L’attivista antimafia Rosy Canale, già vittima di un brutale pestaggio che l’aveva ridotta in fin di vita, è stata nuovamente minacciata a causa del suo libro.

Un’italiana in esilio, vittima della ‘Ndrangheta, sfida la mafia calabrese

The Guardian

È stata la testa di coniglio mozzata a cambiare le cose. Rosy Canale, coraggiosa attivista antimafia, era stata minacciata altre volte. Ma quando, il giorno del suo 40° compleanno, Rosy si è vista recapitare a casa dei genitori la testa insanguinata dell’animale, elegantemente confezionata in un pacchettino, ha deciso di fuggire. Ha dovuto abbandonare i resti di un progetto che sfidava in modo sottile, ma diretto l’organizzazione criminale più spietata d’Italia: la ‘Ndrangheta, la mafia nata nella “punta” dello Stivale, la Calabria.

Rosy Canale conosce bene la crudeltà della mafia. In passato era stata titolare di un ristorante e di una discoteca a Reggio Calabria che la ‘Ndrangheta voleva sfruttare per lo spaccio di droga. “Volevano che chiudessi un occhio”, racconta al telefono dalla località segreta degli Stati Uniti in cui si trova. “Se lo avessi fatto, sarei sicuramente ancora a Reggio Calabria e me ne andrei in giro in Ferrari.” Invece ha rifiutato. E la ‘Ndrangheta si è vendicata. Rosy è stata aggredita e picchiata violentemente, i calci e le percosse l’hanno quasi uccisa. “Mi hanno rotto quasi tutti i denti, la mascella, la clavicola, diverse costole e una gamba. Sono stata in ospedale otto mesi. I medici mi hanno dovuto ricostruire la bocca e per un lungo periodo mi sono dovuta alimentare tramite un tubo. Ero arrivata a pesare 39 chili”, ricorda.

Dopo essere stata dimessa, Rosy è andata a Roma per iniziare una riabilitazione che è durata 3 anni. “Dovevo imparare di nuovo a parlare perché anche la lingua era stata danneggiata”, racconta, “ancora oggi non riesco a correre, ma posso camminare. I danni alla mano destra sono stati così gravi che non posso più suonare il piano. Questo è il prezzo che ho pagato per la mia onestà.”

Racconta di aver sofferto di depressione per lungo tempo finché, senza saperlo, il 15 agosto 2007 la ‘Ndrangheta ha cambiato la sua vita un’altra volta. A Duisburg, in Germania, sei persone furono uccise nella sparatoria – in stile Massacro di San Valentino – avvenuta fuori da una pizzeria dove si era svolto un rituale di iniziazione mafioso. Metà delle vittime era di San Luca, un paese sulle colline calabresi, fra le montagne e il mare, divenuto teatro della sanguinosa faida tra famiglie mafiose rivali. Mentre la caccia agli assassini proseguiva, il prefetto (il rappresentante locale del Ministero dell’Interno) aveva lanciato un’iniziativa che invitava a presentare progetti per dare a San Luca un’immagine nuova e differente, a cui Rosy Canale aveva deciso di partecipare.

“Ero una persona distrutta” spiega. “Lavorare per gli altri era la mia unica via d’uscita. Così forse il mio dolore sarebbe servito a qualcosa”. Non si può enfatizzare abbastanza il coraggio – o l’incoscienza – di una vittima e bersaglio della ‘Ndrangheta che decide di lavorare a San Luca, spesso descritto come la patria spirituale dell’organizzazione. I boss locali godono di un’autorità speciale all’interno della ‘Ndrangheta. Il vicino santuario di Santa Maria di Polsi è il luogo dove per tradizione avvengono i raduni clandestini della mafia.

Il progetto di Rosy era stato accettato e prevedeva tre fasi. Il primo era di creare una scuola dell’infanzia. L’obiettivo era togliere i bambini di San Luca dalla strada coinvolgendo anche le loro madri, così da metterle contro la ‘Ndrangheta. Da sempre, le donne hanno avuto un ruolo importante nella mafia calabrese: trasmettono i messaggi, tengono i conti e nascondono i latitanti.

La seconda fase del progetto, che ha avuto scarso successo, prevedeva la creazione di laboratori gestiti prevalentemente da donne per produrre sapone e ricami, mentre la terza fase, l’istituzione di un centro per donne, non è mai stata realizzata. Ma l’asilo ha continuato a funzionare anche dopo la conclusione di tutti gli altri progetti. Per farlo sopravvivere, però, Rosy si è dovuta affidare ai suoi risparmi personali e alla disponibilità delle sue 12 collaboratrici a lavorare gratis. E ad un certo punto le donne hanno chiesto di essere pagate in qualche modo.

Rosy racconta che sarebbero state disposte a lavorare per 250 euro al mese: “Ho detto loro di resistere, che presto avrei trovato dei finanziamenti per pagare i loro stipendi.” Rosy si è rivolta alle autorità locali, poi a quelle nazionali, chiedendo 30.000 euro per far sopravvivere il progetto. “Ho scritto a tutti, partendo dal Presidente della Repubblica. Tutti sanno cosa faccio e chi sono”, dichiara, “ma nessuno ha risposto”.

Quando si è ritrovata senza i soldi per pagare la bolletta della luce, la fine del progetto è arrivata. Ma, nel frattempo, erano successe due cose: la decisione di scrivere un libro sulla sua esperienza e una nuova minaccia. “A febbraio, degli uomini si sono presentati a casa dei miei genitori a Roma dicendo di essere postini e di avere una lettera da consegnare. Quando mia madre ha aperto la porta, l’hanno spinta e sono entrati con la forza. Le hanno detto che se avessi pubblicato il libro mi avrebbero fatto a pezzi e dato da mangiare ai maiali. Un libro risveglia l’opinione pubblica”, spiega, “e rimane.”

Le minacce sono continuate anche dopo la sua fuga negli Stati Uniti tanto che la polizia di Roma ha consigliato alla figlia di Rosy, diciottenne, di non andare più a scuola. “E’ chiusa in casa, non può uscire”, dice Rosy, che nonostante ciò è andata avanti con il suo progetto. L’uscita del libro è prevista per l’8 ottobre. “Non sono il tipo di persona che si fa tappare la bocca”.

[Articolo originale "Exiled Italian victim of 'Ndrangheta defies the Calabria mobsters" di John Hooper]

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Traduzione di:
Margherita BeltrameUSA Margherita Beltrame
Dopo la laurea in Traduzione sono partita in giro per il mondo e non mi sono più fermata: Germania, Inghilterra, Lussemburgo e ora gli USA. Le lingue sono il mio lavoro e la mia passione, la realtà è l'ispirazione per imparare, crescere, confrontarsi. L'Italia ce l'ho sempre nel cuore, ma purtroppo non è un paese per giovani!
Revisione di:
Chiara Lo Faro