Nella graziosa pizzeria all’angolo a volte non si lavano solo piatti, ma anche soldi.

PIZZA MAFIA

Neue Zürcher Zeitung

Nella graziosa pizzeria all’angolo a volte non si lavano solo piatti, ma anche soldi.

E’ stato il menu di “Don Panino” a scatenare ultimamente un piccolo incidente diplomatico tra Austria e Italia. Da  “Don Panino” a Vienna si potevano ordinare pizze, pasta e panini farciti con il nome di mafiosi e vittime di mafia. Venivano proposte specialità come il «Don Falcone», un panino imbottito con salsiccia grigliata battezzato col nome del magistrato antimafia Giovanni Falcone, saltato in aria per mano mafiosa nel 1992 insieme alla moglie e a tre agenti di scorta. Oppure il «Don Peppino», che porta il nome dell’attivista antimafia ucciso dalla mafia Peppino Impastato, a proposito del quale il menu riporta: «Siciliano dalla bocca larga fu cotto in una bomba come un pollo nel barbecue».

Il Ministero degli Esteri italiano ha protestato, gli italiani residenti a Vienna hanno raccolto delle firme con cui hanno chiesto alla presidentessa della Commissione Antimafia Europea di vietare lo sfruttamento del concetto di “mafia” per fini commerciali. Da lì a poco un esperto pubblicitario di origine italiana, residente nell’Italia meridionale e con passaporto olandese, ha dichiarato di essere l’autore dell’idea e si è difeso dalle accuse di aver ridicolizzato le vittime di mafia: «Non intendevo offendere nessuno. Il cliente mi ha chiesto di lanciare un prodotto che potesse essere attrattivo ed io ho lanciato la campagna ‹Don Panino› sulla base di queste indicazioni.» Dopo due giorni la questione era già finita nel dimenticatoio e forse qualcuno potrebbe chiedersi: dov’è realmente il problema? Esiste forse una città che non abbia una pizzeria Don Corleone, o un locale che non abbia sul menu una “Pizza Camorra” o “Pizza Mafia”?

Finché se ne ride, la mafia non esiste. E questo i boss lo sanno perfettamente. Quando tre anni fa Roberto Settineri, mafioso italoamericano di origine palermitana, fu arrestato come nuovo ambasciatore di Cosa Nostra siciliana in America, gestiva la Pizzeria «Soprano’s» a Miami. Perché non c’è niente di meglio di un grossolano folclore mafioso per tutelare gli affari della mafia. La mafia è culto. Esiste nei videogames o nei giochi di società, come serie tivù. Alle feste si può ballare con la musica della mafia al ritmo di canzoni come «E’ morto il generale», che celebra l’attentato mafioso al Generale Dalla Chiesa e il cui ritornello fa così: «E’ stato ucciso il prefetto di Palermo / non gli è rimasto neanche tempo per l’ultima preghiera / da quanto in fretta è stato mandato al creatore.» A un fotografo calabrese col fiuto per gli affari di nome Francesco Sbano è venuta l’idea di commercializzare la musica della mafia dalla Germania e  i giornalisti tedeschi hanno fatto a gara, con articoli entusiastici sui boss che fanno musica, nel raffigurare la mafia come gente bizzarra che, in maniera grezza e forse per noi incomprensibile, cura e diffonde i propri usi e costumi, ma che rappresenta anche un valore culturale da proteggere, alla stregua del Carnevale di Basilea, del merletto croato o del flamenco andaluso.

I boss ringraziano. Dove l’opinione pubblica viene stordita con una overdose di folclore mafioso,  nessuno va a pensare che nella graziosa pizzeria tramandata di padre in figlio si possa riciclare denaro sporco. Oppure che proprio lì dove il gestore ti offre cortesemente una grappa  possano riunirsi dei mafiosi per discutere in tranquillità dei loro affari. Se qualcuno si azzarda solo ad esternare un simile sospetto, viene immediatamente tacciato di essere antiitaliano, se non addirittura razzista. A meno che non sia lui stesso un italiano, come il magistrato antimafia Franco Roberti, che dice: «se vedete un calabrese o un napoletano aprire un locale in Germania o in Svizzera, dovreste immaginare con esattezza da dove arriva il loro denaro.» E uno dei pochi pentiti della mafia calabrese che collaborano con la giustizia ha dichiarato recentemente: “dove c’è pizza, c’è mafia“.

