Aperto verso i Balcani, il porto di Trieste è ancora impregnato di  Mitteleuropa. Tra turisti italiani e Jugonostalgia, i suoi cittadini invecchiano e restano passivi di fronte alla crisi.

“Trieste, così indolente nella crisi”

Le Temps

Aperto verso i Balcani, il porto è ancora impregnato di  Mitteleuropa. Al Caffé Tommaseo la sua identità meticcia ha cancellato i ricordi di Gabriele D’Annunzio e dell’irredentismo degli anni Venti. Tra turisti italiani e Jugonostalgia, i suoi cittadini invecchiano e restano passivi di fronte alla crisi.

Ha appena concluso il suo discorso. Gli occhi fiammeggianti, i sottili baffetti ben lisciati, Gabriele D’Annunzio si pavoneggia, nella foto, nell’uniforme che indossa in modo eccentrico con un papillon e un pugnale appeso in vita.
La sala principale del Caffé Tommaseo, uno dei primi di Trieste, inaugurato all’inizio del 1830 nel grande porto austro-ungarico, sembrava interamente avvolta dal fumo dei sigari. All’interno, protetta dal sole dell’agosto 1919,  una bizzarra riunione di nobili italiani, avventurieri e disertori dell’esercito sconfitto degli Asburgo.

Autore ammirato in tutta Europa, veterano della Grande Guerra appena conclusa, il cantore dell’”irredentismo” italiano ha  convocato qui lo stato maggiore della sua “legione”. Obiettivo: riconquistare Fiume – oggi Rjieka, in Croazia – e tutti i territori della costa adriatica di popolazione a maggioranza  italiana.
Fuori, sulla piazza che si affaccia sul porto, una folla eterogenea di volontari, di curiosi e  di ufficiali senza dubbio preoccupati per questa eccitazione. Alle porte dei misteriosi Balcani che si aprono appena superata Opicina, Gabriele D’Annunzio va ripetendo da più giorni che la giovane Italia, potenza vittoriosa, otterrà con la forza la sua parte dallo smembramento dell’Impero austro-ungarico. E poco importa se dal promontorio di Miramare, dove si addossano le une alle altre le loro ricche ville, le grandi famiglie di armatori greci, di mercanti armeni e di banchieri ebrei lo prendono in giro. Il “poeta con l’elmetto” – di cui il giornalista francese Albert Londres tesserà ciecamente  le lodi una volta che Fiume verrà conquistata nel dicembre 1920 – giura che il suo nazionalismo trionferà sulla diplomazia. Germe del fascismo che sta per nascere.

Matteo, il libraio di via San Rocco incontrato ieri sera nei tavolini all’aperto dello stesso Caffè Tommaseo, chiude il suo album preferito di vecchie fotografie. Sembra così lontana questa febbre nazionalista degli anni Venti nella Trieste meticcia di oggi, bloccata, secondo le parole dello scrittore e viaggiatore Claudio Magris, tra una “venezianità aperta e una Mitteleuropa problematica” …
Sabrina Morena ci ha raggiunti. Drammaturga, è autrice di Viaggio di Caterina, ispirato al processo, svoltosi alla fine dell’Ottocento, di una domestica arrivata dalle campagne friulane e accusata di infanticidio nella Trieste ricca e cosmopolita. Direttrice del festival culturale “S/paesati”, dedicato alle minoranze, mentre una giovane solista si accomoda al grande pianoforte a coda, ci conferma: ”Trieste resta prima di tutto una città di frontiera. Non è una città di certezze, ma di indecisioni. Il suo universo non è l’Italia, ma l’Europa centrale.”

