelli più bassi da decenni.

Dipendenti Fiat pagati per rimanere a casa nel bel mezzo della recessione del mercato automobilistico

The Wall Street Journal

Maria Epifania ha un buon lavoro: assembla automobili presso lo stabilimento Fiat di Mirafiori, nel Norditalia; peccato che abbia lavorato a malapena negli ultimi due anni. Ciononostante, riceve parte del suo stipendio, circa 800 euro al mese, tramite un programma statale che aiuta i dipendenti in congedo forzato ad arrivare a fine mese. La signorina Epifania, una madre single di 39 anni, potrebbe essere richiamata a Mirafiori un giorno. Ma ha i suoi dubbi circa le reali possibilità di tornare a lavorare. “Non ho prospettive per il futuro,” dice. La signorina Epifania è una delle migliaia di operai europei impiegati nel settore automobilistico il cui posto di lavoro è stato compromesso da una crisi che ha portato le vendite di auto a precipitare ai livelli più bassi da decenni.

Dopo aver chiuso una fabbrica in Sicilia nel 2011, la Fiat ha evitato ulteriori chiusure e licenziamenti in patria. Piuttosto, ha lasciato i suoi cinque stabilimenti inattivi per lunghi periodi in modo da tagliare i costi e preparare il terreno per un eventuale recupero. I dipendenti sono pagati per rimanere a casa. L’impianto di Mirafiori, un’imponente struttura nella città natale della Fiat, Torino, impiegava decine di migliaia di operai per produrre in serie oltre 300.000 automobili l’anno. Lo scorso anno ha prodotto meno di 50.000 auto, non abbastanza per garantire lavoro alle 5.500 persone assegnate alla sua catena di montaggio. Un tempo stella dell’industria italiana, lo stabilimento sottoutilizzato e sottofinanziato di Mirafiori incarna oggi tutto ciò che è andato storto nell’industria automobilistica europea. Né la Fiat né nessun’altro produttore di automobili in Europa hanno seguito l’esempio dei colleghi americani, che hanno apportato gli ingenti tagli necessari a riportare la produzione in linea con il crollo della domanda.

In seguito alla crisi finanziaria del 2008 i produttori americani di automobili chiusero 18 stabilimenti. Molti furono chiusi in base alla riorganizzazione fallimentare della General Motors e del gruppo Chrysler, ora in prevalenza proprietà della Fiat, finanziata dal governo. I produttori di automobili statunitensi ridussero, inoltre, i cosiddetti ‘jobs bank’, programmi che, una volta, permettevano di continuare a tenere a libro paga i propri dipendenti anche molto tempo dopo che i loro posti di lavoro erano stati di fatto eliminati. In Europa le vendite sono così in calo che meno della metà delle fabbriche automobilistiche opera al minimo del 75% di capacità necessario a chiudere in pareggio, secondo i consulenti della Alix Partners. Coloro che operano al di sotto di quella soglia sono situati perlopiù in Italia, Francia e Spagna, le cui economie sono state colpite dalla crisi. Eppure, i governi dell’Europa occidentale sono riluttanti all’idea di altri dipendenti che si uniscono alla crescente schiera dei disoccupati. I sindacati sono ansiosi di proteggere gli impieghi dei propri membri. E i tribunali sono spesso comprensivi con la loro difficile situazione. Ci sono ulteriori limitazioni: in Francia, la PSA Peugeot Citroën ha ricevuto miliardi di euro in prestiti e garanzie statali, mentre la Renault SA è per il 15% di proprietà dello Stato. Di conseguenza, i produttori di automobili perdono miliardi di euro all’anno rimanendo aggrappati a dipendenti e fabbriche di cui non hanno più bisogno. “Nessuno di questi produttori [in Europa] si aspetta di chiudere in pareggio prima del 2015,” ha dichiarato Abbas Ali Quettawala, analista del mercato automobilistico europeo presso l’azienda di consulenza finanziaria Sanford C. Bernstein.

