[The Economist]
Istruzione superiore in Italia.
Le università hanno disperatamente bisogno di una riforma, eppure si oppongono al cambiamento.
“TUTTA LA VITA DAVANTI”, un recente film italiano, si apre con la voce di una giovane donna che discute la propria tesi. L’inquadratura indugia su una serie di volti rugosi, finché non diventa chiaro che l’intera commissione esaminatrice è composta da ottantenni – e un risolino di cinico riconoscimento scorre per il pubblico in sala.
L’eta pensionabile per un docente universitario italiano è di 72 anni. Mariastella Gelmini, Ministro dell’educazione nel governo di centro-destra di Berlusconi, ha intenzione di ridurla, anche se solo fino a 70 anni. E questa è solo una della lunga serie di riforme che la Gelmini sta cercando di introdurre in uno dei settori peggio gestiti, peggio funzionanti e più corrotti d’Italia.
Le università italiane non sono sovra-finanziate. Secondo il gruppo di esperti dei ricchi paesi dell’OECD [Organizzazione per la Co-operazione Economica e lo Sviluppo, N.d.T.], nel 2005 ogni studente è costato circa 8.026 $, molto al di sotto della media di 11.512$. Ma la cifra per l’Italia non include le università private. E alcuni critici credono che una mancanza di fondi sia il problema maggiore per l’istruzione superiore pubblica.
La maggior parte degli italiani invece accusa l’arrogante potere dei “baroni” [in italiano nel testo, N.d.T.], professori titolari con potere accademico di vita o di morte. Molti di loro considerano le proprie facoltà come dei feudi personali. Nepotismo e favoritismo sono molto diffusi: proprio in questa settimana si è diffusa la notizia di un rettore universitario che il giorno prima di andare in pensione – il 31 ottobre – ha firmato un’ordinanza tramite la quale ha nominato docente il proprio figlio. Ricerche effettuate dagli studenti dell’Università Federico II di Napoli hanno stabilito che il 15% dei docenti ha un parente all’interno dello staff universitario. All’università di Palermo almeno 230 professori sarebbero imparentati con altri professori.
La creazione di posti di lavoro per parenti ed amici ha aiutato a gonfiare il numero del personale accademico italiano. Secondo la Gelmini, negli ultimi sette anni sono stati annunciati 13.000 posti di lavoro, ma ne sono stati occupati 26.000. Il favoritismo avrebbe anche portato ad una proliferazione di corsi e dipartimenti. In Italia si registrano 37 corsi frequentati da un singolo studente e ben 327 facoltà con meno di 15 iscritti.
In alcune università italiane si effettua la ricerca di alto livello e vi sono corsi avanzati. Ma il modello più diffuso è quello di una uniforme mediocrità. Neanche una delle istituzioni italiane figura tra i primi cento posti della classifica mondiale delle università del 2008, stilata dal Times Higher Education. I “baroni” esercitano una considerevole influenza sul governo, in particolar modo nel centro-sinistra, e l’hanno usata per affossare qualunque tentativo di riforma.
Il bisogno di cambiamento è adesso urgente. Cinque università sono, a tutti gli effetti, fallite. Il sistema nel complesso sta chiaramente sbagliando sul lato economico. Solo il 17% degli italiani tra i 25 e 34 anni ha un diploma di laurea, in confronto alla media OECD del 33%. La ragione principale è uno sconvolgente tasso di ritiri, pari al 55%, il più alto tra i paesi ricchi.
Considerato che agli studenti veniva richiesto di rimanere in università per troppi anni, il precedente governo Berlusconi aveva introdotto dei corsi opzionali di laurea di tre anni. Ma i datori di lavoro ritengono che i laureati provenienti da questi corsi brevi non siano sufficientemente preparati. Le università non riescono a offrire un insegnamento sufficiente in tempo ragionevole.
La maggior parte delle riforme della Gelmini saranno incluse in due progetti di legge che devono ancora essere formalmente pubblicati. Ma all’inizio del mese il Ministro ha ottenuto l’appoggio del Governo per un progetto iniziale teso al miglioramento del processo di selezione degli insegnanti universitari e dei ricercatori allo scopo di prevenire abusi, al risparmio di più fondi per investire in borse di studio e ospitalità per gli studenti, e all’attenuazione degli effetti della precedente legislazione, che mirava al risparmio tramire la limitazione del numero di docenti e dei ricercatori che possono essere assunti per ogni docente o ricercatore che va in pensione.
Tutto ciò potrebbe sembrare una buona notizia per gli studenti e i docenti. Eppure gli studenti hanno organizzato proteste in tutto il Paese. Questa settimana la i principali sindacati hanno pianificato uno sciopero nazionale, sebbene uno di loro si sia ritirato all’ultimo momento. L’opposizione dichiara che non verrà nulla di buono da riforme ispirate al taglio dei costi. Ma il Governo ha replicato che il bassissimo tasso di natalità dell’Italia ha creato ciò che la Gelmini definisce “un’opportunità storica” per migliorare la qualità, spendendo poco. I suoi progetti meritano per lo meno un’appropriata considerazione.




















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Sono d’accordo. Anche l’antimafia ci costa troppo e riduce il numero di poliziotti impiegati nel mantenere la sicurezza nella strade. Tagliare, tagliare: tanto ora c’è l’esercito.
