Il boss della Fiat non vuole attenersi al piano di investimenti a causa della crisi

“Fabbrica Italia” a rischio di bocciatura

Neues Deutschland

Il boss della Fiat non vuole attenersi al piano di investimenti a causa della crisi

La Fiat disdice il piano di investimenti in Italia. Solo due anni fa il capo della casa automobilistica Sergio Marchionne aveva annunciato una nuova era per l’azienda e in tal modo indotto una grossa fetta della politica e dei sindacati a fare concessioni di ampia portata.

“Pesce d’aprile” a metà settembre: infatti in aprile 2010 il capo italo-canadese del gruppo Fiat Sergio Marchionne aveva annunciato in pompa magna il piano di sviluppo denominato “Fabbrica Italia”: fino al 2014 si sarebbero dovuti investire in Italia quasi 20 miliardi di euro, e anche dopo la fusione con la Chrysler si voleva incrementare “la presenza nel Paese realizzando un centro strategico di produzione, investimento ed esportazione”. L’obiettivo sarebbe dunque stato quello di produrre fino al 2014 “oltre un milione di vetture da esportare, delle quali circa 300.000 destinate al mercato USA”.

Marchionne pose “solo” una condizione alla realizzazione del suo piano: in Italia i rapporti tra azienda e sindacati dovevano diventare “più moderni”, i lavoratori più flessibili e rinunciare ad alcuni diritti – tutto in nome di un futuro dorato per la Fiat, il mercato del lavoro e l’Italia soprattutto. Ora però, afferma un comunicato della direzione aziendale, “le cose sono radicalmente cambiate”. Il mercato europeo sarebbe “caduto in crisi profonda e altrettanto le cifre di vendita in Italia, ai livelli degli anni ’70″. In breve: alla “Fabbrica Italia” non si deve più pensare e in qualità di gruppo multinazionale bisogna tener conto degli sviluppi a livello mondiale.

Due anni fa Sergio Marchionne – l’uomo che si presentava in maglione a collo alto anche durante trattative ufficiali – fu osannato come “la risposta italiana a Steve Jobs”, così come il suo programma, la “via italiana verso il capitalismo”. Il governo di Berlusconi si pavoneggiava con Marchionne, ritenuto l’uomo giusto per liberare l’industria italiana da cinquant’anni di stagnazione. Un plauso gli giunse anche dal Partito Democratico. Il programma per i sindacati era catastrofico. Marchionne sottopose loro un nuovo contratto collettivo assai differente dall’accordo nazionale dell’industria metallurgica. CISL e UIL accettarono, solo la FIOM, il sindacato metalmeccanico della CGIL, dichiarò che una restrizione dei diritti di lavoratori e sindacati impediva un sano sviluppo. Durante una consultazione della base sull’opportunità di uno sciopero una risicata maggioranza di lavoratori Fiat si era pronunciata a favore dei nuovi contratti di lavoro, anche se quasi tutti si sentirono ricattati. Così accadde l’impossibile: la FIOM, il più grande sindacato metalmeccanico d’Italia, veniva bandito da tutte le fabbriche Fiat.

Il presidente di FIOM Maurizio Landini adesso non si mostra però soddisfatto. “Non siamo contenti”, dice, “siamo allarmati”. Con gli altri sindacati non vuole entrare in conflitto. Sottolinea tuttavia quanto segue: “Negli accordi, che queste organizzazioni hanno firmato, non vi è alcuna garanzia. Qui è stato semplicemente stracciato il contratto collettivo. Forse dovrebbero riflettere su ciò che è l’oggetto del ricatto e che non ha nulla a che vedere con l’operato sindacale.”

Ora anche il governo vuole trattare con la Fiat e Marchionne. In Italia è in gioco l’intera industria automobilistica e con la Fiat il più grande datore di lavoro privato del Paese.

[Articolo originale "»Fabrik Italien« steht auf der Kippe" di Anna Maldini]

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Traduzione di:
Alessio Colonnelli
Revisione di:
Claudia Marruccelli