Il magistrato Franco Roberti è stato per lungo tempo a capo della procura antimafia di Napoli, oggi è procuratore generale a Salerno e sa che la camorra con i ristoranti fa soldi in Italia e all’estero. Solo due anni fa furono confiscati i locali della catena di ristoranti napoletana «Regina Margherita»: 16 locali tra Napoli, Genova, Torino e Bologna, che hanno riciclato 800.000 euro l’anno per il boss Salvatore Lo Russo. Oggi in Italia ci sono almeno 5000 ristoranti in mano ai clan, gli inquirenti stimano una presenza mafiosa nel volume d’affari della gastronomia italiana almeno del 15%. In grandi città come Roma o Milano un ristorante su cinque è di proprietà di un boss. A farla da padrone sono i clan della ‘ndrangheta calabrese: a Roma il clan Piromalli, ma anche il clan Pelle-Romeo di San Luca, a cui sono da attribuire le vittime della strage mafiosa di Duisburg o i Pesce-Bellocco di Rosarno, che hanno ramificazioni anche in Svizzera. A Milano comandano i Morabito di Africo, il clan Arena dall’Isola di Capo Rizzuto è attivo in Emilia Romagna. Per la camorra napoletana a invitare a pranzo sono i potenti clan di Casal di Principe che hanno aperto i loro ristoranti a Roma, Ostia e Modena.

Il principale motivo per cui la mafia fa ristorazione è riciclare denaro sporco. Le merci facilmente deperibili sono difficili da controllare e produrre fatture false è semplicissimo, visto che i fornitori stessi sono organici alla mafia. Il settore alimentare in Italia è per tradizione in mano ai boss. Il clan calabrese dei Morabito controlla il mercato ortofrutticolo di Milano, un milione di tonnellate all’anno di frutta e verdura, 9.000 lavoratori, 400 aziende; corrompe gli addetti ai controlli e decide il prezzo della singola fragola. Il mercato all’ingrosso di Fondi a sud-est di Roma, uno dei più grandi in Europa, è controllato dalla mafia calabrese, la ‘ndrangheta.

A smuovere gli appetiti dei clan sono anche la qualità dei prodotti alimentari italiani «Made in Italy», rinomata a livello mondiale, e il fatto che l’Italia è il primo produttore europeo di prodotti alimentari con marchio di qualità. Da un dossier pubblicato nel 2012 da Legambiente, l’organizzazione per la tutela ambientale, risulta che la mafia falsifica qualsiasi prodotto alimentare italiano: il formaggio parmigiano viene prodotto in Romania, i limoni di Sorrento arrivano dall’Argentina, i pomodori cinesi vengono spacciati per pomodori biologici San Marzano, l’olio di oliva adulterato è spacciato per olio extraverginespremuto a freddo, il prosciutto rumeno per prosciutto di Parma, la bresaola arriva dall’Uruguay.

Raramente le pizzerie mafiose appartengono ai boss, al momento dell’acquisto vengono incaricati quasi sempre dei prestanome, questo ovviamente se il locale viene comprato e non semplicemente sottratto a qualcuno. Sono parecchi i ristoratori che versano in difficoltà economiche, complice la crisi economica. In Italia le banche non fanno più credito, così i boss sono disponibili con i loro prestiti a tasso da usura (proibiti nella loro regione d’origine secondo il codice mafioso) impossessandosi dei locali. Mentre sulla carta figura un ristoratore incensurato, la pizzeria è di fatto di proprietà della mafia. I ristoranti vengono subito chiusi e il repentino cambio di proprietario va interpretato come un segnale di business mafioso. Nella compravendita di locali solitamente vengono pagate grosse somme di denaro contante, l’ideale per il riciclaggio.

