“Si è giocato questa carta contro l’avversaria Ségolène Royal, che mi difendeva”, ha detto a Rio de Janeiro in un’intervista a Carta Maior

Battisti: “Sarkozy ritardò la mia cattura perché aspettava le elezioni”

Carta Maior

Lo scrittore italiano accusa l’ex presidente francese di aver strumentalizzato la sua cattura per usarla contro la candidata del partito Socialista Ségolène Royal, che difendeva Battisti durante la campagna presidenziale del 2007. “Sarkozy è machiavellico. È passato sopra tutti quanti, ha tradito i suoi compagni, è passato da una parte all’altra. Gli interessa solo il potere”.

Rio de Janeiro – Lo scrittore ed ex guerrigliero italiano Cesare Battisti non ha dubbi: è rimasto libero per tre anni in Brasile solo perché la Francia non voleva che fosse catturato. Per l’esattezza era l’allora ministro degli Interni Nicolas Sarkozy che non voleva. Almeno fino al 2007, quando partecipava alle presidenziali. “Si è giocato questa carta contro l’avversaria Ségolène Royal, che mi difendeva”, ha detto a Rio de Janeiro in un’intervista a Carta Maior, a soltanto un isolato dal luogo dove fu catturato, vicino all’hotel Oceano Copacabana, nella via Hilário Gouveia.

Ex membro dei PAC (Proletari Armati  per il Comunismo), gruppo armato attivo in Italia durante i cosiddetti “anni di piombo”, Battisti è stato – dal carcere, in un’operazione congiunta dell’Interpol e delle polizie italiana, brasiliana e francese – il fulcro di una crisi diplomatica che ha coinvolto il Brasile e il paese mediterraneo, che ne voleva l’estradizione. Là era stato condannato per l’omicidio di quattro persone,  in un processo che  secondo i suoi difensori era finto.

In Brasile questo caso ebbe un ruolo importante nell’agenda del governo Lula e generò tensioni con alcuni ministri conservatori della Corte Suprema, l’organo che decise per l’estradizione di Battisti, sebbene avesse statuito che l’ultima decisione sarebbe spettata al presidente del Brasile. Così restò in carcere fino al 2010, quando Lula, l’ultimo giorno del suo mandato, il 31 dicembre, rifiutò la richiesta del governo di Silvio Berlusconi. Battisti fu liberato solo alcuni mesi dopo, quando la Corte Suprema rigettò i ricorsi del governo italiano. Lo scrittore quindi acquisì lo status di immigrante e gli fu garantita la permanenza nel nostro paese.

Nel frattempo il 2 agosto di quest’anno il giudice federele Alexandre Vidigal, della 20ª sezione della Giustizia Federale del distretto di Brasilia, ha chiesto alla Polizia Federale di rendere noto entro 5 giorni la località ove risiede lo scrittore. Nel caso in cui egli non fosse stato trovato agli indirizzi ufficiali, la Polizia Federale avrebbe dovuto trovarlo entro un mese. Questa sentenza può essere un segnale di apertura per una nuova inchiesta su Battisti.

Nell’intervista che segue, parla anche della sinistra, delle attuali lotte sociali, del suo ultimo libro, e afferma di essere ancora spiato. “L’obiettivo è demolirmi psicologicamente”.

Carta Maior – Lei è stato arrestato cinque anni fa, giusto?
Cesare Battisti – Sono stato arrestato il 18 marzo 2007 qui vicino, di fronte all’hotel Oceano Copacabana. Mi spiavano da quando sono entrato in Brasile. Erano i servizi segreti francesi e il gruppo antiterrorismo di qui, coordinati tra loro, e per ultimo si aggiusero i servizi italiani. È stata la Francia ad organizzare tutto. Tutto veniva di là, perché tutto era fatto con l’obiettivo dell’elezione di Nicolas Sarkozy. Ha giocato questa carta contro la concorrente Ségolène Royal (del Partito socialista) che era dalla mia parte. Non voglio dire che vinse a causa mia, sebbene in quel momento io sia stato una carta che si giocò. Ma in una settimana ottenne 4 punti nei sondaggi. Durante l’ultimo mese lo slogan di Sarkozy era che Ségolène difendeva i terroristi mentre lui li prendeva. Io ero monitorato 24 ore al giorno. Non sono venuto qui per fuggire, ma per consegnarmi, solo che accadeva sempre qualche impedimento.

