Prepariamoci alla fine dell’euro. Cinque anni fa solo ad uno stravagante o ad un estremista poteva venire in mente un’idea del genere. Poi è arrivata la crisi.

La fine dell’euro è nell’aria

Les Échos

Prepariamoci alla fine dell’euro. Cinque anni fa solo ad uno stravagante o ad un estremista poteva venire in mente un’idea del genere. Poi è arrivata la crisi, il terremoto greco e le sue scosse di assestamento in Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia, che hanno scosso anche la Francia.

Il primo rimedio proposto contro i disastrosi effetti di questo terremoto è stato quello di espellere gli alunni indisciplinati dalla zona euro. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, lo aveva richiesto fin dalla primavera del 2010, alcuni ministri austriaci le hanno fatto eco la settimana scorsa e, a sentir loro, questa via sarebbe stata presa in considerazione dai governi europei.

La seconda soluzione, la più radicale, non riguarda un unico Paese o una parte di essi, ma proprio tutta la zona euro: è la sua scissione. Questa soluzione è stata proposta inizialmente da guru, esperti e “cassandre”. Dalla scorsa estate, durante la quale la Spagna e l’Italia sono state attaccate sui mercati finanziari, è diventata un’ipotesi di lavoro. Prima nel settore privato – fra gli economisti bancari e nelle dirigenze delle grandi aziende – e poi nel settore pubblico. Il Ministro degli Esteri finlandese Erkki Tuomioja ha vuotato il sacco la settimana scorsa, spiegando che il suo governo era già pronto a questa eventualità. La cosa certa è che i finlandesi, che sono stati i primi fra gli europei ad accogliere con orgoglio l’avvento dell’euro, oggi sono tra i più delusi, e lo hanno fatto sapere a gran voce con il loro voto.

Questo lento cambiamento di opinione, in seguito al quale l’inimmaginabile è diventato concepibile se non addirittura probabile, mina profondamente la moneta unica.
Credere alla fine dell’euro fa presagire la fine della credibilità dell’euro, poiché il denaro non è un costrutto umano come altri. Esso si basa principalmente sulla fiducia, soprattutto per quel che riguarda l’euro, dato che a differenza del dollaro, dello yen, della sterlina o del franco svizzero è la prima grande moneta creata senza alcun fondamento materiale, come l’oro o l’argento.

A causa del meccanismo infernale di un’unione monetaria priva dell’unione fiscale, i governi europei si sono arenati in una pericolosa alternativa. Di fronte ad una crisi che questo meccanismo non consente di affrontare, non prepararsi alla fine dell’euro significherebbe dimostrare di essere incoerenti se non incoscienti.
D’altra parte, prepararsi alla fine dell’euro aumenta la probabilità di realizzazione di questo evento distruttivo, agevolando tutta una serie di decisioni di aspetto tecnico.

Nel secolo scorso, gli Europei hanno avuto a che fare in due occasioni con un dilemma simile: decidere se prepararsi per la Guerra o meno. Sappiamo com’è andata a finire. Da allora si suppone che abbiamo imparato.

[Articolo originale "La fin de l'euro entre dans les esprits" di Jean-Marc Vittori]

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Traduzione di:
Claudia MarruccelliItalia Claudia Marruccelli
Laureata in lingue, dopo anni di insegnamento, si è scoperta traduttrice grazie alla collaborazione con IDE. Seleziona e traduce dal tedesco e dal francese articoli di stampa e approfondimenti culturali, notizie e curiosità, e che pubblica sul suo blog ClaTi
Revisione di:
Chiara Cavedoni