All’’estero la mafia, dove da tempo vive delle sue pizzerie, impiega la stessa tecnica. Un modello d’affari tanto scontato quanto tradizionale, dato che in paesi come Germania e Svizzera riciclare denaro sporco in questo periodo è ancora più semplice. A differenza dell’Italia qui non si deve   dimostrare che i 500.000 franchi che a Zurigo il pizzaiolo ha messo in contanti sul tavolo per l’acquisto della pizzeria sono di provenienza lecita. Sono gli inquirenti a dover dimostrare che il denaro è stato guadagnato illegalmente. Si chiama «inversione dell’onere della prova». Un vero invito al riciclaggio per i mafiosi: non c’è nessun concreto sospetto di reato, ma solo alcune evidenze, come ad esempio una considerevole sproporzione tra le possibilità finanziarie di un amabile pizzaiolo italiano e il prezzo d’acquisto di una pizzeria. Ma in questo caso non succede proprio niente. A mitigare ogni sospetto di riciclaggio è già sufficiente la frase: «I soldi me li ha mandati mio zio dalla Calabria».

Per la mafia un ulteriore motivo per gestire una pizzeria è la vita sociale. Qui si possono stringere le conoscenze necessarie e si può discutere degli affari più urgenti in totale disinvoltura. A differenza dell’Italia in cui le intercettazioni rappresentano una delle armi più efficaci nel contrasto alla mafia, in Svizzera e Germania è vietato,  in linea di principio, sottoporre a intercettazioni abitazioni private e locali pubblici. Se un investigatore dovesse insistere nel voler intercettare una pizzeria, ciò implicherebbe l’avvio di un costoso iter burocratico e autorizzazioni del giudice, che in Svizzera si basano su presupposti diversi da cantone a cantone. Un percorso kafkiano difficilmente modificabile, perché il «grande fratello che ascolta» qui è visto dall’opinione pubblica come attacco alla libertà personale. Una mentalità che favorisce la mafia in modo incondizionato.

Dato però che la mafia non vive di pizza ma di traffico di droga, di appalti pubblici truccati, di rapporti d’affari, di contratti edili e commercio di immobili, per i boss diventa necessario integrarsi nella società in cui vivono. Un ristorante è il luogo perfetto per intrattenere indisturbati contatti sociali, con politici locali e direttori di banca, giocatori di calcio, attori e capi di polizia.

La tecnica con la quale i clan si insediano è simile in quasi tutte le città, poco importa che sia Dortmund, Stoccarda, Zurigo o Basilea. Non appena il clan si è inserito dal punto di vista sociale, si comporta subito in modo da valicare i limiti della pizzeria anche in veste di benefattore, sostenendo ad esempio associazioni calcistiche o club di golf, dando buoni risultati come sponsor, inserendosi in associazioni culturali italiane o creando «agenzie di eventi». Per il catering poi ci si serve sempre e soltanto di una sola azienda di import-export italiana, che rifornisce anche tutti gli altri ristoranti italiani della zona. E questa azienda di import-export fattura prezzi dieci volte superiori al normale commercio di gastronomia all’ingrosso. L’estorsione ai danni di ristoranti italiani all’estero ora viene attuata tramite tali fornitori. Attraverso grossisti di catering, commercianti di generi alimentari, commercianti di vino e negozi controllati dalla mafia. I boss controllano così in modo facile, discreto ed efficiente il territorio. Fuori dalla Sicilia, Campania e Calabria ormai da tempo non ci sono più ristoranti italiani che vanno a fuoco perché non pagano il pizzo. Troppo clamore.

