I mitici studi minacciati da un progetto immobiliare

Che cosa ne sarà del cinema senza Cinecittà

La Nación

Dintorni del Colosseo, mezzogiorno. Sull’emblematico paesaggio di rovine imperiali, la neve cade candida e leggera. La scena non avrebbe alcunché di speciale se non fosse che siamo in estate nell’emisfero nord, e la capitale sta sopportando temperature intorno ai 40 gradi. Miracolo! Miracolo! Il miracolo, in ogni caso, è di stampo sindacal-contestatario: maestranze di Cinecittà sono giunte all’Anfiteatro Flavio con fischietti, tamburi e striscioni.

Ma la protesta ha anche un tocco nettamente cinematografica: con una macchina da studio cinematografico stanno creando una nevicata artificiale, in modo che  turisti e passanti assistano attoniti a questo inaspettato surplus di fascino romano, ovvero che nel Colosseo nevica in piena estate.

Intanto un altro gruppo di lavoratori continua sul piede di guerra nella stessa Cinecittà, ancora occupata, a mezz’ora di metro dalla stazione Termini. Alcuni delegati, dal canto loro, hanno presentato una petizione al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e a Mario Monti per impedire “lo smantellamento  dell’attività cinematografica”, così come la “cementificazione” degli studi nei quali, durante 75 anni, è stata gestita una parte significativa del cinema mondiale.

“Questa è la neve che Federico Fellini faceva cadere sui set di Amarcord”, spiega un anziano tecnico mentre aziona un dispositivo che probabilmente è lo stesso usato dal mago di 8 e ½ per le sue ricostruzioni autobiografiche, come quella dell’inverno nei luoghi della sua infanzia a  Rimini.

Cinecittà si è trasformata in un simbolo dell’universo del cinema e ora sta attraversando una trasformazione senza precedenti, affrontando però una dura realtà industriale: i suoi padiglioni sono a rischio a causa dell’avanzamento di grossi investimenti edilizi, e i 220 tecnici e impiegati sentono che la vecchia “città dei sogni” sta per essere scossa da un terremoto.

Il “piano di sviluppo” modificherà gli studi con la costruzione, ad esempio, di un grande resort di lusso con servizi messi a disposizione per i registi, camerini, una zona con ristoranti, set di produzione, parcheggi. Il pretesto della trasformazione: negli ultimi tempi si girano non più di cinque film all’anno e gli studi vengono usati “solo” per le serie televisive (telenovele, show o quiz) e per gli spot pubblicitari.

Cinecittà è parte inestimabile del patrimonio culturale (non solo italiano), ma non si sa fino a che punto potrà intervenire lo Stato, perché la proprietà degli immobili è diventata definitivamente privata.

Di fronte a Cinecittà, alla periferia di Roma (è al civico 1055 di via Tuscolana), vengono esposti enormi striscioni che dichiarano l’occupazione dei padiglioni. Dieci anni fa, nonostante i controlli all’ingresso, quello che appariva al visitatore aveva l’apparenza di un parco alberato con sentieri nei quali circolavano le auto, come se fosse un quartiere privato (35.000 metri quadrati di giardini). Al posto che da case, questo strano “quartiere” è popolato da capannoni, come quelli di una grande fabbrica, con tetti spioventi. Ci sono sedici padiglioni di questo tipo e vengono chiamati “teatri” (l’equivalente italiano del vocabolo inglese set,; per definire la zona di ripresa si dice “teatri di posa”).

Tutto questo paesaggio di capannoni che assomigliano a fabbriche, ma che in realtà ospitano falsi spazi urbani (scenografie di case e strade), fu inaugurato come impianto statale da Benito Mussolini nel 1937 e subì un’interruzione nel 1943 a causa della guerra: l’esercito nazista durante l’occupazione trasformò l’intera proprietà in una base operativa e la utilizzò come ospedale militare, ma gli edifici subirono danni a causa dei bombardamenti.

Nel 1947 si ricostruì il tutto e, a parte la formidabile produzione nazionale di allora con registi come Blasetti, Lattuada, Camerini, De Sica, Rossellini, Visconti e molti altri, iniziarono le grandi coproduzioni con i grandi di Hollywood: Le Roy diresse Quo Vadis?; William Wyler, Vacanze Romane e Ben Hur, Joseph Mankiewicz, La contessa scalza; Robert Wise, Elena di Troia, King Vidor, Guerra e Pace. Non fu arbitraria la caratterizzazione della cittadella come “la Hollywood sul Tevere”, riferita al fiume che attraversa Roma. Nel 1959, con una via Veneto incredibilmente ricostruita in quegli studi, una produzione europea diede vita proprio lì ad una delle pietre miliari del cinema del XX secolo: La dolce vita.

