Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, Reality sembra riprendere le fila di un cinema italiano allo stesso tempo popolare e personale, espressione della volontà di gettare uno sguardo lucido ma scanzonato sui suoi contemporanei.

Reality: crudeltà e miracolo nel segno della grande tradizione della commedia all’italiana

Le Monde

Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, senza Aniello Arena rimasto in prigione, Reality, che ha ottenuto il Gran Prix della giuria, è sembrato ad alcuni un oggetto che ha fatto il suo tempo. Questo sfasamento è stato certamente all’origine delle critiche negative che sono state mosse al film, soprattutto a causa del tema (la desolazione dei reality televisivi) giudicato superato. Ma se la nuova opera di Matteo Garrone può apparire anacronistica (e il suo valore sta in questo anacronismo) è anche perché sembra riprendere le fila di una storia antica (o piuttosto ricongiungersi ad essa), quella di un cinema italiano allo stesso tempo popolare e personale, espressione della volontà di gettare uno sguardo lucido ma scanzonato sui suoi contemporanei.

Luciano, un pescivendolo napoletano, spinto dalla famiglia partecipa ad un casting per far parte di un reality televisivo, il Grande Fratello. Convinto di essere stato scelto, attende la telefonata di conferma, dandosi le arie in lungo e in largo per il quartiere. Poco a poco, si convince che la televisione abbia mandato degli inviati per sorvegliare la sua vita, certificare la conformità dei suoi comportamenti rispetto a quanto aveva dichiarato durante il casting.
L’uomo si sente spiato e cade in una paranoia dalla quale non esce se non diventando il benefattore del quartiere, rinunciando ai suoi beni a favore dei bisognosi, abbandonando i piccoli espedienti che portava avanti (fa acquistare ai vicini elettrodomestici che poi rivende), ecc…

Il film di Garrone può essere anche interpretato come una metafora della televisione vissuta come strumento di controllo e monitoraggio sociale, oltre che di omologazione dei comportamenti. Credendo di essere sorvegliato dai produttori della trasmissione alla quale sogna di partecipare, rivedendo la sua condotta di vita in base a quelli che suppone essere i desideri di questi ultimi, Luciano sembra riconoscere che oggi la televisione, strumento del nulla, non è tanto qualcosa da guardare quanto un occhio che spia. E’ l’occhio mediatico che ormai ci osserva, e indirettamente ci sconfessa attraverso queste trasmissioni, che si suppone riproducano quella che crediamo essere la realtà.

Commedia

Ma enunciando questo messaggio, Reality utilizza uno humor basato su un misto di commedia e osservazione. Il piccolo mondo ripreso da Garrone è popolato di individui (la famiglia del protagonista, Enzo, un improbabile “ex” della trasmissione diventato un’attrazione per locali notturni…) che grazie all’utilizzo di campi lunghi e alla recitazione degli attori, alcuni dei quali non professionisti, riportano ad una realtà già di per sé teatrale e burlesca, ritmata da un senso del melodramma (un modo di andare velocemente fingendo di prendersi il proprio tempo) che il precedente film del regista, Gomorra, grande affresco sulla camorra, aveva già messo in luce.

Come non vedere quindi, con tutte le proporzioni del caso, Reality come un’opera di sintesi che ha mantenuto del vecchio cinema italiano dei tempi d’oro, un certo numero di metodi e modelli, fino a rappresentarne un’incarnazione contemporanea? Si potrebbe rimproverare al film l’assenza di simpatia verso personaggi creduloni, ossessionati soltanto dai modelli insignificanti che impone oggi l’industria culturale contemporanea. Ma significherebbe dimenticare che la crudeltà del segno è stata anche più impietosa nei film firmati da Dino Risi o da Mario Monicelli, senza che in questo i personaggi perdano la propria umanità.

Al di là di questa genealogia della commedia all’italiana, possiamo considerare Reality come il dipinto di un percorso di redenzione e una forma di fiducia nei miracoli. L’arte di [un] Fellini era costruita su questa capacità di cogliere l’intrusione dell’immaginario nella realtà, di rendere barocco un universo disincantato e implacabilmente vero. L’ultima sequenza del film di Garrone richiama quindi questa ipotesi venuta da lontano.

[Articolo originale ""Reality" : cruauté et miracle dans la grande tradition de la comédie à l'italienne" di Jean-François Rauger]

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Traduzione di:
Chiara CavedoniItalia Chiara Cavedoni
Lavora in teatro, anche se con l’aria che tira non sa se potrà farlo ancora per molto. Traduce dal francese
Revisione di:
Claudia Marruccelli