Sarebbe meglio investire in aziende produttive come Alitalia, o, meglio, aumentare gli stipendi dei parlamentari in vista della crescente inflazione, non vi pare?
Le università ‘non ce le possiamo permettere’, ma 300 milioni + 300 milioni + 1,2 miliardi di euro per Alitalia invece sono un balzello accettabile da far pagare ai cittadini….
Come cambiano le prospettive a seconda dell’umore del governo.
Che l’Università italiana venga in rilievo quasi esclusivamente per gli sprechi, le inefficienze, il nepotismo e le clientele: è un dato, oramai, assodato. I tagli contenuti nella famigerata legge 133 (parzialmente rivisti), hanno come obiettivo, proprio quello di invertire questa tendenza consolidatasi negli ultimi decenni. Se le università sprecano danaro pubblico, danaro che proviene dalle tasse versate anche dai pensionati e dagli operai di 60 anni (che dell’università non fruiscono), l’unica cosa sensata che si possa fare, è costringerle ad avere comportamenti virtuosi.
Moltiplicano cattedre per assumere figli, nipoti ad amanti? Incrementano i corsi di laurea, arrivando ad istituirne addirittura alcuni, cui risultano iscritte 5 persone?
Bene: si taglino le risorse stanziate da Pantalone (voi e me, cittadini-contribuenti), e così le si costringerà ad avere un comportamento morigerato, rispettoso degli studenti, e delle persone indigenti che con le proprie tasse, quelle stesse università contribuiscono a mantenere in vita.
A tagliare a tutto tondo, con la calcolatrice in mano, non si cancellerà nessuna delle situazioni che hanno portato al declino dell’università italiana!
Chi faceva affari continuerà a farli, con un profitto un po’ ridotto, mentre migliaia di ricercatori, docenti e studenti dovranno sopportare tutto il peso della manovra, rischiando il collasso… in piena linea con l’azione di questo governo forte con i deboli e debole con i forti!!
Grande Vinicio, vedere un commento sensato ogni tanto su sto sito mi riempie il cuore di gioia.
E per rispondere a Emanuele, certo, Alitalia andava salvata, era una questione di vitale importanza per il paese, e certo, meglio 350 milioni per salvare Alitalia che 350 milioni buttati nel cesso, sprecati beatamente dai baroni delle università & parenti.
Chi non lo capisce è un ritardato mentale.
Vedo che non solo glorifica il cavaliere, ma usa anche il suo identico linguaggio verso coloro che ‘osano’ contestare le sue Verità Rivelate…. quale sublime sintonia!
Le ricordo, dato che a quanto pare il mio post precedente lo ha ‘inavvertitamente’ saltato, che per Alitalia la cifra sulle tasche dei cittadini è di 1,8 miliardi di euro, e non 350 milioni….
Pin! L’Economist.
Certo, quelli sono abituati che l’universita’ gli studenti se la devono pagare sul serio e devono fare i debiti per pagarsela, mica cazzi. Per loro l’intervento di B. e’ zucchero.
Mi sa che qui l’articolo fa un po’ di confusione… la protesta degli unviersitari è solo contro la 133, non l’ultimo decreto!
Sappiamo tutti che quello che stiamo pagando è il prezzo salatissimo di 45 anni di cattocomunismo, di crescita delle tasse e delle spese inutili, oltre che dei debiti pubblici e della pletora di regolamentazioni insensate che scoraggiano le attività produttive. Le spese pubbliche sono esplose non per dotare l’Italia delle infrastrutture di cui ha disperato bisogno, non per accrescere la dotazione di capitale umano con investimenti nell’istruzione e nella ricerca, non per dotare il nostro Paese di forze armate adeguate al suo peso nel mondo, non per garantire la sicurezza dei cittadini e dei loro beni, non per darci un’amministrazione della giustizia a livello paragonabile a quello degli altri Paesi dell’Occidente, ma per finanziare la proliferazione di burocrazia e di enti inutili – nuovi comuni, nuove province, autorità indipendenti, parchi nazionali, comunità montane, una scuola ed una università pubbliche di livello da quarto mondo, una sanità pubblica sprecona, corrotta ed inefficiente, e simili – uno spreco astronomico di risorse scarse, la dilapidazione sistematica dei sudati guadagni dell’Italia che produce.
Gli Italiani hanno perfettamente compreso che il nostro Paese ha l’urgente bisogno di una radicale inversione di tendenza, di una svolta liberale che riduca il costo del settore pubblico e lo rende meno inefficiente, di una drastica riduzione delle tasse e delle spese improduttive, della liberazione delle nostre energie produttive – tutti fattori essenziali se vogliamo riprendere a crescere, creare prosperità e sicurezza economica per noi e per quanti verranno dopo di noi. Un vecchio adagio della politica estera russa recita: “tutto ciò che smette di crescere comincia a marcire.” L’Italia ha smesso di crescere e rischia di cominciare a marcire…..
Mi sa che sia l’economist sia i soliti berluscloni qua sotto non hanno capito che i tagli all’istruzione di TREMONTI non vanno verso il giusto abbattimento degli sprechi, ma verso la privatizzazione dell’istruzione.