[Le Temps]
Dopo la mortificante sconfitta alle elezioni legislative italiane, il neonato Partito Democratico e’ vittima di una guerra di clan che ricorda quella dei socialisti francesi.
Il Partito Democratico (PD) e’ destinato a sprofondare nelle sabbie mobili della politica italiana? Nato nell’autunno del 2007 dalla fusione dei Democratici di sinistra (ex partito comunista) e della Margherita, d’ispirazione democratico-cristiana, il partito di Walter Veltroni, ex sindaco di Roma, attraversa una fase difficile della sua giovane esistenza.
Essendo consci dei limiti della sinistra pluralista all’interno del governo di Romano Prodi, Walter Veltroni ed un gruppo di politici di centro-sinistra decide, l’anno scorso, di creare un polo riformista di centro-sinistra con lo scopo di cambiare il modo di fare politica in un’Italia malata. Strategicamente, la mossa dei blairisti italiani e’ ben giocata. Produce peraltro rapidamente effetti tangibili. Fa crescere ancora le tensioni all’interno del governo Prodi al punto da provocarne la caduta dopo la defezione di un micro-partito, l’Unione dei Democratici per l’Europa (UDEUR) di Clemente Mastella, nel gennaio del 2008. Minato anche da una coalizione di centro-destra troppo eterogenea, Silvio Berlusconi prende sul serio la minaccia del Partito Democratico. Crea una nuova coalizione, il partito del Popolo Delle Liberta’.
La campagna elettorale che precede le elezioni legislative del 13 e 14 aprile rivela improvvisamente l’emergere di due poli forti che pongono fine al frazionamento dello scacchiere politico italiano, che e’ culminato nella presenza di 39 partiti all’interno della Camera dei Deputati. Le elezioni hanno confermato questo bipolarismo provocando, fatto questo storico in Italia, l’espulsione dei partiti della sinistra radicale dal parlamento. Ma hanno anche consacrato la vittoria di Silvio Berlusconi e della sua coalizione del partito del Popolo Delle Liberta’ grazie al grande successo della Lega Nord del populista e xenofobo Umberto Bossi.
Partendo da solo senza cercare l’appoggio dei comunisti, Walter Veltroni e’ stato coerente con la sua strategia blairista di conquista del centro. Ma la mortificante sconfitta delle legislative, aggravata dalla perdita della simbolica amministrazione del comune di Roma a vantaggio dell’ex neo-fascista Alemanno, ha rivelato le lacune del giovane PD, che non e’ riuscito, a meno di qualche eccezione, ad insediarsi nelle regioni. Il Partito Democrato ha conquistato solo 36 province (contro le 65 del partito di Berlusconi), delle quali solo due nel Mezzogiorno. Soprattutto non e’ riuscito a dialogare con un’Italia popolare ed in preda al dubbio, per esempio alla paura degli effetti negativi della globalizzazione.
Al momento dello scrutinio, il PD e’ stato spesso percepito come un’espressione d’intellettuali di centro-sinistra sconnessi dalle preoccupazioni della popolazione.
Non ha nemmeno effettuato quel cambiamento che la sua strategia riformista esigeva: rinfrescare il personale politico/i politici. La sconfitta alle comunali di Roma ne e’ un esempio: presentando l’ex sindaco Francesco Rutelli, della Margherita, il Partito Democratico ha offuscato la sua immagine proponendo una figura del passato.
D’ora in poi, all’interno del partito del perdente Walter Veltroni, non si smette di brontolare, la guerra e’ cominciata. L’ex ministro degli esteri di Romano Prodi, Massimo D’Alema, contesta la strategia veltroniana. Invoca una nuova unione di sinistra pluralista, cio’ che significa semplicemente la fine dell’esperienza del Partito Democratico. Questa lotta interna ricorda la feroce lotta dei clan frncesi dopo la sconfitta di Segolene Royal. Per tentare di estinguere i fuochi di contestazione, il segretario generale del PD ha promesso che avrebbe organizzato delle primarie per le prossime elezioni amministartive.
Cio’ nonostante, come i socialisti francesi, il PD potrebbe subire la strategia quasigramsciana d’entrismo del Cavaliere. Con l’apparente preoccupazione di far uscire l’Italia dalle gravi difficolta’ nelle quali e’ immersa, il nuovo presidente del consiglio tende la mano a Walter Veltroni. Un po’ come Sarkozy con la sua politica di apertura verso delle figure del Partito Socialista quali Bernard Kouchner. Subito, Silvio Berlusconi, ha persino riconosciuto il governo fantasma (una prima/novita’ in Italia) creato dal Walter Veltroni.
In se’, cio’ appare come una piccola rivoluzione dalla parte del Cavaliere che non e’ mai stato avaro d’invettive discutibili verso i suoi avversari. Ed il leader del PD, che aspira ad un largo centro che potrebbe includere l’UDC di Pier Ferdinando Casini, a lungo alla corte di Berlusconi, puo’ difficilmente rifiutare un qualunque aiuto col rischio di cadere in un antiberlusconismo che e’ costato caro al governo Prodi.
Questo spirito bipartisan e’ forse cio’ di cui, oggi, l’Italia ha bisogno. Quindici anni di polarizzazione disastrosa hanno lasciato il paese in una situazione critica. Ma « l’offerta » calcolata di Berlusconi puo’ anche essere una trappola. Strattonato da Massimo D’Alema all’interno del partito, Walter Veltroni e’ debilitato e potrebbe essere tentato di trovare una via d’uscita alle dispute interne puntando sulla collaborazione bipartisan nell’interesse superiore della nazione, per riformare un paese che ne ha proprio bisogno. L’equilibrio tra l’opposizione intelligente e la strategia del dialogo con la maggioranza sara’ nondimeno difficile.
Il gesto di apertura del Cavaliere puo’ tuttavia annientare la volontà del PD di affermarsi come la nuova forza modernizzatrice/modernista del paese.























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