Quanto deve essere disperato un lavoratore per asserragliarsi a 400 metri di profondità con più di 600 kg di esplosivo per difendere il posto di lavoro? Chi accetterebbe di vivere e lavorare in una zona ad alta concentrazione di gas tossici mettendo in grave pericolo la sua salute piuttosto che rimanere disoccupato?

Dobbiamo tagliarci le vene?

El Mundo

Quanto deve essere disperato un lavoratore per asserragliarsi a 400 metri di profondità con più di 600 kg di esplosivo per difendere il posto di lavoro? Chi accetterebbe di vivere e lavorare in una zona ad alta concentrazione di gas tossici mettendo in grave pericolo la sua salute piuttosto che rimanere disoccupato?

In Italia la crisi porta centinaia di lavoratori a compiere gesti disperati per evitare che la recessione li metta in situazioni ancora più critiche. Quattro giorni fa più di cento minatori sardi si sono asserragliati in una miniera di carbone per chiedere al Governo che vengano garantiti i loro posti di lavoro. Contemporaneamente, a Taranto, migliaia di lavoratori continuano a protestare contro la decisione di un giudice di chiudere parte di un’impresa siderurgica – la più grande d’Europa – per non aver rispettato le misure di sicurezza e aver immesso gas tossici contaminanti, che, secondo uno studio, avrebbero provocato 11.000 morti negli ultimi anni.

“Siamo pronti a rimanere qui fino a che non otterremo una risposta dal Governo che assicuri il futuro della miniera”, dice Sandro Mereu, un minatore di 54 anni con quasi 30 anni d’esperienza. Un futuro incerto, per il quale sono pronti a tutto. “Non fateci perdere la ragione… e la ragione di vivere” è quanto dice uno striscione all’entrata della miniera di Nuraxi Figus, a 70 km da Cagliari. Ma la ragione possono cominciare a perderla se da Roma non arriverà presto una risposta.

Da domenica scorsa Mereu, insieme a un centinaio di colleghi, è asserragliato in un pozzo aspettando che il Governo gli dia ascolto. Invocano lo sblocco di un progetto congiunto tra l’Enel e l’azienda per la quale lavora, la Carbosulcis, per costruire una centrale elettrica alimentata a carbone, che permetterebbe di diversificare la produzione e garantirebbe così il loro futuro.

“Siamo talmente disperati da difendere con i denti un lavoro da disperati”, confida a Repubblica Antonello Cherchi, che lavora sottoterra da 32 anni. “La miniera non è una fabbrica, è una società parallela, solidale ma molto dura”. Vivere senza sole “non è vita”, dice Cerchi, però se “vuoi mantenere la famiglia, devi lottare per tenerti questo lavoro, e magari sperare che un giorno tuo figlio possa entrare in miniera, visto che ha fatto l’università, ha cercato lavoro anche all’estero e non ha trovato nulla”.

Un gesto disperato

Talmente disperati da tagliarsi le vene in un gesto drammatico. “È questo che dobbiamo fare? Ci dobbiamo lesionare?”, grida Stefano Miletti, uno dei leader della protesta, mentre si ferisce davanti ai giornalisti che aspettano davanti alla miniera.

Un gesto che dimostra il nervosismo che si vive dentro il pozzo e che ha sorpreso anche i suoi compagni di protesta. Miletti è stato trasportato immediatamente in ospedale dove rimane sotto osservazione. La sua condizione non è grave, ma all’interno della miniera la pressione continua ad essere alta. “Siamo disposti a tutto”, dice Giancarlo Sau mentre guarda con la coda dell’occhio il locale blindato dove sono stivati più di 600 chili di esplosivo e 1.200 detonatori.

I minatori hanno ricevuto la solidarietà del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che si è dimostrato “profondamente partecipe” della loro lotta. Ma da Roma il futuro della miniera è ancora incerto. “Il progetto di riconversione non sta in piedi perché costerebbe circa 250 milioni di euro all’anno per otto anni” afferma il sottosegretario all’Economia Claudio De Vincenti. L’esecutivo sta lavorando a un’alternativa per i lavoratori della zona, ma i minatori vogliono fatti e non parole. Dicono che non usciranno perché l’alternativa, attualmente, è la disoccupazione.

11.000 morti in sette anni a causa dei gasi nocivi

A più di 1.000 chilometri di distanza, a Taranto, migliaia di persone protestano da mesi per la chiusura parziale della più grande industria siderurgica d’Europa. “Il mostro”, come viene definito nella zona, dà lavoro a più di 20.000 persone. Famiglie e paesi interi con un futuro talmente nero come i fumi che immette nell’aria ogni giorno.

Quando un mese fa un giudice ha ordinato la chiusura di sette degli otto altiforni della fabbrica poiché provocano gravi danni all’ambiente, i lavoratori e le loro famiglie hanno dato vita a una protesta finora mai avvenuta in Italia. “Preferisco morire di cancro che di fame”, gridavano. Il Governo italiano si è impegnato a investire circa 200 milioni di euro, ma il futuro dei lavoratori continua ad essere incerto.

Tutto è cominciato quattro anni fa con l’acquisto di un pezzo di formaggio locale analizzato da Peacelink, un’associazione fondata da cittadini che da anni cerca di richiamare l’attenzione sui danni ambientali provocati dalla fabbrica. Dopo la denuncia, un’indagine della Procura di Taranto ha scoperto un caso di corruzione nel quale sono coinvolti i vertici dell’impresa, funzionari e politici locali. Per anni i responsabili della fabbrica hanno evitato i controlli pagando periti e funzionari per far in modo che chiudessero un occhio e approvassero falsi rapporti, secondo quanto rivelato da alcuni documenti oggetto di indagine giudiziaria.

Le ciminiere di questa immensa fabbrica immettono 33.000 tonnellate di prodotti tossici, il 93% di tutte le emissioni inquinanti in Italia. Secondo uno studio, negli ultimi sette anni 11.000 persone sarebbero morte a causa di malattie dovute ai gas tossici immessi nell’aria. I casi di cancro infantile sono il 25% in più rispetto alla media italiana. I gas contaminano tutto: il cibo, l’aria e addirittura il latte con il quale le donne allattano i propri figli. Nonostante questo, la gente esige che l’esecutivo intervenga per far in modo che “il mostro” continui a funzionare.

“Non voglio morire di cancro ma nemmeno di fame” dice uno degli operai al Corriere della Sera durante una manifestazione contro la chiusura della fabbrica. “Il lavoro non si tocca”, ha scritto Alessandro Mancarella, lavoratore trentaquattrenne dell’Ilva, in un lettera pubblicata su un giornale locale. Lavoro o salute, una scelta difficile. La maggioranza degli abitanti della zona difendono la seconda a condizione che venga garantito un futuro a Taranto.

[Articolo originale "¿Nos tenemos que cortar las venas?" di Soraya Melguizo]

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Traduzione di:
Elena BergamaschiSpagna Elena Bergamaschi
Laureata in Management Internazionale, ha vissuto in Spagna dove ha frequentato l'ultimo anno di specialistica. Ha una forte passione per la lingua spagnola e latino americana, ama i viaggi non convenzionali e nel tempo libero studia arabo, corre e cucina... soprattutto dolci perché nella vita, se c'è qualcosa che non può mancare, è la dolcezza.
Revisione di:
Amina IacuzioFrancesco Pasquarelli