La crisi finanziaria lo ha reso lampante: i territori più piccoli vengono amministrati meglio delle grandi nazioni.

Via con gli stati nazione!

Financial Times - Deutschland

La crisi finanziaria lo ha reso lampante: i territori più piccoli vengono amministrati meglio delle grandi nazioni. Per questo dovrebbero diventare più autonomi – sotto l’egida dell’Unione Europea.

Opinione

Sono decenni che capi di stato e di governo si limitano a parlarne. Ma ora, a causa della crisi finanziaria, le cose si fanno serie: la sentenza della Corte Costituzionale Federale di Karlsruhe del 12 settembre ha dichiarato il fondo salva-stati MES compatibile con la costituzione tedesca e questo significa che i parlamentari tedeschi avranno la facoltà di porre dei limiti al budget a favore dell’Europa. Già da mesi la liberalizzazione di fatto dell’acquisto in blocco di titoli di stato attraverso la Banca Centrale Europea (BCE) ha portato a una nascosta responsabilità debitoria collettiva; la sentenza non fa altro che formalizzare tale pratica.

La strada al superamento della crisi e al salvataggio dell’euro passa attraverso l’unione delle banche con il diritto da parte della BCE di comando o persino chiusura su 6000 banche europee; per i programmi volti a una vera unione fiscale e tramite il rafforzamento di una linea politica comune per mezzo di un nuovo Trattato sull’Unione Europea da negoziare. Oltre a ciò, eminenti politici dei Paesi meridionali dell’eurozona, Italia, Spagna e Portogallo si battono seriamente da mesi per affidare le politiche di difesa, finanza e affari esteri all’UE: in altre parole è in arrivo una rivoluzione.

Ecco che per la prima volta viene a delinearsi, in relativamente poco tempo, passo dopo passo, una “vera” Europa: in principio una “morbida” unione di settori selezionati per il loro diretto rapporto con la crisi (“Europe light”); poi la convergenza delle agende nazionali più fondamentali, in una prospettiva a lungo termine (“Europe strong”) – con delle eccezioni, che rimangono nelle mani dei responsabili politici nazionali.

Non c’è bisogno di essere dei visionari per constatare che in tal modo viene fatta la Storia. Evidentemente il Commissario dell’UE José Manuel Barroso non si è ancora dimostrato all’altezza della portata dell’avvenimento, se il 12 settembre ha parlato, riferendosi alla sentenza di Karlsruhe, – quasi volendo rabbonire in anticipo i numerosi critici soprattutto in Germania – di una possibile Europa come “Confederazione di Stati nazionali”. Nella realtà, l’epoca degli Stati nazionali europei, che ebbe inizio nel XVIII secolo, è ora giunta al termine. E questo sviluppo è positivo.

Una nazione tradizionale era delineata dai confini esterni solo con lo scopo di agevolarne l’unità interna; lo scopo era di creare l’unità statale difendendo il carattere monolitico della propria area economica, con una valuta autonoma, e in base ad un unica lingua, cultura e memoria storica proprie, nonché identità collettiva e comune appartenenza nazionale (uniformate e rivolte all’interno). E ciò attraverso l’arcaico mito della fondazione dello stato, frutto del confronto con Stati per lo più confinanti. Nel complesso, la delimitazione dello Stato nazionale moderno tramite i confini territoriali è rivolta fondamentalmente all’esterno e all’occorrenza, per assimilazione forzata dall’interno verso l’esterno.

Se mai la crisi finanziaria e quella dell’eccessivo indebitamento ci hanno insegnato qualcosa, il fatto è che lo “stato nazionale” esiste solo da poco tempo e che si tratta di un’invenzione del Romanticismo, sorta dalle iniziali forme di primitivo capitalismo, il quale nasceva da un Umanesimo contraddistinto da gruppi di identità, piuttosto che da identità individuali come oggi; e che lo stato nazionale nella sua breve storia ha condotto più a guerre che alla pace. L’esperienza insegna però anche che la crisi dell’Europa ha meno a che fare con il globale passaggio di potere dall’Occidente all’emergente Oriente di quanto alcuni siano portati a pensare.

La crisi evidenzia anzi il passaggio a nuove forme di convivenza sociale, individuabili tra l’“esteso” e il “locale”, sorte dall’eliminazione dei livelli intermedi di tipo “nazionale”. Ciò che la politica non ha raggiunto, lo hanno invece ottenuto le crisi finanziaria e dell’euro: vera unione, non solo apparente. Le altre due grandi potenze mondiali, USA e Cina, al contrario tentano di salvaguardare l’attuale convulso stato di cose.

In realtà l’era degli stati nazionali è alla conclusione non solo in Europa, ma anche in USA e Cina, e persino in tutto il mondo, è in forte mutamento – basti vedere la primavera araba o l’accorpamento di grandi aree geopolitiche in America Latina e Africa. La nuova visione si afferma in modo transnazionale: territori più piccoli dai confini fluttuanti possono essere amministrati meglio; come le statistiche a livello internazionale degli scorsi decenni mostrano, essi risultano più efficienti, economicamente e politicamente. Per dirla con il defunto ecologo altoatesino Hans Glauber: piccolo è meglio, più lento, più bello – nel suo caso queste parole si riferivano all’Alto Adige e al capoluogo Bolzano. Per questo motivo le regioni europee diverranno a medio termine più autonome a scapito delle nazioni.

Ne consegue che il nuovo potere alla guida in Germania farebbe bene a promuovere la nuova coscienza europea non solo passivamente, ma anche attivamente. Poiché mentre finora gli stati vincenti dell’euro si sono comprensibilmente opposti alla snazionalizzazione e alla condivisione di una responsabilità comune, essi riconoscono adesso a causa del drammatico rallentamento della crescita – se non addirittura come conseguenza della caduta dei consumi nei Paesi perdenti – che l’Europa è inevitabile. Anche e proprio per i vincenti!

Il governo federale tedesco si occupa, a ragione, sempre più attivamente di questi sviluppi. L’intero processo offre alla Germania e all’Europa l’occasione di collocarsi al vertice dello sviluppo socio-econimico globale – e di rimanerci. L’Europa, Germania inclusa, può solo essere unita, altrimenti rischia di retrocedere al secondo o terzo posto dietro le altre grandi aree geopolitiche.

 

Roland Benedikter è Professore di Politica a Stanford, California

[Articolo originale "Weg mit den Nationalstaaten" di Roland Benedikter]

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Traduzione di:
Alessio Colonnelli
Revisione di:
Claudia Marruccelli