Quando in una tiepida notte d’estate del 2007 un commando di killer mafiosi ammazzò sei calabresi davanti alla pizzeria «Da Bruno» nel centro di Duisburg, una di quelle cittadine con le case dai muri in mattoni rossi nella regione della Ruhr, l’antico cuore industriale della Germania occidentale, i tedeschi cominciarono, sbalorditii, a stropicciarsi gli occhi. Cosa? Veri morti per mafia? In Germania? Il pizzaiolo simpatico, il cameriere gentile, l’oste fascinoso: mafiosi? Fino a quella mattina la mafia era stata considerata solo un problema italiano. La mafia, dice il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, sono sempre gli altri. Magari icone mafiose sempliciotte che parlano dialetto, come Totò Riina o Bernardo Provenzano, che furono identificati e condannati. Come se la mafia non fosse altro che una sparuta minoranza  in una maggioranza di persone per bene, una metastasi in un organismo sano che non si può asportare. Semianalfabeti che commerciano stupefacenti ed estorcono il pizzo, e non tutti quei membri considerati rispettabili nella società con cui i boss hanno rapporti, in Italia, Svizzera, Germania. Si è sempre detto che lo stato di diritto tedesco fosse meglio attrezzato contro tutti i pericoli. La Germania per la mafia è il «luogo di ritiro» ideale, una sorta di località di villeggiatura per mafiosi.

Esattamente come per il commando di sei killer che nel 1990 assassinò in Sicilia il giovane magistrato siciliano Rosario Livatino. I killer di Livatino tesero un agguato alla sua auto sulla superstrada tra Agrigento e Caltanissetta. Quando riuscì a fuggire, fu inseguito e infine colpito a morte. Poco dopo l’omicidio fu avviata un’inchiesta dagli investigatori della polizia italiana. Il killer che aveva messo la pistola in bocca a Livatino per dargli il colpo di grazia lavorava assieme ad altri due mafiosi nella città di Dormagen, al ristorante Portofino. Altri due sicari furono arrestati nella pizzeria Ai Trulli a Leverkusen, e già nell’ottobre 1990 i giornali italiani riportavano come la mafia da paesi come Palma di Montechiaro, in provincia di Agrigento, avesse raggiunto la valle tedesca del Reno.

Fino al momento del loro assassinio due anni dopo, entrambi i magistrati antimafia Falcone e Borsellino indagarono sui legami con la Germania nel caso Livatino: il giovane magistrato aveva scoperto un traffico d’armi tra Sicilia e Germania e fu uno dei primi a parlare della necessità di andare in Germania per comprendere la «nuova mafia». Livatino stava indagando sui clan della roccaforte di Palma di Montechiaro, appartenenti alla potente mafia agrigentina, perfettamente insediata nel Nordrhein-Westfalen fin dagli anni Sessanta. Ma soltanto nel momento in cui i cadaveri giacquero a terra davanti alla pizzeria da Bruno e furono rese note le indagini, i tedeschi iniziarono a intuire che la mafia non era solo una sorta di temporale estivo scoppiato sul loro paese, ma che vi si era perfettamente radicata già da quarant’anni. Analogamente all’America, dove la mafia riuscì a restare invisibile e indisturbata per quasi quarant’anni, finchè nel 1957 l’FBI irruppe nel corso di un summit di mafia ad Appalachin arrestando 64 boss. Fino ad allora quasi nessuno sapeva che la seconda ondata migratoria di mafiosi era approdata in America già nel 1920.

Sia i morti, sia gli autori della strage mafiosa di Duisburg davanti alla pizzeria Da Bruno erano affiliati alla ‘ndrangheta calabrese, l’organizzazione mafiosa italiana più ricca e attiva. La vittima più giovane aveva 16 anni, la più anziana 38. Francesco e Marco Pergola, Sebastiano Strangio, Francesco Giorgi, Marco Marmo e Francesco Tommaso Venturi. Lavoravano tutti in pizzerie italiane a Duisburg e dintorni. Cinque di loro morirono sul colpo, il sesto morì durante il tragitto verso l’ospedale. Nel taschino di Francesco Tommaso Venturi fu rinvenuto il santino bruciato dell’arcangelo Gabriele. Nelle ore precedenti la loro morte le vittime avevano partecipato a un evento molto particolare per la mafia: nella pizzeria Da Bruno avevano festeggiato l’affiliazione al clan del giovane membro.

