Il sistema democratico è attanagliato da una crisi di volontà o di capacità decisionale.

L’esperienza tecnocratica italiana

El País

In Italia, la formazione due anni fa [in realtà il governo Monti è stato nominato il 16 novembre 2011, NdT] di un governo di tecnici, a cui i partiti politici affidarono l’adozione delle misure necessarie per far fronte alla situazione economica, è stata considerata come un caso di tecnocrazia. Analisi, questa, che logicamente ha portato alla sua radicale confutazione, visto che democrazia e tecnocrazia sono sistemi politici incompatibili.

Tuttavia, è abbastanza evidente che il caso italiano non si può assolutamente equiparare ad un regime tecnocratico. I tecnici non governano in Italia grazie al loro peso politico, ma perché alcune forze politiche democraticamente elette hanno deciso, come miglior soluzione in una situazione di crisi generalizzata, di metterli a capo del governo.

Pertanto non siamo in presenza di un governo dei tecnici basato sulle loro conoscenze, ma dinanzi a una democrazia che ha scelto di mettere transitoriamente a capo del governo alcuni tecnici senza appartenenza politica, appoggiati in ogni istante dal Parlamento. E questa distinzione non è un semplice prurito accademico, ma si ricollega a realtà e difetti sistemici del nostro modello politico che dovrebbero farci riflettere.

Il governo dei saggi o dei migliori è stato proposto nella storia dell’Occidente, da Platone a Lenin, come una soluzione al problema della conoscenza, vale a dire come un modo per superare l’ignoranza congenita delle masse. Il sistema democratico – criticano le diverse teorie favorevoli alla tutela – garantisce che le decisioni siano conformi alla volontà della maggioranza, ma non garantisce in assoluto (anzi lo impedisce) che tali decisioni siano le più intelligenti. Quindi il governo dei saggi – oggi, i tecnici – consentirebbe di superare un deficit di conoscenza specialistica consustanziale alle democrazie.

Non ripeteremo ora la critica a questa impostazione, dato che già fu efficace quella di Aristotele nei confronti del suo maestro, piuttosto ci interessa evidenziare che il problema democratico attuale che interessa i governi tecnici non è più un problema di conoscenza, quanto uno di capacità decisionale. Perciò, rispetto a governi come quello italiano, non sono più valide le solite critiche rivolte alla tutela tecnocratica.

In effetti, la realtà delle nostre società in crisi non è di quelle in cui c’è un deficit di elevate conoscenze al suo interno. Piuttosto il contrario: se proprio esiste qualcosa, è un’ampissima diffusione del sapere. Tutti i partiti, o almeno i più rilevanti, hanno a disposizione l’intelligenza necessaria per analizzare la crisi e metterne ragionevolmente in atto le soluzioni. Non ci sono più “i saggi” come classe specifica o isolata dal resto della società.

E, tuttavia, le decisioni che qualsiasi commissione di tecnici assennati considererebbe urgenti non vengono adottate, e ancor meno quelle semplicemente necessarie. Allora, se non è una questione di conoscenze, che ci sta succedendo? O meglio: che succede al nostro sistema politico?

La risposta, abbastanza ovvia, è che il sistema democratico si trova attanagliato da una crisi di volontà, o di capacità decisionale, se si preferisce. Oggi né il governo né l’opposizione agiscono sulla scorta di criteri fondati sulle conoscenze tecniche, ma in base a criteri che modulano e manipolano queste conoscenze in funzione di interessi di parte.

Il governo fa quel che considera migliore per il paese, ma sempre che ciò, allo stesso tempo, sia la cosa migliore per il suo futuro elettorale. E l’opposizione risponde allo stesso criterio, sebbene invertito. Quindi la cosa certa è che il problema di fondo sta nel fatto che un sistema politico che risponde solo al codice binario governo/opposizione non può per definizione produrre soluzioni ottime ma solo relativamente distorte (N. Luhmann).

E questo, che è un prezzo che si può pagare per la democrazia in un momento di prosperità, si rivela una zavorra insopportabile in tempi di crisi profonda. Perché più sono necessarie le decisioni sagge, più sorgono difficoltà. La capacità del sistema per produrre decisioni adeguate diminuisce vertiginosamente.

Una soluzione classica a questa diminuzione sono i grandi accordi o i governi di coalizione, ma non c’è da aspettarsi che i partiti li facciano da soli. I patti della Moncloa sono pura illusione: se un tempo furono possibili, fu proprio perché il modello del governo di coalizione non si era ancora consolidato in Spagna, perché le élites non erano ancora così settarie. Oggi lo sono: anche se non è un difetto morale, ma sistemico, in ogni caso è un limite.

L’altra soluzione (una di quelle che rientrano nella tipologia chiamata “Ulisse”) è affidare il governo a tecnici rispettabili, dei quali i partiti si impegnano in anticipo a non contestare né mettere in discussione le decisioni, e che siano estranei a interessi e scenari elettorali. Le probabilità che un sistema simile produca decisioni corrette rispetto a quello attuale, da un lato, sono molto alte, dall’altro eliminano alla radice gran parte del rumore con cui critica e controcritica costantemente imbrattano l’opinione pubblica.

Il sistema politico della Repubblica Romana è stato capace di inventare un istituto così utile e peculiare come la Dittatura, provvisoria e limitata, per i casi di crisi. Per quale ragione oggi non potremmo inventare il governo democratico dei tecnici? In Italia non è andata male, sicuramente non peggio che qui [in Spagna, NdT].

José María Ruiz Soroa è avvocato.

[Articolo originale "La experiencia tecnocrática italiana" di José María Ruiz Soroa]

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Traduzione di:
Francesco PasquarelliItalia Francesco Pasquarelli
Amante della movida madrilena e di Calderón de la Barca, del Colosseo e di Trastevere, da sempre contendono le sue attenzioni la capitale spagnola e la Città Eterna.
Revisione di:
Teresa Scolamacchia