CM – Per spiegare il grande ritardo nel  suo arresto si potrebbe ipotizzare che stavano aspettando di vedere se lei era coinvolto in qualcosa.
CB – Sarkozy ha ritardato il mio arresto perché aspettava le elezioni.

CM – Circolò la voce che l’allora première dame Carla Bruni si fosse impegnata in suo favore in Brasile.
CB – Mi sorprende il fatto che Carla Bruni abbia fatto una cosa simile, non ne aveva motivo. Tuttavia in Francia c’erano molti esiliati che il governo non poteva mandar via perché avevano ruoli importanti nell’economia, nella politica, nell’attivismo intellettuale. Sarkozy non avrebbe potuto permettersi di estradare queste persone. Se il Brasile avesse estradato Cesare Battisti, si potrebbe dire “se perfino il Brasile ha estradato Battisti, perché la Francia non può estradare gli altri?”  Quindi può essere che Sarkozy abbia chiesto a Lula: “Tienilo qui”. Ma è una supposizione, non lo posso affermare.

CM – Questo conferma il machiavellismo di Sarkozy.
CB – Lui è proprio machiavellico. Ha calpestato chiunque, ha tradito i suoi compagni, è passato da una parte all’altra. L’unica cosa che vuole è il potere, è un gollista di destra, stava più a destra di Chirac [Jacques Chirac, presidente della Francia tra il 1995 e il 2007]. Tradì Chirac. Quando io fuggii da Parigi la rivista L’Express scrisse: “Come è possibile che 40 agenti lasciano scappare in questo modo?”. L’Italia accusò la Francia di avermi aiutato a fuggire. Leggendo questo pensai “Che scemi, in che modo la Francia mi avrebbe aiutato a fuggire?”. Tuttavia quando dopo arrivai a Fortaleza, e successe quello che successe, pensai “Sarà vero che la Francia mi aiutò?”.

CM – Come è stata la fuga da Parigi?
CB – Non posso parlare di questo per non coinvolgere amici. Ma sono passato attraverso vari paesi. In macchina, a piedi, in nave, in aereo. Non è stato per niente facile. È stato nel 2004.

CM – Quanto è durata la fuga?
CB – Circa due mesi e mezzo.

CM – Come è stato l’arrivo qui?
CB – Sono arrivato da Capo Verde a Fortaleza in aereo. Quando sono arrivato, non ho dovuto passare la dogana. Due uomini e una donna bionda mi sono venuti incontro parlando un francese perfetto. La donna era brasiliana, ma parlava un francese perfetto. Ero in fila, si sono avvicinati a me e mi hanno detto: “Monsieur”. Ho pensato: “È finita”. Mi hanno portato in una sala dell’aeroporto e mi hanno detto: “C’è un problema, il codice a barre del suo passaporto non è attivo. Dobbiamo riattivarlo. Prenda un caffè”. Poi sono uscito da non so che uscita, e c’era un taxi con il mio zaino. Mi hanno detto “Benvenuto in Brasile”, e mi hanno liberato. In seguito non mi hanno mai lasciato. Ho continuato a vedere la bionda per anni, a San Paolo, a Bahia… durante quei tre anni [tra l’arrivo in Brasile e il suo arresto] ho identificato circa 25 persone. Ho le foto, le prendevo col cellulare. Mi stavano addosso tutto il giorno, era un Grande Fratello.

CM – Le manca l’attività politica?
CB – Mi manca talmente che non riesco a scrivere perché per scrivere devo avere un progetto politico. Non scrivo romanzi rosa, ma romanzi sociali. Se non ho una visione potilica chiara, mi manca l’ispirazione. Non è possibile scrivere un libro senza tema.