All’inizio del nuovo secolo Cinecittà continuava ad essere una struttura edilizia e funzionale dello Stato, ma, quanto a operatività, era mista: sotto la temporanea denominazione di Cinecittà Holding, le industrie private (aziende di elettrodomestici, di calzature e edili) intervenivano in tutte le produzioni.

Lo Stato possedeva comunque il 25% delle azioni: “È come se fossi il proprietario di una grande dimora e decidessi di affittarla a un’azienda, ma ti riservi un quarto dell’edificio e rimani a vivere lì”, ha spiegato nel 2001 un funzionario di Cinecittà all’autore di questo articolo. Neanche questo durò molto; negli ultimi tempi, ciò che si conosceva come Cinecittà Luce era totalmente privato, con un’attività centrata principalmente sulla cessione degli studi ai canali televisivi: l’enorme Teatro Cinque di Fellini quest’anno è stato usato per i colossali show televisivi del famoso intrattenitore Fiorello, visti anche a Buenos Aires grazie a Rai International.

Poco dopo la sorpresa della “nevicata estiva” nel Colosseo, un cortocircuito ha provocato un principio di incendio al Teatro Cinque. Il titolare dell’archivio Luce, Roberto Cicutto, ha spiegato che le fiamme non avevano prodotto danni considerevoli, ma il timore per la distruzione dello studio di Fellini (dove, tra le altre cose, fu realizzata la sua camera ardente nel 1993) ha prodotto una commozione simbolica. Così una collega della Rai mi ha detto che il titolo del libro Abbiamo amato tanto Cinecittà ora suonava come un presagio triste, come una nostalgia anticipata per una mitica cittadella condannata a scomparire.

Ci sono motivi per nutrire l’illusione che “la distruzione di Troia non accadrà”, secondo uno specialista patrimoniale romano che invoca il titolo di una pièce teatrale anteguerra (La guerre de Troie n’aura pas lieu, di Jean Giraudoux). La difesa della storica fabbrica di sogni ha mobilizzato un gruppo di grandi intellettuali: una commissione capeggiata da maestri del cinema come Ettore Scola, Citto Maselli, Gianni Amelio, Marco Bellocchio e – tra gli altri – Giuseppe Tornatore rivolto richiami forti al Presidente.

Perché non si tratta semplicemente di un’industria ma, a tutti gli effetti, del patrimonio culturale di una nazione. Non è casuale che, in concomitanza con quanto sta accadendo in Italia, a Buenos Aires siano nati movimenti che cercano di salvaguardare le sale cinematografiche (come gli Arteplex di Belgrano e Caballito) anch’esse minacciate di demolizione. O, il che è quasi lo stesso, da progetti di rinnovo destinati a creare centri commerciali.

“I tecnici stanno dormendo sui tetti dei teatri per difendere le strutture e i propri posti di lavoro, che saranno delocalizzati e dispersi se gli investimenti diversificano la natura intrinseca di Cinecittà”, ha affermato Ettore Scola, con aria severa e preoccupata, all’autore di questo articolo. “Ma inoltre – ha sottolineato l’autore di Una giornata particolare – bisogna far capire ai cittadini che in gioco ci sono i loro interessi: se si permette che Cinecittà venga smantellata e vengano distrutte le rovine di Pompei (anche quelle a rischio in questi giorni), quello va perduto è il loro patrimonio, qualcosa che appartiene alla loro storia e che verrà negato ai loro figli, alle generazioni future.”

I nomi in calce alla petizione fanno capire l’importanza universale della struttura che si cerca di salvare: Ken Loach, Bertrand Tavernier, Costantino Costa Gavras, Vanessa Redgrave e molte altre firme.

Gli investitori, che hanno abbozzato il progetto di una struttura nella quale le attività di Cinecittà verranno suddivise in tre aree di gestione industriale, sottolineano che la “ristrutturazione” stimolerà la produzione di film. Tuttavia i tecnici e i registi non gli credono. La presunta “ristrutturazione tecnologica” delle storiche strutture potrebbe trasformarsi, in realtà, nella sepoltura di un patrimonio inestimabile: una cultura cinematografica che ha generato e dettato le linee guida di una civiltà.

[Articolo originale "Qué será del cine sin Cinecittà" di Néstor Tirri]

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Traduzione di:
Elena BergamaschiSpagna Elena Bergamaschi
Laureata in Management Internazionale, ha vissuto in Spagna dove ha frequentato l'ultimo anno di specialistica. Ha una forte passione per la lingua spagnola e latino americana, ama i viaggi non convenzionali e nel tempo libero studia arabo, corre e cucina... soprattutto dolci perché nella vita, se c'è qualcosa che non può mancare, è la dolcezza.
Revisione di:
Francesco PasquarelliAmina Iacuzio