Un viaggio nell’opera dell’italiano Giorgio Agamben, figura centrale nel panorama filosofico attuale.

Come la politica segna la vita

Clarin

È evidente che la filosofia prodotta in Italia abbia rinnovato il panorama del pensiero contemporaneo europeo, una volta esaurito il progetto della decostruzione e altre alternative o soluzioni che hanno messo in disparte questa disciplina, da Jürgen Habermas al pragmatismo.

La “scuola italiana” si caratterizza per l’enfasi nella problematizzazione del concetto di vita e delle diverse parti che in un modo o nell’altro la compongono. Si pensi alla biopolitica. Roberto Esposito, Toni Negri, Maurizio Lazzarato, Paolo Virno, Franco Berardi Bifo, tra i tanti, hanno portato una ventata di aria fresca alla filosofia contemporanea.

Nell’universo dell’attuale filosofia europea contemporanea, Giorgio Agamben (Roma, 1942) occupa in Italia lo stesso spazio che riveste Jean Luc Nancy in Francia, Peter Sloterdijk in Germania o José Luis Pardo in Spagna.

Tutti questi autori possono farsi rientrare nell’ambito del cosiddetto “post-umanesimo”, vale a dire l’attivissima eredità nietzscheana e foucaultiana che segna una discussione politica in termini di biopotere (e non più di analisi sinistra/destra).

Qui la problematizzazione della tensione tra umanità e animalità è la chiave: andare oltre l’umanesimo illuminato che cercava di addomesticare l’uomo. Tale vincolo tra l’uomo e l’animale rende chiaro come la vita animale è inclusa in quella politica. La lettura dei pensatori del post-umanesimo mette in risalto le società post-liberali e post-letterarie e, in qualche modo, rispetta per filo e per segno l’avvertimento di Nietzsche sui processi – antropocentrici – di addomesticamento degli uomini per far crescere altri uomini.

Negli ultimi due decenni la filosofia italiana ha preso la sua strada, in particolar modo nell’analisi di problemi di filosofia del diritto. La figura di Giorgio Agamben è tornata ad essere rilevante per comprendere la filosofia contemporanea, in gran parte potenziata dalla pubblicazione della serie Homo Sacer (1995), in cui analizza la politicizzazione della vita biologica riprendendo Michel Foucault.

In generale, esistono due periodi del pensiero agambeniano: il primo, estetico. Il secondo, etico, politico e giuridico. Ciò nonostante, entrambi sono dominati dal concetto di “potenza”: il potere di fare come di non fare (la potenza del “no”). La prima tappa del suo pensiero inizia con la pubblicazione de L’uomo senza contenuto (1970) e si chiude con La comunità che viene (1990).

Il forte influsso delle filosofie di Walter Benjamin, Martin Heidegger e Aby Warburg si nota nella prima tappa estetica. A partire dall’edizione della serie Homo Sacer nel 1995, il pensiero di Agamben ha una tale importanza che  la pubblicazione dei cinque volumi continua ancora oggi, e il segno di Foucault è evidente.

Concetti come archeologia, paradigma, esempio, segnatura, dispositivo, potenza, inoperosità, messianismo, rimanente o profanazione sono argomenti ricorrenti nella sua produzione.
Questa evoluzione o spostamento laterale dall’estetica alla politica implica anche il passaggio dalla poíesis alla pólis: dalla produzione alla sovranità e all’eccezione.

Dall’opera d’arte alla macchina governativa. La filosofia di Agamben, in questo modo, riprende la problematizzazione dell’intrusione della politica nella vita e si concentra sul contemporaneo, dedicandosi, così, a pensare al proprio tempo, como segnala Edgardo Castro in Giorgio Agamben. Una arqueología de la potencia [Giorgio Agamben. Un’archeologia della potenza, NdT]: “Se il pensiero futuro deve pensare a questa figura della potenza che è la potenza del no e l’inoperosità essenziale dell’uomo, la politica futura sarà una politica della profanazione. Agamben definisce il consumo come l’impossibilità d’uso. Consumare, effettivamente, non è un atto di uso, ma di distruzione. Per questo motivo il capitalismo ci pone davanti a qualcosa di improfanabile.