CM – Oggi è molto difficile fare militanza in Brasile. C’è poco dibattito, gli spazi sono scarsi… Lei è stato militante per molto tempo…
CB – Devo rispettare lo status [di rifugiato]. Non posso fare attività politica. Anche se potessi mettermi in politica non vedo niente che mi possa interessare, una qualche luce. Stiamo navigando nelle stesse acque di sempre. Di una visione politica arcaica, di dogmi che oggi non trovano applicazione così come sono. Penso che, almeno nei paesi sviluppati, stiamo andando verso il superamento delle classi. Oggi il movimento rivoluzionario dev’essere trasversale, non può più basarsi sulla lotta di classe come l’intendeva Marx. Ma anche Marx capiva che questo doveva essere superato.

CM – Ma lei pensa che questa politica trasversale sia possibile oggi?
CB – Certo che lo è. Veramente è stato sempre così. Tutti i movimenti rivoluzionari hanno coinvolto dal nobile al principe, fino al sottoproletario. È sempre stato così.

CM – Quali sono oggi le principali lotte politiche del mondo?
CB – Penso che finora tutti i movimenti rivoluzionari che hanno trionfato hannno tentato di ripristinare l’uguaglianza ma si sono dimenticati della libertà. Queste cose devono andare insieme. La cosa più importante oggi è compiere un enorme processo di educazione, di formazione culturale. L’arma è questa.

CM – Qual è il confronto tra l’Italia al tempo della sua militanza con il mondo che vede oggi?
CB – A posteriori è sempre facile parlare. Ma credo in primo luogo che eravamo in tanti, e quando ci sono centinaia di migliaia di persone in strada è molto facile entusiasmarsi e fare qualsiasi cosa. In quel momento doveva essere così, non poteva essere altrimenti. Furono fatte cose sbagliate sia strategicamente che politicamente, un disastro politico, un autogol. L’omicidio di Aldo Moro è stato un autogol.

CM – Crede nella tesi secondo cui le Brigate Rosse erano infiltrate?
CB – No, non ci credo. Le Brigate Rosse erano stupide, niente di più. Manipolate esternamente da giochi politici. La mafia voleva che Moro sparisse, il Vaticano pure, il papa pure… il più mafioso era il papa. Ma che ci fosse un Mario Moretti [leader dell’organizzazione], o un altro infiltrato, che facevano il doppio gioco, no, non c’erano. Hanno ucciso Aldo Moro perché nella loro testa, dopo aver ucciso quattro o cinque proletari della scorta, non potevano lasciare vivo il loro capo. Li chiamavamo testa dura. Era il PCI armato. La loro lettura di Marx si riduceva a quattro slogan. Ho sempre pensato questo delle Brigate Rosse. Ma sbagliammo tutti. Il problema maggiore fu che prendemmo il 1968 come l’inizio di qualcosa. Penso che il 1968 fosse la fine di un’epoca. In seguito doveva cominciare un’altra epoca, che è quella di oggi.

CM – Come sarebbe stato fare politica dopo il 1968?
CB – Tramite l’educazione, tramite una visione globale. C’erano già tentativi di realizzare tutto ciò, ma con gli stessi parametri della Rivoluzione Sovietica. C’era una relazione, ma solo logistica, di solidarietà… non c’era una visione globale del mondo. Nel 1968 c’erano i cervelli per cominciare quello che si fa oggi.

CM – Ma è coerente con quello che ha detto, che ancora oggi navighiamo in acque del passato?
CB – Alcuni movimenti politici fanno e vogliono diffondere una politica che trovo superata. Questi movimenti politici partecipano alla Cupola dei Popoli, al Forum Sociale Mondiale, per reclutare seguaci. Spero siano loro a farsi reclutare.

CM – Come sarebbe una nuova politica?
CB – Buona domanda. Anche a me piacerebbe saperlo.