Ma allora come ha potuto dubitarne D’Annunzio, il poeta guerriero? Nel meraviglioso contesto urbano di Trieste, costruito dai migliori architetti del fiorente impero austro-ungarico alle soglie del XIX secolo, tutto conduce a questa variopinta identità di cui il Caffè Tommaseo è testimone. Proprio lì accanto si trova la chiesa bizantina della comunità greca, i cui discendenti si dice posseggano ancora una grossa parte del patrimonio fondiario della città. A meno di duecento metri, di fronte al Canal Grande, l’imponente cattedrale della comunità serba, la principale della città. “Il Tommaseo rappresenta la Trieste avventurosa, miniera di sogni e miraggi.” Matteo, il libraio, ce lo aveva già annunciato. Il luogo ideale, quindi, per raccontare la storia di questo porto ritornato a far parte dell’Italia nel novembre del 1954, dopo essere stato per dieci anni un “territorio libero” dell’ONU. Addossato all’altro muro che divideva l’Europa, quello della Jugoslavia. Seduti nei tavolini all’aperto poco distante, quattro pensionati triestini hanno appena preparato la scacchiera. Il Piccolo, il quotidiano locale, pubblica il programma dei concerti della sera in Piazza Verdi, dove magazzinieri sloveni e croati si danno da fare. Sabrina Morena, francese da parte di madre, sorride guardando la nostra lista dei bar e dei luoghi emblematici, appena estrapolata da Microcosmi e Danubio, due delle opere di riferimento di Claudio Magris.

L’autore triestino, che speravamo di incontrare, avrebbe quasi sicuramente preferito il “suo” Caffé San Marco, in via Cesare Battisti, accanto ai giardini pubblici. Un condensato d’Italia, inaugurato il 3 marzo 1914 “nonostante l’opposizione del consorzio dei gestori di caffé”, in seguito saccheggiato il 23 marzo 1915 dagli sgherri austro-ungarici. Al Tommaseo, le arringhe irredentiste e folcloristiche del D’Annunzio del dopoguerra, sulle rovine dell’impero sconfitto. Al San Marco, racconta Magris, “la fabbrica dei passaporti falsi per i patrioti antiaustriaci desiderosi di trasferirsi in Italia” dopo il rimpatrio a Trieste, il 2 luglio 1914, della salma dell’arciduca Ferdinando, assassinato a Sarajevo.
Raccontare la città tra questi due caffé non è possibile in questo fine luglio. Il Caffé San Marco, chiuso per ferie, ha costretto i suoi clienti abituali ad andare altrove. Con rammarico di Alessandro, giovane proprietario della casa editrice Asterios, fondata da suo nonno, immigrato greco, che voleva invitarci assieme alla sua compagna Eugenia a gustare un incomparabile Illy, caffè triestino ormai di fama mondiale.

La discussione si apre nella sua libreria, di fronte alla sinagoga. Una strana combinazione, quella di questa casa editrice alternativa, specializzata in autori controcorrente vicini alla sinistra radicale, e di questo porto paralizzato nel suo patrimonio dalla popolazione che invecchia, sul lungomare di Viale Miramare. Alessandro spiega: “Ci sono due Trieste nella crisi. Una città in cui tutti si conoscono, tentata dal populismo di destra alla Berlusconi come buona parte dell’ Italia, accecata dai soldi facili. E un’altra, in costante evoluzione, sotto l’influenza dell’immigrazione e delle nuove generazioni”.
Ritorno al Caffé Tommaseo. Guido, seduto dietro la cassa, è divertito dalla coincidenza. La nostra nuova interlocutrice, la docente slovena Marjia Mitrovic, ha scelto di sedersi, senza accorgersene, proprio sotto a un ritratto di nudo femminile appeso al muro. Colori sgargianti, forme provocanti: l’opposto delle modanature d’epoca dei mobli, delle tovagliette di pizzo e dell’atmosfera un tantino antiquata.

Una buona scelta però, poichè Marja conosce bene i contrasti: “Non si può parlare di Trieste se si dimentica ciò che essa rappresentava per noi jugoslavi negli anni ’60-’70. Trieste era l’Occidente. La libertà. La società del consumo. E in qualche modo è rimasta paralizzata in questo immaginario” spiega la docente universitaria, venuta a cercare rifugio a Trieste dopo lo smembramento della ex-Jugoslavia.
I camierieri più anziani del Tommaseo sono d’accordo. Piazza Ponterosso, oggi un parcheggio, non ospitava un tempo uno dei più grandi mercati all’aperto d’Europa? I frigoriferi, le cucine a gas, montagne di vestiti si ammassavano sui tetti delle macchine in partenza verso il paese di Tito. Indelebile “Jugonostalgia”: “Non deve meravigliare che Trieste sembri così indolente nella crisi attuale” ammette Sabrina Morena. “Ne ha viste altre, molte altre”.

