Fra il Duce e il Che

Polityka

La sinistra italiana rimprovera la destra di vergognoso revisionismo e la destra rimprovera la sinistra di falsificare la storia. Entrambe la parti hanno ragione, perché in Italia si contrappongono due agiografie nella riflessione sulla storia tragica.

A Roma Lenin ha la sua via, mentre Viareggio alcuni anni fa ha tirato fuori dalle casse comunali i soldi per un presepe in cui Giuseppe rassomigliava al capo della rivoluzione bolscevica. Nella simbologia nostalgica della leggenda comunista Che Guevara ha già da un pezzo sostituito Marx, Engels e Lenin. A Roma si possono acquistare gadget del rivoluzionario ad ogni angolo, persino in quei negozi vicino al Vaticano che vendono articoli devozionali. Senza un ritratto del Che in Italia non si può prendere parte a nessuna manifestazione di sinistra e, al più tardi, a novembre di ogni anno, nelle edicole appaiono dei calendari col capo della rivoluzione cubana. Questo però non significa che in Italia al Che sia attribuito il culto maggiore.

Per cercare un tempietto del Duce non è necessario andare fino a Predappio, dove la guardia volontaria onoraria protegge il sepolcro del dittatore e giornalmente vi fanno visita 3 mila pellegrini. Basta andare 30 km a sud-est di Roma, ad Artena, posta sul versante di un monte. Nella cittadina di 11 mila abitanti, oltre un cancello d’ingresso e un grande cortile, si trova il ristorante Il Federale (portavano questo nome i capi locali del partito fascista italiano). Ad ogni modo, questo è il nome per gli iniziati, poiché dinnanzi al cancello pende l’innocente scritta: “Umberto La Pizza”.

Già in corridoio sono appesi alcuni ritratti di Benito Mussolini e, all’interno di due enormi sale, ritratti di dignitari fascisti, manifesti di quegli anni che esortano all’azione armata, busti del Duce, parole e frammenti di discorsi incorniciati (“Vorrei soltanto che un giorno gli italiani sapessero ricordare che li ho soprattutto amati e che ogni mio atto e pensiero furono rivolti alla grandezza dell’Italia”), il decalogo fascista. C’è anche un manichino di un fanciullo vestito da Balilla, l’organizzazione fascista per i ragazzi dagli 8 ai 14 anni. Sebbene sia sabato e sia l’ora di pranzo, l’enorme locale è deserto. Appare il cameriere in camicia nera, portando un ricco menù che pullula di simboli del fascismo chiari e in codice.

Come antipasto si può mangiare il Mare Nostrum Littorio con frutti di mare (i Romani hanno chiamato il Mare Mediterraneo “Nostro”, invece “Littorio” allude al fascio littorio, da cui è derivata la parola fascismo). Come primo, il Federale offre per esempio la pasta del Balilla o gli gnocchi alla nonna Rachele (dal nome della moglie di Mussolini). I secondi piatti non hanno connotazione politica, tuttavia i dessert la riportano con gli interessi: Faccetta Nera (inno composto in occasione dell’invasione dell’Etiopia), Medaglione del Duce e mousse Dolce Claretta (Claretta Petacci è stata l’amante di Mussolini, fucilata insieme al dittatore dai partigiani). E infine ci si può bere su del Vino Nero col ritratto di Mussolini sull’etichetta.

Appare la proprietaria, la signora Adelaide. Ha all’incirca 60’anni. Spiega che fu suo padre ad aprire il locale, nel 1969, in onore del nonno, che fu il federale locale ai tempi del fascismo. Con orgoglio mostra delle foto incorniciate che riproducono banchetti vecchi e recenti: una del congresso del partito postfascista MSI, un’altra di due anni prima, quando ad Artena sono giunti i capi di Alleanza Nazionale della regione Lazio. Nelle foto appaiono coi palmi stesi in avanti. – E questo è mio nipote! – la signora Adelaide con orgoglio mostra la foto di un ragazzino col braccio levato.