CM – Trova che dovrebbe esserci una relazione tra tutti questi movimenti nel mondo oggi per avere un mutamento? Tra Piazza Tahrir, Wall Street, etc.? Alcuni intellettuali brasiliani dicono che la rivoluzione per gli egiziani è la socialdemocrazia. Qui in Brasile questa formula non funziona. Sono modalità di protesta simili tra loro, ma con obiettivi completamente differenti.
CB – Qui in Brasile già abbiamo la socialdemocrazia.

CM – Ora le persone si accorgono di quanto hanno fallito. Non rispondono più alle nostre domande. Sembra un movimento mezzo alienato.
CB – Sarà che queste sono tappe necessarie? Come avrebbe potuto l’Unione sovietica fare la rivoluzione comunista nel 1917 quando era il paese più povero d’Europa? Penso che il comunismo, nel senso nobile del termine – che è il massimo della democrazia, della eguaglianza e della libertà – si costruisce sulla ricchezza, non sulla povertà. Oggi possiamo costruire il comunismo in un paese ricco, non in un paese povero. Non si fa una rivoluzione chiedendo pane, si fa chiedendo Mercedes! Chiedendo un appartamento, non un monolocale. Il Brasile è un paese ricco, educato, che può arrivare a una società comunista. Sarebbe l’ideale, il massimo della democrazia. Il comunismo non è la dittatura del proletariato. Il comunismo è una presa di coscienza tanto alta che io non devo obbligarti a rispettare le regole, tu le rispetti perché sai che devi rispettarle. Come costruire una cosa di queste nel 1917, o a Cuba? Non si può costruire il comunismo. Stanno costruendo una forma di eguaglianza, più o meno, ma dov’è la libertà? Comunismo è coniugare libertà con eguaglianza. Altrimenti non è comunismo.

CM – Per le donne, prima la libertà era votare; oggi è un’altra. Esiste un processo di libertà in sé, e mi sembra che esista una volontà di libertà concettuale e non fattuale. Separata dalla realtà. Lei pensa che oggi esista una libertà svuotata?
CB – Libertà è poter agire liberamente per il proprio bene e quello degli altri, e la tua libertà termina dove comincia quella dell’altro. La tua libertà insegna all’altro ciò che è la libertà. Non sono un teorico politico, sono una persona che è sempre stata impegnata socialmente, anche quando non potevo fare politica mi dedicavo a iniziative culturali. Qual è la frontiera tra cultura e politica? Non dovrebbe esistere, anche perché la politica discende dalla cultura. La politica dovrebbe stare al servizio della cultura. La politica nel senso più nobile. Ma oggi questo non esiste. Dov’è uno statista oggi? Un vero uomo di Stato? In quale paese? Ne posso citare due: Lula e Mitterrand [presidente della Francia tra il 1981 e il 1995] Uno statista, una persona che sa che cos’è la politica, dev’essere cinico in alcune circostanze, perché deve fare politica. Non fa politica per le persone che l’hanno votato, non è un amministratore, non è un imprenditore, è uno statista. Deve aver il coraggio di prendere decisioni impopolari. Oggi quale presidente della Repubblica ha il coraggio di prendere decisioni impopolari? Non abbiamo più statisti, abbiamo imprenditori. Obama è uno statista? Non può dire una sola parola, altrimenti tutti gli si rivoltano contro. È un pagliaccio come gli altri. Trovo che Lula, in qualche modo, si sia avvicinato alla figura di uno statista. Lula ha fatto politica veramente. È stato maltrattato da tutte le parti, ma ha portato il paese dove voleva portarlo. Ero ancora in Francia quando Lula fu eletto, vedevo il Brasile da lontano, e l’immagine del paese mutò radicalmente. E continua a mutare ancora. Ha pagato un prezzo: la sinistra lo accusa di essere traditore, la destra di essere un rivoluzionario che aiuta i terroristi.

