La Chiesa cattolica ha autorizzato formalmente il processo che potrebbe condurre alla beatificazione - ed eventuale canonizzazione - di Aldo Moro, il leader democristiano capo del governo per ben cinque volte, che fu assassinato dai terroristi delle Brigate Rosse nel 1978. Il complesso e lento meccanismo per innalzare Moro agli onori dell’altare è stato avviato con discrezione.

Aldo Moro, da martire a santo

El Colombiano

L’Italia, da buon paese cattolico, è terra di santi e peccatori. I politici, profondamente screditati dai continui scandali di corruzione, solitamente vengono inseriti nella seconda categoria. Ma ci sono delle eccezioni.

La Chiesa cattolica ha autorizzato formalmente il processo che potrebbe condurre alla beatificazione – ed eventuale canonizzazione – di Aldo Moro, il leader democristiano capo del governo per ben cinque volte, che fu assassinato dai terroristi delle Brigate Rosse nel 1978. Il complesso e lento meccanismo per innalzare Moro agli onori dell’altare è stato avviato con discrezione.

La notizia è stata data in esclusiva dalla Gazzetta del Mezzogiorno, un quotidiano della Puglia, la regione natale di Moro.

Moro potrebbe essere beatificato per due motivi: per un miracolo che si attribuisce alla sua intercessione – avvenuto anni fa in Mozambico – e per la sua condizione di martire, di persona assassinata per motivi ideologici, in odium fidei.

Questa condizione ha consentito di beatificare un migliaio di sacerdoti e religiosi assassinati durante la guerra civile spagnola. Per Benedetto Sorino, il giornalista che ha dato la notizia in anteprima, le possibilità che la beatificazione di Moro prosegua sono abbastanza alte, data la congiuntura che sta vivendo il paese.

“Moro servirebbe a riabilitare un modello di grande valore per una nuova classe politica”.

Il giornalista non ha dubbi sul fatto che la Chiesa cattolica vedrebbe di buon occhio la beatificazione di Moro “in questo momento storico molto particolare”, in quanto la aiuterebbe ad espandere la sua influenza sulla nuova generazione di politici. Sorino ha ricordato che Moro era intimo amico di papa Paolo VI, che era un uomo di Chiesa e rappresentava quel vincolo diretto tra il Vaticano e la Democrazia Cristiana italiana.

L’iniziativa per innalzare il politico assassinato agli onori dell’altare è partita dalla Fondazione Moro. È stata realizzata una raccolta di firme a cui hanno aderito autorità politiche locali e regionali, così come la diocesi di Bari. Il decisivo nihil obstat (nullaosta) ecclesiale è arrivato dal vicario di Roma – la diocesi del papa -, il cardinale Agostino Vallini.

Il porporato ha dato il nullaosta alla nomina del postulatore – una sorta di avvocato difensore della causa -, Nicola Giampaolo, uno dei pochi laici incaricati di questo compito.

Vallini ha anche proclamato Moro “servo di Dio”. La missione di Giampaolo sarà quella di raccogliere documenti e testimonianze che dimostrino che Moro è stato un modello e una figura esemplare per i credenti. L’ultima parola sarà del papa.

La condizione di martire assassinato in odium fidei sarebbe già sufficiente a beatificarlo.

Ma nel caso di Moro si parla di un miracolo di cui avrebbe beneficiato un cardinale già morto (ormai scomparso), Francesco Colasuonno. Questi visse un episodio drammatico nella nunziatura del Mozambico, quando un gruppo di guerriglieri assaltò la sede diplomatica e uccise molti di quanti vi si trovavano. Secondo Colasuonno, lui si era chiuso in una stanza in cui era appeso un ritratto di Moro. Iniziò a pregare ed invocò il suo aiuto. Avuta salva la vita in quell’episodio, Colasuonno aveva una certezza: “Lui (Moro) è il mio santo”, disse.

Ieri tra i familiari di Moro sono sorte alcune divergenze sull’idea di beatificare il politico. Una delle figlie, Agnese Moro, intervistata dalla Gazzetta del Mezzogiorno, ha detto che la questione non le interessava. Forse il motivo è il timore che possano riaprirsi delle ferite. Al contrario, un’altra figlia, Maria Fida, ha parlato di una “bellissima proposta” ed ha assicurato che il padre era degno di beatificazione per il modo in cui visse e morì.

Ad esempio, si ricorda che Moro diede prova di una fede irriducibile nei 55 giorni trascorsi nella “prigione del popolo” in cui fu rinchiuso dal commando delle Brigate Rosse. Aldo Moro, che avrebbe compiuto 96 anni domenica scorsa, è stato un personaggio centrale della politica italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Gli anni settanta furono tempi molto convulsi in Italia, che si trovava in prima linea nella lotta tra i due blocchi, in quel mondo bipolare che vedeva contrapposti Stati Uniti e Unione Sovietica. Inoltre, si dà il caso che l’Italia aveva il partito comunista (il PCI) più potente d’Occidente, che per poco non vinse le elezioni politiche. Tutto ciò aumentava la tensione. Ed il terrorismo di estrema destra e di estrema sinistra fu il protagonista degli anni di piombo.

Moro è stato uno dei propugnatori del compromesso storico, l’idea di incorporare il PCI nel governo del paese, dato il suo peso politico e la sua influenza all’interno dei sindacati. Alla fine il piano si ridimensionò ad un appoggio esterno. L’equilibrio già precario si ruppe drammaticamente con il sequestro di Moro, il 16 marzo 1978, proprio il giorno in cui si presentava un nuovo governo con a capo Giulio Andreotti. Per catturare Moro le Brigate Rosse uccisero i cinque uomini della scorta. Seguì una fase di comunicati e ricatti dei terroristi. Il governo di Andreotti rimase fermo sulle sue decisioni. Alla fine, il 9 maggio 1978, il tragico epilogo. Il cadavere di Moro fu rinvenuto nel bagagliaio di una Renault 4. Aveva 61 anni.

[Articolo originale "ALDO MORO, DE MÁRTIR A SANTO " di EUSEBIO VAL]

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Traduzione di:
Francesco PasquarelliItalia Francesco Pasquarelli
Amante della movida madrilena e di Calderón de la Barca, del Colosseo e di Trastevere, da sempre contendono le sue attenzioni la capitale spagnola e la Città Eterna.
Revisione di:
Elena BergamaschiAmina Iacuzio