Almeno a prima vista, risulta impossibile restituire all’uso comune ciò che è stato trasformato in merce. Tuttavia è possibile, secondo l’autore, che l’improfanabile su cui si fonda la religione capitalista non sia propriamente tale e che, pertanto, possano esistere forme efficaci di profanazione che creano un nuovo uso, disattivando e rendendo inoperoso il vecchio utilizzo. La profanazione dell’improfanabile è il compito politico della generazione futura”.

La recente edizione di Teología y lenguaje. Del poder de Dios al juego de los niños [Teologia e linguaggio. Dal potere di Dio al gioco dei bambini, NdT] funziona come introduzione al pensiero agambeniano e al suo discorrere intorno alle categorie dialettiche: homo sacer, sovranità, forma di vita, infanzia. Negli ultimi anni Agamben ha collocato la sua riflessione sistematica sul diritto e sulla teologia.
Analizzando questo testo, ci imbattiamo nella conferenza “Bataille e il paradosso della sovranità” (Roma, 1986), dove lo sguardo agambeniano si posa sulla constatazione della crisi radicale e la dissoluzione della comunità.

Il testo Liturgia y Estado moderno [Liturgia e Stato moderno, NdT] è basato su una conferenza realizzata nel 2009 in Svizzera, durante la quale il filosofo illustra il cambio di rotta della sua ricerca verso il diritto e la teologia e la sua centralizzazione nel mistero del potere per rispondere alla domanda: “Cos’è la politica?”.

E nella conferenza “¿Qué es una orden?” [Cos’è un ordine?, NdT] (28 marzo 2011, Londra), il nostro filosofo mette a punto un’archeologia dell’ordine. Lo stesso verbo “ordinare” in greco significa iniziare, essere il primo, ma anche essere il capo, colui che inizia. In questo modo, Agamben conclude che un potere cessa quando cessa di dare ordini, non tanto quando è disobbedito.

In tanto un potere continua a dare ordini, in quanto qualcuno obbedirà. Volere per Nietzsche è dare un ordine o comandare. Vale a dire, la volontà del potere è la potenza dell’ordinar(si). Mentre la filosofia greca si è concentrata sulla potenza, la teologia cristiana e la filosofia moderna si sono concentrate sulla volontà. In questo modo la riflessione agambeniana dà ragione a Nietzsche: volere è ordinare. La volontà è un ordine e ciò che è ordinato è la potenza. In questo modo, il volere ordina il potere.

In effetti, la filosofia di Giorgio Agamben è un faro imprescindibile all’interno del pensiero del XXI secolo. La sua opera, ereditaria e prosecutrice della geneaologia foucaultiana, richiama uno studio sistematizzato dentro cui possiamo già vedere importanti letture provenienti dagli Stati Uniti, dal Canada e dall’Argentina (il già citato Edgardo Castro).

Il loro recepimento non è soltanto accademico ma va anche oltre l’istituzionale, attraverso l’arte, la letteratura, l’estetica e i mezzi di comunicazione. Non dimentichiamoci che un giovane Agamben ha interpretato l’apostolo Filippo nel film Il vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini. Tale ampiezza e espansione diventa evidente e dà impulso e futuro al pensiero agambeniano.

Nella sua opera Che cos’è il contemporaneo? si affronta la specificità del contemporaneo, qualcosa che implica sempre un differimento, uno spostamento, ma anche la possibilità dell’apertura: “La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce ad esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce ad esso attraverso una sfasatura ed un anacronismo. Coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano in ogni punto perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono fissarla”.

Quelli che coincidono in modo assoluto con l’epoca, che concordano perfettamente con la stessa, non sono contemporanei perchè, proprio per questa ragione, non riescono a vederla, non possono mantenere su di lei lo sguardo fisso. Questo rinvio al passato per pensare al presente è ciò che propizia la filosofia di Giorgio Agamben e gode di notevole fama.

[Articolo originale "Cómo marca la vida la política" di LUIS DIEGO FERNÁNDEZ]

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Traduzione di:
Elena BergamaschiSpagna Elena Bergamaschi
Laureata in Management Internazionale, ha vissuto in Spagna dove ha frequentato l'ultimo anno di specialistica. Ha una forte passione per la lingua spagnola e latino americana, ama i viaggi non convenzionali e nel tempo libero studia arabo, corre e cucina... soprattutto dolci perché nella vita, se c'è qualcosa che non può mancare, è la dolcezza.
Revisione di:
Michela FarinaFrancesco Pasquarelli