Vittime e carnefici erano originari di San Luca, in Calabria. Un paese che, soprannominato dagli investigatori italiani anche «la mamma del crimine», si distingue per una densità di clan incredibilmente elevata persino per la Calabria, 39 su appena 4000 residenti. Le famiglie mafiose di San Luca appartengono ai clan più pericolosi della ‘ndrangheta e in Germania sono a casa propria da decenni. Hanno a disposizione un ingente potenziale di membri che arrivano su richiesta per qualsiasi tipo di reato, che si tratti di traffico internazionale di stupefacenti, traffico d’armi, estorsioni, rapimenti, furti d’auto, riciclaggio. I clan di San Luca si avvalgono di un’esperienza professionale decennale.

La ‘ndrangheta si è diffusa da oltre quattro decenni in Australia, Canada e nell’intera Europa: soprattutto in Germania, Svizzera, Paesi Bassi e Belgio. Persino in Italia l’ascesa della ‘ndrangheta ad associazione mafiosa italiana più ricca è rimasta non notata per decenni. Negli anni successivi agli assassinii dei due magistrati antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i riflettori dell’interesse pubblico sono rimasti puntati solo ed esclusivamente sulla Sicilia, cosìcchè la ‘ndrangheta ha potuto fare carriera all’ombra di Cosa Nostra, soprattutto grazie al commercio di cocaina. La ‘ndrangheta controlla l’intero traffico di cocaina in Europa, pertanto nei suoi ristoranti non si riciclano soltanto soldi sporchi, ma spesso e volentieri diventa anche magazzino e rivendita di cocaina per i clienti che, in questo modo, diventano anche potenziali vittime di ricatto, cosa particolarmente interessante se questo cliente è un politico o un imprenditore.

Tra i morti del massacro mafioso di Duisburg c’era anche Sebastiano Strangio, gestore della pizzeria Da Bruno. Non ha quasi fatto scalpore che fosse affiliato alla mafia, molte pizzerie a Duisburg e dintorni sono da tempo considerate «pizzerie mafiose» e tra queste anche “Da Bruno”. A intervalli regolari venivano effettuate perquisizioni sul posto e anche arresti. Se ne parlava in giro, ma nessuno aveva mai preso la cosa sul serio. Mai una volta che i vicini si siano preoccupati. Il fioraio, ad esempio, il cui negozio si trovava sotto all’appartamento del gestore assassinato della pizzeria Da Bruno, è riuscito a riferire che tutto andava bene. Era considerato un vicino onesto, un ristoratore che curava diligentemente il suo locale e che salutava con gentilezza quando il mattino alle undici lasciava l’ appartamento.

Al fioraio il sospetto che Strangio potesse essere affiliato alla mafia era già venuto quella volta in cui si ritrovò il locale Da Bruno proprio davanti al suo negozio. Nel periodo natalizio, quando il fioraio doveva intrecciare le corone dell’avvento fino a notte fonda, aveva avuto modo di notare che Da Bruno veniva saltuariamente messo sottosopra dai poliziotti. Una volta fecero irruzione una sessantina di poliziotti chiedendo a tutti gli ospiti di abbandonare il locale per poter procedere a una perquisizione. Ma queste noie non avevano scoraggiato gli ospiti dal ritornare, spesso anzi c’era addirittura la coda davanti a Da Bruno. Dopo che la pizzeria si  trasferì nei dintorni dietro alla stazione, Sebastiano Strangio, il mafioso gentile, invitò più volte il fioraio nel suo nuovo locale. Una volta dovette accettare l’invito per non sembrare scortese. Ma in qualche modo non gli fece piacere, dice il fioraio. Soprattutto perché non doveva pagare.