Tra il 2007 ed il 2014, i produttori europei di automobili avranno chiuso sei stabilimenti – non abbastanza per colmare il divario tra capacità produttiva e domanda, dicono gli analisti. Restii a chiudere altri stabilimenti, i produttori europei stanno cercando altre vie per tagliare i costi ed aumentare l’efficienza. Hanno eliminato gradualmente la produzione di modelli vecchi, soppresso migliaia di posti di lavoro, messo alcuni operai in congedo forzato, offerto pensionamenti anticipati e rinegoziato stipendi e condizioni di lavoro. La Renault, ad esempio, mira a tagliare 7.500 posti di lavoro entro il 2016. Ha anche venduto alcuni beni patrimoniali. I produttori di automobili hanno continuato ad investire in fabbriche nel mercato emergente, dove i costi di produzione sono più bassi e la domanda è elevata. Hanno inoltre ricevuto una spinta dalla ripresa del mercato statunitense. In questo modo i profitti ottenuti in questi mercati hanno compensato le perdite sofferte in Europa. In Italia, la Fiat ha proposto di dare una nuova chance alle proprie fabbriche poco utilizzate assegnando ad esse la costruzione di un numero minore ma più proficuo di automobili destinate all’esportazione sotto i marchi Fiat 500, Alfa Romeo e Maserati. La Fiat ha in programma di utilizzare uno stabilimento per assemblare un nuovo modello per la Jeep, che appartiene alla Chysler. Fino ad ora, l’azienda ha speso più di 2 miliardi di euro per la riorganizzazione della catena di montaggio e la riqualificazione dei dipendenti in tre stabilimenti. Sebbene gli investimenti abbiano risollevato le speranze, molti lavoratori che ancora aspettano a casa si chiedono se saranno inclusi nell’ultimo piano della Fiat. “Non è che avranno posti di lavoro per tutti,” commenta Federico Bellono, funzionario del sindacato Fiom-Cgil.

Il commercio automobilistico della Fiat dà lavoro a 41.000 persone in Italia. Quanti di loro siano stati in cassa integrazione ad un certo punto, negli ultimi anni, non è chiaro, ma la Fiat dice di aver fatto ricorso ad una media di 20 milioni di ore annue nell’ambito del programma di sussidio statale tra il 2009 ed il 2012. Ai primi di luglio, la Fiat ha subito una battuta d’arresto nell’attuazione della strategia a causa di una protesta da parte della Fiom-Cgil. Il sindacato ha ottenuto l’abolizione da parte di un tribunale di un articolo del diritto del lavoro, mettendo in discussione parte del contratto di lavoro che la Fiat aveva negoziato con altri sindacati in cambio di nuovi investimenti in Italia. La Fiat ha sospeso gli investimenti futuri nel Paese, lasciando in sospeso Mirafiori ed un altro stabilimento cui dovevano ancora essere assegnati nuovi modelli e fondi. “Non sono pronto a confermare alcun investimento…fin quando non avremo la certezza, la chiarezza di cui abbiamo bisogno per gestire i nostri impianti,” ha dichiarato Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat. Non è la prima volta che Marchionne ritarda gli investimenti di Mirafiori e Gianni Comparetto, un rappresentate del sindacato Fim Cisl, ha ormai perso la pazienza. “I dipendenti si sentono traditi e disillusi,” ha detto. “Marchionne sa cosa vuole fare. Ne sono sicuro. Dovrebbe solo andare avanti e farlo.”

[Articolo originale "Fiat Workers Paid to Stay Home Amid Car Slump" di Gilles Castonguay]

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Traduzione di:
Noemi AlemanniItalia Noemi Alemanni
24 anni e tanta voglia di fare. Sono laureata in lingue straniere e ho una passione smisurata per la letteratura ed il giornalismo. Spero di riuscire a coniugare le due cose come traduttrice. Nel frattempo, continuo a studiare: con le lingue non si finisce mai! noemi.alemanni@gmail.com
Revisione di:
Margherita Beltrame