CM – Prova gratitudine per Lula, per la sua decisione di non estradarla?
CB – Provo più gratitudine per Lula come statista. Lula ha fatto il minimo del suo dovere. Sapeva come stavano le cose, se avesse preso una decisione contraria sarebbe stato poco nobile. Avrebbe sporcato la propria immagine, perché sapeva tutto, dalla A alla Z. Era al corrente, mandò consulenti dovunque, fece il suo dovere, ma ci mise molto tempo.

CM – Perché?
CB – Aveva molti avversari, e i miei nemici sono molto potenti. Lui limitò i danni. Mi mandò messaggi indirettamente, tramite la televisione. Io capivo, ma nello stesso tempo ero agli arresti. In carcere le notizie arrivano con molto ritardo, distorte. In carcere si hanno momenti di grande speranza e pochi minuti dopo sei disperato. Quando la ragion di Stato non esiste, non esiste altra parola, non esiste niente. Quando ho fatto lo sciopero della fame Lula mi ha mandato due segnali tramite i media. Il primo era: “Dovrebbe smettere di fare questo”. Una settimana dopo disse: “Gli ho già detto che questo non è il momento”. Continuai ancora per due giorni e poi smisi. Lo vidi in televisione, mi sembrò chiaro che stava parlando con me. Lo guardai e pensai: “Dopo quello che sta dicendo, come può quest’uomo essere capace di tradire?”. Ma poi il tempo passava, passava, e io cominciai a disperare di nuovo. Una persona agli arresti non ha la stessa logica e raziocinio di una persona libera, i suoi sfoghi emotivi sono incontrollabili.

CM – Il suo processo in Italia, all’epoca della sua condanna, è molto debole. C’è il fatto della falsificazione della sua firma alla supposta procura agli avvocati… La falsificazione è molto grossolana.
CB – Non c’è nulla in quel processo. Neanche io lo conosco molto bene. Quando tornai in Francia dall’esilio in Messico c’erano due cassette piene [di carte, NdT] – lessi quaranta pagine e buttai tutto via. Ma ci fu gente che le lesse. Io neanche lo sapevo, ma lì c’erano le prove della mia innocenza. Per esempio, le armi che uccisero un tale furono trovate su altre persone, che furono condannate per questo. E che sotto tortura non fecero mai il mio nome. È un processo che non esiste. È una farsa totale. L’unico giudice della Corte Suprema che ha letto gli atti per intero, che ha chiesto di visionarli per un mese, è stato Marco Aurélio de Mello – e l’ha messo in discussione punto per punto. Nessun giornalista ha neanche letto la richiesta di estradizione. Ci sono cose nella versione italiana che sono differenti dalla versione brasiliana. L’Italia dice che è un reato politico e la Corte Suprema dice che non lo è.

