A costo di indignare il lettore, debbo confessare di non essere mai rimasto entusiasta del celebre film di Giuseppe Tornatore, Cinema Paradiso

L’arte, il desiderio e l’invecchiamento

Diario de Noticias

A costo di indignare il lettore, debbo confessare di non essere mai rimasto entusiasta del celebre film di Giuseppe Tornatore, Cinema Paradiso (1988): la sua “parabola” sulla scoperta infantile del cinema mi è sempre sembrata una caricatura dei film e dei rispettivi linguaggi, riducendo la cinefilia ad una “adorazione” religiosa delle immagini.

In tutta onestà, nulla di ciò che Tornatore ha girato in seguito, compreso il pretenzioso La leggenda del pianista sull’oceano (1988), mi è sembrata andare oltre lo sforzo applicato, assai debole, per tornare agli splendori dei grandi classici italiani. È per questo che debbo anche confessare che le mie aspettative riguardo al suo nuovo film, La migliore offerta, erano poco più di niente.

Oltretutto, temevo che il dover passare attraverso la lingua inglese (si tratta di una produzione chiaramente pensata per una diffusione internazionale quanto più ampia possibile) non fosse nulla più che un facile tentativo di mascherare altri limiti.

Ebbene, riconosco che le mie aspettative mi avevano ingannato. E se è vero che Tornatore non può essere paragonato ai grandi maestri italiani (Rossellini, Fellini, Antonioni), è altrettanto vero che, almeno questa volta, si è rivelato un erede diligente dei loro valori.

Inoltre, per essere più rigorosi, ciò che si nota qui è l’agilità narrativa ed il piacere simbolico di un cinema italiano “di seconda linea”, ma che, perlomeno sino agli anni ‘80, venne prodotto da artigiani ammirevoli quali Mario Monicelli, Dino Risi o Luigi Comencini.

Le vicende de La migliore offerta vanno da subito nella direzione della favola esistenziale. Il commerciante d’arte, Virgil Oldman (Geoffrey Rush), che utilizza le proprie aste pubbliche per mettere insieme una collezione molto particolare, è un personaggio che dà forma a una contraddizione ancestrale: attraverso il suo desiderio per le forme artistiche, disegna, alla fine, un ritratto immaginario della perfezione femminile, trovando per così dire l’equilibrio perfetto tra l’”arte” e la “vita”…

Alla fine le cose sono ben lungi dal coincidere con la sua idealizzazione e non sarò certo io a rivelare al lettore l’enigma, quasi poliziesco, che il film alimenta abilmente. Ciò che importa sottolineare è il modo in cui Tornatore riesce a mettere in scena l’odissea di Virgil, come una cronaca sociale che, a poco a poco, va trasfigurandosi in uno sconcertante viaggio interiore attraverso l’afflizione dell’invecchiamento (si evidenzia l’ovvio simbolismo del cognome “Oldman”: letteralmente, “uomo vecchio”).

Alla fin fine, La migliore offerta rilancia un interrogativo assillante, tanto importante nell’opera di Luchino Visconti, altro nume tutelare del cinema italiano. Ossia: in che modo l’arte ci proietta in un universo immaginario che, grazie alla sua purezza, può solo impoverire l’abitudinarietà delle relazioni umane?

È per questo che Virgil incarna lo spessore di un vero eroe classico: indifferente al banale esibizionismo delle tecniche, non rinuncia a ricorrere a un tipo di arte che possa soddisfare la sua sete di assoluto.

[Articolo originale "A arte, o desejo e o envelhecimento" di João Lopes]

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Traduzione di:
Marco PinzutiItalia Marco Pinzuti
Laureato in Informatica e da sempre appassionato di Lingue, soprattutto dello Spagnolo del Siglo de Oro, collabora per le traduzioni dallo Spagnolo, dall'Inglese e dal Portoghese. L'Inglese tecnico lo usa per lavoro.
Revisione di:
Alessandra CerioliAmina Iacuzio