La proprietaria racconta che sono tempi duri per il ristorante ma per fortuna spesso arrivano grandi gruppi dei “nostri” a festeggiare. La signora Adelaide progetta persino di trasformare la sua grande casa dietro il ristorante in un hotel. Alla domanda chi sono i “nostri” risponde che si occupa di cucina, non di politica e chiama il cameriere, che risulta poi essere suo genero – A volte tifosi della Lazio, a volte Alleanza Nazionale. Ed anche Forza Nuova. Qui si sposano, festeggiano cresime, comunioni, organizzano banchetti funebri.

Al collo del cameriere-genero penzola una catenina con una piccola croce celtica – Sono fascista dal nonno di mio nonno – dice. – Ora qui governano i rossi. Molte volte avrebbero voluto farci chiudere ma noi non abbiamo mollato.

Ma non è solo al Federale che si può avere l’illusione che in Italia la II guerra mondiale sia finita ieri. La sinistra della Camera dei Deputati ancora oggi intona la canzone partigiana “Bella Ciao”, Berlusconi ad un comizio elettorale estrae un esemplare dell’“Unità” del 1953 dove si versano lacrime per Stalin, e non più tardi di aprile alcune decine di persone in Campidoglio hanno festeggiato col saluto fascista l’elezione di Gianni Alemanno a sindaco della capitale. A Roma tra le tifoserie appaiono ritratti del Duce, croci celtiche e svastiche, per questo poi i club AS Roma e SS Lazio vengono multati. A loro volta i tifosi del Livorno sfoderano (impunemente) ritratti di Lenin, Marx ed Engels, e nel loro stadio i fan ospiti intonano l’Internazionale, più volentieri con l’AC Milan, che appartiene al primo imperialista del paese, Berlusconi.

Tre anni fa ci fu un calciatore del club SS Lazio, Paolo Di Canio, che nello stadio romano Olimpico portò i suoi sostenitori al delirio salutandoli alla fascista, per questo la nipote del Duce, Alessandra, gli ha rivolto un ringraziamento speciale. Quella volta Cristiano Lucarelli del Livorno ha festeggiato il gol con un appassionato saluto comunista, levando il pugno chiuso. Perché così tanti italiani, giovani e vecchi, nutrono ancora tali sentimenti per delle vecchie ideologie? Da dove deriva la nostalgia per i tempi del Duce e l’idolatria di Mussolini, che ha condotto alla morte in guerra mezzo milione di italiani e fatto sprofondare il paese nella rovina?

Gianni Oliva, autore del libro “Le tre Italie del 1943. L’alibi della resistenza. Come abbiamo vinto la seconda guerra mondiale”, non ha dubbi che gli italiani non abbiano fatto i conti con la propria storia. Invece di chiudere onestamente i conti col cupo passato, hanno deciso di tacere la verità, di falsare i fatti e di indorare la pillola. Sotto questa forma è stata servita alla terza generazione postbellica. Nel paese che ideò il fascismo, dove quasi tutti quelli che fino al 1940 avevano appoggiato Mussolini, Pier Paolo Pasolini, Dario Fo o Alberto Moravia (sic), furono combattenti-volontari della Repubblica di Salò (1943-1945), c’è stata un’amnesia totale, talmente comoda che l’ho intesa come un riflesso incondizionato L’amnistia del 1945 ha effettivamente portato a termine la liquidazione mai avviata dei crimini del fascismo. Nessuno ha pagato per le 20 mila vittime, spesso innocenti, dei partigiani comunisti. Secondo la più popolare versione delle vicende del 1943, quella della sinistra, tutta la nazione italiana si sarebbe risvegliata dal letargo e sotto la guida del partito comunista avrebbe condotto una vittoriosa guerra contro i tedeschi e contro il fanatico, anonimo ed esiguo fascismo di Salò. In questa agiografia limitatamente ci si ricorda che da qualche parte c’erano degli alleati, o che l’esercito di Salò contava mezzo milione di soldati, quando invece i partigiani comunisti erano 60 mila.