CM – Ci parli del suo ultimo libro.
CB – È l’ultimo della trilogia che ho cominciato qui in Brasile. La mia fuga senza fine, Essere una canna di bambù, e ora Ai piedi del muro, scritto quando ero in custodia presso la Polizia Federale. Ma non potevo scrivere. Non avevo né penna né carta. Con l’aiuto dei carcerati riuscii a scrivere anche con questo impedimento.
Trovavano sempre un sistema per rimediare una penna. Eravamo numerosi nella cella. In una cella per due eravamo in dieci, dovevamo fare i turni per dormire. Ma tra i prigionieri esiste una solidarietà incredibile, tutti aiutano tutti. Quindi, c’era la grata che dava sul corridoio dove passava il poliziotto di vigilanza e io avevo due ore al giorno in cui poter scrivere; loro mi coprivano affinché non mi vedessero. Naturalmente stavo scrivendo su di loro, ma questo non lo sapevano perché scrivevo in francese, non per vanità e mancanza di rispetto, ma perché fossero più spontanei.
Non è un libro sul carcere, è un libro sul Brasile. Ma siccome non posso parlare del paese, perché non lo conoscevo e non lo conosco – ancora lo sto conoscendo – quindi ho lasciato la parola ai prigionieri, perché parlassero del Brasile, della loro terra. Sceglievo i personaggi la cui storia mi sembrava interessante per parlare del Brasile, non solo negativamente, perché per me è un buon pretesto per parlare di giustizia sociale. Parlo di un paese forte, con grande coraggio, misterioso, che ancora non ho capito. È per questo che voglio restare qui.
In questo paese, che affronta la vita in un modo incredibile, affronta problemi gravi con speranza, fede, allegria. E funziona, no? Funziona. Questa mescolanza di popoli. È difficile parlare di un popolo. Tramite la voce dei prigionieri riesci a capire cose che non capisci in strada, perché il prigioniero si trova in una situazione unica: esagera la nozione di libertà, estremizza le emozioni e i sentimenti, si lascia andare. Se riesci a dare una direzione, un senso a questo, puoi ottenere cose uniche che non puoi ottenere in un altro posto. Volevo parlare dell’umanità di queste persone. C’erano dal killer professionista al ladro di galline.
Sono giudicati per trenta secondi della loro vita, e non viene considerato quello che fecero con la vita passata. Sono condannati a trenta anni per trenta secondi della loro vita. Nessuno sa che cosa e chi potrebbe essere quella persona. Sto parlando del Brasile, ma è un argomento universale. Ho imparato a conoscere il Brasile principalmente attraverso di loro. È un libro d’amore. Ogni prigioniero ha una donna che sta soffrendo, che ancora lo ama. Potrebbe abbandonarlo, ma continua a fargli visita. I prigionieri passano giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto pensando a loro. Quindi il filo conduttore di questa storia è l’amore.
È un libro d’amore, non un libro sul carcere. Il narratore, Augusto, che sarei io, è seduto nel patio, prendendo il sole. Si trova con altri quindici prigionieri ed è immerso nei ricordi. Il libro dura due ore. Si ricorda di come arrivò alla prigione e poi si inseriscono le storie dei prigionieri che vede, ma non sono separate. Esiste un filo conduttore, non sono storie separate, perché sono sempre tenute insieme dal tema dell’amore. Tutte le storie si susseguono in una struttura di romanzo. Questo è Ai piedi del muro.

CM – È l’ultimo?
CB – Si’, il 17°. Vorrei che mi lasciassero in pace per darmi la possibilità di scrivere.

CM – Si considera un attivista che scrive o uno scrittore attivista?
CB – Uno scrittore attivista. Ma è lo stesso che dire “si considera un attivista politico o un attivista culturale?” Chi è l’attivista politico e chi è quello culturale? Se non è un attivista politico non è un buon attivista culturale, e viceversa.

CM – Lei continua ad essere spiato?
CB – Accidenti! Altroché.

CM – Da altri paesi?
CB – Almeno da due. Pesantemente, spudoratamente. Il loro obiettivo è demolirmi psicologicamente.

CM – Come lo fanno? La seguono, si stabiliscono in appartamenti vicini?
CB – Per strada, di notte, di giorno. Fanno come gli pare, entrano a casa mia.

CM – Entrano a casa sua?
CB – Sì, fanno come gli pare.

CM – Lei si sente forte psicologicamente?
CB – Se riesco a sopportare tutto questo è perché ho amici, compagni, colleghi. Ho bisogno del loro aiuto, altrimenti non ce la farei.

[Articolo originale "Battisti: “O Sarkozy demorou para me prender porque estava esperando as eleições”" di Caio Sarack, Igor Ojeda, Isabel Harari e Joaquim Palhares]

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Traduzione di:
Amina IacuzioItalia Amina Iacuzio
Giornalista e traduttrice free lance, vive tra Roma e Parigi. Ogni anno passa un periodo in Brasile, paese di cui si è innamorata vent’anni fa. Per Italiadallestero traduce dal Portoghese. Dice: “Presto ci dovremo rendere conto che questo paese, al pari di Cina ed India, è un vero gigante”.
Revisione di:
Francesco Pasquarelli