Proprietari ai domiciliari e ordine di chiusura. Ma c’è chi difende la fabbrica, nonostante la contaminazione del suolo e la percentuale altissima di cancro.

Una città italiana lotta per la sopravvivenza contro l’inquinamento dell’acciaieria Ilva

The Guardian

Proprietari ai domiciliari e ordine di chiusura. Ma c’è chi difende la fabbrica, nonostante la contaminazione del suolo e la percentuale altissima di cancro.

Nel quartiere ad un passo dalla più grande acciaieria italiana ed europea, Francesco Mastrocinque smuove con il piede lo strato di polvere nera e rossa che ricopre i marciapiedi, mentre fa il conto degli amici morti di cancro e malattie respiratorie.

“La media è di uno al mese, ma qui le persone cercano di non pensarci”, dice il negoziante, alzando lo sguardo verso la ciminiera che si erge sul quartiere Tamburi di Taranto, un angolo cupo e polveroso della Puglia dove la legge vieta agli abitanti di toccare il terreno.

L’Ilva, di proprietà della famiglia italiana Riva, dà lavoro a 12.000 impiegati ed è un soffio di vita per l’economia locale in crisi, ma da tempo è stata accusata di sterminare la popolazione locale, vomitando nell’aria una miscela di minerali, metalli e diossine cancerogene – che secondo uno studio del 2005 rappresentano l’8,8% delle diossine totali emesse in Europa. Dati del governo più recenti rivelano che le percentuali di morte per cancro nella zona superano la media nazionale del 15%. Le morti per cancro al polmone la superano del 30%. L’accusa sostiene che le emissioni hanno ucciso 400 persone in 13 anni.

Pochi, dunque, si sono stupiti questo mese quando un magistrato ha ordinato la chiusura degli altiforni più inquinanti, descrivendo l’Ilva come “un disastro ambientale” e disponendo gli arresti domiciliari per alcuni membri della famiglia Riva, sostenendo come questi fossero “perfettamente consapevoli” di ciò che stavano riversando su Taranto. Inoltre un ex dipendente era stato indagato con l’accusa di aver pagato un funzionario governativo perché attenuasse i toni del suo rapporto.

Ma ciò che è accaduto dopo è stato meno prevedibile. I sindacati hanno scioperato per protestare contro la decisione del magistrato, bloccando le strade con striscioni. “I livelli di diossina sono stati ridotti e con le nuove tecnologie le emissioni si possono diminuire ulteriormente, senza dover fermare la produzione”, ha affermato Rocco Palombella, segretario generale della UILM, che dice di aver lavorato accanto ad altiforni a 1300 gradi per 36 anni senza mai ammalarsi.

Il governo ha quindi appoggiato i sindacati; il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha dichiarato che per raffreddare gli altiforni servirebbero otto mesi, durante i quali la competizione cinese batterebbe cassa. È curioso che il Ministro della Salute abbia fatto presente che perdere il lavoro faccia male alla salute.

Clini, che venerdì ha incontrato i leader locali, ha promesso dei fondi per ripulire l’Ilva. Ha anche sostenuto che gli studi medici non tengono in considerazione i tagli alle emissioni già attuati. “Clini sta mentendo, perché il rapporto del magistrato si basa su studi portati a termine quest’anno”, dice Angelo Bonelli, leader dei Verdi in Italia. “Sappiamo che ad oggi il latte delle mamme di Taranto contiene tre volte il livello di diossine consentito.”

In una regione famosa per le città barocche come Lecce ed i tradizionali trulli nascosti tra gli oliveti, Taranto è l’eccezione. L’orizzonte è dominato dagli altiforni fumanti e nel centro storico mezzo abbandonato rimangono un insieme di palazzi fatiscenti e rattoppati con mattoni.

I contadini hanno perso le loro attività dopo che è stato vietato il pascolo nel raggio di 20 km dall’Ilva e circa 3.000 capi di bestiame sono stati uccisi per l’eccessivo tasso di diossine. Anche l’allevamento delle cozze, per cui Taranto è rinomata, è in difficoltà dopo che i vivai sono stati spostati lontano dall’acciaieria.

“Non c’è una famiglia a Tamburi che non abbia un familiare malato o morente a causa all’Ilva”, racconta Rosella Balestra, un’attivista locale. “A lungo le persone hanno fatto finta di niente, ma adesso, quando parlo con loro spesso scoppiano in lacrime. Lentamente, il muro di omertà sta crollando.”

Nonostante la prima diffidenza delle madri, Balestra aveva iniziato ad avvertire i bambini che giocavano nelle piazze di non toccare le aiuole, dopo aver scoperto che il comune non aveva fatto molto per diffondere il divieto di toccare il terreno inquinato.

L’inquinamento è parte della vita locale. Tutti i giorni gli abitanti puliscono i balconi dalla polvere minerale rossa delle montagne di residui dell’Ilva e dalla fuliggine nera dei suoi altiforni, che intasa regolarmente i tombini.

“Qui la Magistratura sta intervenendo dove la politica ha fallito e adesso i politici attaccano i magistrati perché stanno facendo il loro dovere,” ha detto Balestra.

Secondo il dottor Patrizio Mazza, le polveri uccidono grandi e piccini. “Ho notato l’aumento per la prima volta quando cinque anni fa ho curato un bambino di dieci anni con un cancro alla gola”, racconta. “Non serve a niente ridurre le emissioni adesso, perché ulteriori emissioni ricoprirebbero semplicemente terra ed acqua già sature. Bisogna chiudere gli altiforni.”

Un crescente movimento di protesta, che venerdì ha guidato una marcia di 2000 persone a Taranto, ha trovato un leader in Cataldo Ranieri, un ex impiegato Ilva di 42 anni che aveva inizialmente appoggiato la posizioni della direzione contro i magistrati e a luglio aveva bloccato una strada per protesta. “Quel giorno un uomo si è avvicinato e mi ha detto ‘Mia moglie deve passare perché deve fare la chemio’. Questo mi ha cambiato la vita.’”

Mazza sostiene che la percentuale di tumori nel personale Ilva che dimostrava per tenere la centrale aperta sia dieci volte più alta della media nazionale. “I lavoratori pensavano solo al loro lavoro, non alla malattia,” ha commentato Vincenzo Pignatelli, 60 anni, che ha lavorato per 29 anni vicino agli altiforni ed è sopravvissuto alla leucemia dopo essere andato in pensione nel 2002. “Quattro colleghi in un gruppo di 100 sono morti di leucemia e avrò visto così tanti colleghi durante le mie visite all’ospedale che era come una ritrovo di lavoro.”

Bonelli minimizza l’opinione del governo secondo cui l’economia locale e nazionale sarebbe danneggiata dalla chiusura degli altiforni più inquinanti dell’Ilva e chiede: “Bilbao e Pittsburgh ce l’hanno fatta grazie agli investimenti, perché Taranto no?”

A Tamburi, Francesco Mastrocinque guarda dei bambini giocare a calcio in un campo di terra polverosa, quasi una sfida al divieto. “La polvere minerale rossa luccica nei canali di scolo, ma la fuliggine nera sembra sabbia fine quando ti entra in bocca,” racconta. “L’Ilva ha pagato per migliorare il quartiere, ad esempio ha messo una fontana nel cimitero, ma non ha pulito le tombe che stanno lentamente diventando nere e rosse.”

[Articolo originale "Italian town fighting for its life over polluting Ilva steelworks" di Tom Kington]

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Traduzione di:
Lettrice
Revisione di:
Noemi Alemanni