La ‘ndrangheta calabrese non può permettersi di dare troppo nell’occhio, perché con il suo giro d’affari stimato a oltre 45 miliardi di euro l’anno, il 3 per cento del prodotto interno lordo italiano, non è solo l’organizzazione mafiosa più ricca, ma anche quella più mobile. Perché dispone di un vantaggio economico imbattibile: il suo codice d’onore le consente, diversamente dalle altre organizzazioni mafiose italiane, di creare nuove filiali anche al di fuori del proprio territorio d’origine che, per ironia della sorte, sono chiamate «locali».

La Svizzera attrae la mafia tradizionalmente per il riciclaggio di denaro sporco, un campo d’affari fiorente come non mai anche se il segreto bancario non è più assoluto come un tempo. Ma da quando la ‘ndrangheta si è saldamente radicata nell’Italia settentrionale, in particolare Piemonte e Lombardia, in cui già qualche decennio fa si poteva constatare quanto siano floridi gli affari su terra straniera, era scontato aprire delle filiali anche nella vicina e tranquilla Svizzera. La cosa più apprezzata dalla mafia è la sicurezza.

Il magistrato calabrese Nicola Gratteri parte da dieci «locali», basi operative della  ‘ndrangheta, in Svizzera, i due più importanti si trovano a Zurigo e a Frauenfeld. Secondo la struttura organizzativa calabrese un «locale» è un clan al quale appartengono diverse «’ndrine», sottounità solitamente formate da famiglie di ‘ndrangheta tra loro consanguinee. Un «locale» annovera un minimo di 49 affiliati, salendo verso i vertici il numero è libero. Solamente in Calabria ci sono almeno 150 «locali». Nel corso delle operazioni di indagine «Crimine» e «Crimine 2» sono stati arrestati negli ultimi due anni oltre 340 affiliati in giro per il mondo. Cellule della ‘ndrangheta sono state scoperte in Australia, Canada, Germania e Svizzera. Sul confine tedesco con la Svizzera a Singen, Rielasingen e Radolfzell, a Ravensburg e Francoforte, ma anche a Frauenfeld e Zurigo, conducevano i propri affari clan perfettamente efficienti. E quando lo scorso anno vennero arrestati 23 affiliati al clan Bellocco, originario di Rosarno, tra loro c’era un italiano residente in Ticino.

Motivo di interesse per gli inquirenti italiani dell’operazione «Crimine» è stata la rivalità tra i clan di Frauenfeld e Zurigo e quelli in Germania: nella città tedesca di Singen la preoccupazione principale del boss Bruno Nesci – un panettiere fino a quel momento insospettabile – ad esempio, non erano nè la polizia tedesca, nè quella italiana, ma «’Ntoni lo svizzero», il capo del clan rivale in Svizzera. Perché gli «svizzeri» stavano per avviare un altro «locale» a Francoforte, cosa che ovviamente avrebbe indebolito il potere di Nesci. Per questa ragione avevano avuto luogo telefonate frenetiche tra boss in Germania e Svizzera, viaggi febbrili verso la casa madre a Rosarno in Calabria e, a intervalli regolari, colloqui sulla situazione in bar e pizzerie. Come risulta dagli atti di indagine dell’operazione «Crimine», nel corso di un summit nell’osteria di Wängi, poco distante da Frauenfeld, si discusse del problema urgente se questo «locale» fosse effettivamente autorizzato a concedere un grado superiore a due affiliati al clan. Nella pazienza e  grande impegno profusi dai boss nell’affrontare il complesso problema della gerarchia, gli investigatori italiani hanno letto non solo quanto i clan di ‘ndrangheta si sentano al sicuro in Svizzera, ma anche il fatto che sia in gioco un investimento a lungo termine: occupare il  territorio.

