[El Pais]
Intervista: Walter Veltroni scrittore e politico italiano
Il romanzo, che Veltroni presenta oggi a Madrid col suo vecchio amico Fernando Savater, è stato un best-seller in Italia, tanto remunerativo che con i diritti d’autore ha comprato un appartamento a Manhattan, dove ora vive la figlia maggiore, che studia cinema a New York. Veltroni ha iniziato un nuovo romanzo ambientato negli Stati Uniti.
Domanda. Come ha vissuto gli anni di piombo?
Risposta. Come un nemico del terrorismo. Non sono un tipo che odia facilmente, ma se c’è una cosa che ho odiato è il terrorismo. Ha un fondo sostanzialmente autoritario: togliere la vita agli altri con il cieco cinismo di chi freddamente decide che un giudice, un politico o un poliziotto sono solo numeri da sommare a un folle progetto rivoluzionario. Il terrore ha rubato anni preziosi alla mia generazione. L’odio si tagliava con un coltello, migliaia di giovani hanno perso la vita, morti o incarcerati. L’unico messaggio politico del romanzo è questo. La figura del padre è tipica di quegli anni di violenza e codardia.
D. Com’era la relazione fra il PCI, in cui lei militava, e le Brigate Rosse?
R. Da nemici. Alcuni brigatisti erano usciti dal partito nel ‘68, prima che io arrivassi. A volte succedeva quello che accade nel romanzo, all’improvviso qualcuno spariva senza lasciare traccia… Amici di amici… Noi volevamo il contrario di quello che volevano loro, credevamo nello Stato.
D. L’Italia ha regolato i conti con quel passato?
R. No, abbiamo sepolto quella fase senza ragionarci sopra. Quel tempo è il nostro Vietnam. Sono stati fatti molti film e libri, quasi tutti scritti dai terroristi stessi, che non raccontano tutto. Ci sono vittime che non hanno ancora parlato, sia di destra che di sinistra. E’ stata fatta giustizia, ma c’è stato troppo spettacolo. Sono stati anni terribili, l’Italia era un paese in bianco e nero. Ogni sera alla televisione c’era una notizia di un morto, pioveva sempre ed era buio, non ricordo un’estate. L’unico colore era quello del fuoco delle macchine che bruciavano.
D. Ora molti lo criticano per essere troppo centrista.
R. E’ paradossale: siamo più forti che mai, non abbiamo mai avuto il 34% dei voti, e il momento storico è quello che è: sono anni che la destra vince ovunque. Ma credo che le cose cambieranno. Se vince Obama cambierà il mondo, e una nuova stagione si aprirà per il centro-sinistra.
D. Pensa che vincerà?
R. Credo di sì. Dopo dovrà affrontare una situazione molto difficile, questa reazione molto chiusa e individualista alla globalizzazione, che tende a vedere l’altro come un nemico, generando episodi di razzismo… La crisi del ‘29 generò il “new deal” di Roosevelt e il fascismo di Hitler. Se l’America sceglie Obama, sarà un grande aiuto affinché la soluzione sia la prima e non la seconda. In Italia stiamo consolidando una grande forza riformista che sia l’alternativa a Berlusconi.
D. Alcuni sostengono troppo lentamente.
R. E’ un anno che siamo qui. Abbiamo formato un partito, lo statuto, il simbolo, la televisione, la carta dei valori… Se le elezioni vanno a finire come l’altra volta è difficile, ma stiamo facendo opposizione di centro-sinistra, con sensibilità diverse. Per me è più stancante, però preferisco un partito con molte voci che quella cosa sinistra del PDL, parla Berlusconi e gli altri tacciono. Forse discutiamo troppo, però andiamo avanti. Dopo la manifestazione di sabato, con 2,5 milioni di persone, il PD è molto più forte oggi. Gli italiani cominciano a capire che Berlusconi, finora, ha fatto solo propaganda.























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