Giorgio Cicogna è il risultato di questo crocevia dei Balcani. Nato a Trieste dove è cresciuto, diplomatico, ex collaboratore di numerosi ministri italiani, è il direttore di “Iniziativa per l’Europa Centrale”, un’organizzazione che riunisce diciotto paesi della regione (www.cei.int). La crisi? “Questa città ha accumulato favolose risorse nel corso di tutti i suoi cambiamenti” racconta. “E’ fornita di solidi ammortizzatori”. Sua moglie, nata in un altro angolo d’Europa, la piccolissima regione germanofona del Belgio, aggiunge: “A Trieste è difficile rendersi conto delle difficoltà finanziarie che attraversano la Penisola”. Scesa la sera, i ristoranti alla moda sul lungomare sono affollati. Le targhe automobolistiche croate, slovene, serbe indicano quanto il porto continui ad essere una calamita, al di là delle montagne d’Istria. Anche se l’attività, sui suoi moli deserti, è solo il fantasma del traffico marittimo di un tempo.

Come per smentirci, il salone del Caffé Tommaseo si è improvvisamente riempito. Ancorata proprio di fronte Piazza [dell'Unità] d’Italia, a una decina di metri dall’ex palazzo della Lloyd Adriatica ora diventato Prefettura, una nave da crociera Costa sfida l’enorme gru di scarico, entrata in servizio all’inizio del secolo scorso e ormai monumento storico industriale. Sabrina Morena sorride: ”La città ritorna ad essere italiana grazie ai turisti, costretti dalla crisi a limitare i loro viaggi all’estero” fa notare, indicando sul porto l’ingresso del suo festival, il Teatro Milla [sic.] e il teatro sloveno.
Eletta recentemente consigliere provinciale del Partito Democratico, l’autrice sa quel che dice: ”Trieste non è più la città mercantile di un tempo. Sta diventando sempre più un museo. Occorre rivedere la nostra identità”. I camerieri del Tommaseo si fanno largo tra i tavolini. Il pianoforte ha smesso di suonare da un’ora buona. Esclusi i turisti, gli avventori triestini hanno tutti un’età avanzata. Si dice che due abitanti su tre siano pensionati. Un ambiente ben lontano dalla città in ebollizione, sinonimo di avventura, che D’Annunzio tentava allora di convertire al suo sogno irredentista.
La verità? Melitta Richter, insegnante di letteratura serbo-croata, azzarda un’ipotesi, accomodandosi sotto al vecchio orologio del Tommaseo. “Trieste non è più un punto di partenza. Non esiste più la ferrovia che la collegava a Lubiana. Perdendo i suoi collegamenti di un tempo con l’entroterra balcanico, essa ha perso la sua forza e finge di ignorare i nuovi arrivati, immigrati cinesi, somali, o del vicino oriente”. A conferma di questo cambiamento di tendenza, la statua di bronzo dello scrittore irlandese James Joyce, contemporaneo di D’Annunzio, affianca oggi, sul canale, strade piene di negozi cinesi a buon mercato.
“La vera crisi, per una città leggendaria come Trieste, è essersi normalizzata” sorride il libraio Matteo, di fronte ad un caffè Illy ben ristretto. E conclude in dialetto, di fronte all’Adriatico illuminato dal sole :”Cos ti vol, no si pol!”  (Che vuoi, non ci possiamo fare nulla!).

[Articolo originale "«Trieste, si indolente dans la crise»" di Richard Werly]

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Traduzione di:
Claudia MarruccelliItalia Claudia Marruccelli
Laureata in lingue, dopo anni di insegnamento, si è scoperta traduttrice grazie alla collaborazione con IDE. Seleziona e traduce dal tedesco e dal francese articoli di stampa e approfondimenti culturali, notizie e curiosità, e che pubblica sul suo blog ClaTi
Revisione di:
Luca Ribetto