Che i clan rivali non si limitassero solo a colloqui cortesi sulla situazione lo ha dimostrato la strage mafiosa di Duisburg. Perché qui non si è affatto trattato solo di ristabilire l’onore ferito di un fanatico, ma di rafforzare il prestigio criminale dei due clan attraverso un’azione eclatante. Cosa che ha funzionato alla perfezione: poco dopo i Pelle-Romeo e i Nirta-Strangio sono arrivati a un armistizio, e gli affari sono rifioriti. Solo nei due anni successivi al bagno di sangue a Duisburg, secondo i rapporti della polizia, altri 65 uomini si sono trasferiti in Germania da San Luca per lavorare nelle pizzerie. Giovani uomini incensurati, ma con solidi legami familiari: figli, nipoti e fratelli minori di boss mafiosi già condannati per estorsioni, rapimenti, commercio di droga e armi. Uomini che come indirizzo di residenza avevano quello di una pizzeria, di un ristorante oppure di una gelateria e che si spostavano da una base mafiosa all’altra, da Duisburg a Weimar, da Weimar a Monaco, da Monaco a Erfurt.

Negli anni seguenti al massacro di Duisburg i boss si sono soprattutto impegnati a far risprofondare i tedeschi in quel letargo nel quale erano rimasti per quarant’anni. Il bagno di sangue di Duisburg è stato annoverato come incidente di percorso, che possibilmente non si sarebbe dovuto ripetere. Domenico Pizzata, uno degli imputati del massacro di Duisburg, che fu assolto in primo grado, grazie alla sua avvocatessa potè confidare ai lettori del «Rheinische Post» che il suo più ardente desiderio era tornare quanto prima a cucinare la miglior pizza di Kaarst: la pizza romana, con prosciutto e funghi. Quello che non disse fu che durante la perquisizione del suo appartamento furono rinvenute due scatole di proiettili da 22 millimetri, circa 200 pezzi. E anche un permesso per il poligono di tiro. Ma è pur sempre possibile che Domenico Pizzata sia solo un entusiasta del tiro a segno.

Ovviamente ora la domanda sorge spontanea: posso mangiare la mia pizza a cuor leggero? Come riconosco una pizzeria mafiosa? In Calabria, Campania o Sicilia generalmente non ci si fida di locali arredati troppo sontuosamente e nei quali si intravede giusto un cliente. Il riciclaggio funziona anche senza troppa clientela. Per giunta ci si conosce, le relazioni mafiose di un ristoratore sono voci che girano in fretta. Ma all’estero non funziona così. Non ci sono segnali di riconoscimento e in alcune pizzerie della mafia l’affare mormora. E’ questo a costituire la sua forza.

A Palermo esiste una piantina della città in cui l’organizzazione antimafia Addio Pizzo elenca tutte le attività che si rifiutano di pagare il pizzo. Sarebbe bello un piantina simile anche per la Svizzera e per la Germania. Qualcosa di analogo è stato avviato a Berlino. Qui gli omicidi mafiosi di Duisburg hanno rappresentato l’input per dar vita alla prima iniziativa antimafia su suolo tedesco. A seguito di un tentativo di estorsione, gli operatori gastronomici italiani insieme ad altri italiani che vivono a Berlino si sono uniti nell’iniziativa «Mafia? Nein danke!». Non volevano sopportare ancora a lungo di essere ostaggi della mafia e di subire minacce, non intendevano piegarsi oltre all’imposizione del silenzio, volevano lasciare un segno: dire quello che sapevano della mafia nel loro paese. Ad esempio sui tentativi dei boss di costringere i ristoratori ad acquistare presso di loro prodotti alimentari, vini e arredi per ristoranti a prezzi gonfiati. Tutto ciò merita la nostra solidarietà. In fondo le vittime della mafia sono tutti gli italiani onesti. Perché la mafia fagocita e corrompe proprio i valori per i quali l’Italia è amata nel mondo: cordialità, generosità e ospitalità.

[Articolo originale "PIZZA MAFIA" di Petra Reski]

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Traduzione di:
Cristina BianchiGermania Cristina Bianchi
Laureata in lingue e letterature straniere traduce articoli dalla stampa tedesca per passione, ma soprattutto per aprire una finestra sul modo in cui la situazione italiana è vista da fuori. kribbia09@gmail.com
Revisione di:
Claudia Marruccelli