Alla leggenda è legato anche l’apporto dei comunisti alla costruzione della democrazia. Obiettivo del Partito Comunista Italiano diretto da Mosca era la rivoluzione e la trasformazione dell’Italia in un satellite sovietico. Con l’enorme sacrificio dei partigiani comunisti caddero le classi ostili: proprietari terrieri, industriali, sacerdoti. Agli inizi furono uccisi i reparti dei partigiani non comunisti. Così perì per esempio Guido Pasolini, fratello del regista. Senza riguardi si è poi passati alle mogli, ai genitori e ai figli dei fascisti. Spesso con l’entusiasmo dei neofiti, poiché molti degli antifascisti desideravano in questo modo redimere il passato fascista e, all’occasione, liquidare i testimoni.

Per anni i crimini dei comunisti e le 15 mila vittime italiane di Tito, gettate nelle foibe nei pressi di Trieste, furono un tema tabù. Quando 5 anni fa Giampaolo Pansa ha descritto le sorti di alcune vittime nel libro “Il sangue dei vinti”, ha ricevuto la protezione della polizia, poiché gruppi violenti di sinistra sarebbero ricorsi ad aggressioni nei suoi confronti. Pansa, uomo di sinistra, è stato accusato di simpatie pro fasciste, di menzogna e di vendita dell’opinione per interesse.

Quanto alla destra, da quando nel 1994 al governo sono arrivati i post-fascisti di Alleanza Nazionale, essa relativizza l’epoca fascista. Secondo questa versione della storia, Mussolini ha salvato gli italiani dal caos e dal comunismo, e la dittatura fu una necessità. Ha modernizzato il paese, ha dato vita al patriottismo italiano, ha combattuto Cosa Nostra in Sicilia e i treni viaggiavano con puntualità.

In questi termini, sull’onda di questo revisionismo, Berlusconi da premier ha dichiarato che Mussolini non avrebbe ammazzato nessuno, che i suoi avversari politici li mandava in villeggiatura in isole felici. Il solo vero errore del fascismo sarebbero state le leggi razziali del 1938. Sempre più spesso si sente la spiegazione che Mussolini fu costretto a questo da Hitler, e che gli ebrei italiani in verità furono vittime dei tedeschi, perché non era possibile portare la società italiana all’antisemitismo.

Tanto che nel 1938 nessuno, letteralmente nessuno, tra le élites italiane protestò, quando nelle università e nelle scuole furono defenestrati gli insegnanti di origine ebraica. Gli ariani italiani li sostituirono senza alcuna perplessità di carattere morale. Si tenta anche di relativizzare i crimini del fascismo con l’affermazione che il regime presumibilmente avrebbe avuto un volto umano, che non avrebbe limitato la libertà nell’arte, e che in confronto al nazismo tedesco sarebbe stato un sistema giusto appena autoritario. I proclamatori di tali miti non sono nella condizione di accettare come falso l’idillio del fascismo prebellico né tantomeno di ammettere che le leggi razziali e la guerra che seguirono siano state non una cesura storica, bensì la conseguenza dell’aberrazione dell’ideologia.

In questi termini si scontra il mito dell’idillio del fascismo prebellico con il racconto ugualmente ingenuo dell’idillio generale, cristallino, comunista del movimento della resistenza. Entrambe le suddette menzogne hanno negato quella verità alla quale in Italia quasi nessuno ha il coraggio di guardare in faccia. Inoltre, la propaganda di entrambe le parti ne fa spesso uso nei bisogni correnti della lotta politica, e agli opinionisti sembra che una menzogna giustifichi l’altra. Conseguenza ne è la relativizzazione dei crimini di entrambi i totalitarismi e una nostalgia per il Duce che non si estingue.

[Articolo originale “Tu Duce, Tam Che” di Piotr Kowalczuk ]

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Emanuele FulcoItalia Emanuele Fulco
Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell'impossibile?
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