La sensazione di crisi non risolve nulla. Al contrario, pone un problema estremamente complicato: come concepire la crisi, come pensarla.

I sentieri della crisi

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I sentieri della crisi (I)

Eccomi di nuovo in Italia, con quell’intensa sensazione di familiarità che mi dà questo paese e che non riesco bene a spiegare. L’obiettivo è valutare la gravità della crisi che sta scuotendo l’Unione Europea. La prima impressione conferma un’esperienza abbastanza comune: lo straniero, il forestiero, il turista alloggia in qualche hotel, cammina per strada, frequenta bar e ristoranti e non “sente” la crisi.

Per quanto riguarda l’Italia non mi considero né straniero né forestiero né turista e, nonostante ciò, in un primo momento neanche io “sento” la crisi: nello sguardo di chi viene da fuori la crisi è invisibile. Come si spiega questa invisibilità? Probabilmente perché chi viene dall’estero – indipendentemente dal rapporto affettivo con il luogo in cui arriva – ha conosciuto soltanto, durante la sua assenza, la crisi mediatizzata, cioè l’ha conosciuta solo nel modo in cui ogni sistema sociale, tramite i mass media, si autorappresenta nella crisi.

Ci piaccia o no, quando viaggiamo per il mondo siamo nomadi che entrano in contatto con comunità “radicate”: comportamento transitorio dell’antica alternativa con cui ebbe a che fare l’homo sapiens in un certo momento dell’evoluzione. Optò, com’è noto, per lo stanziamento. (Come sarebbe un pianeta abitato solo da comunità nomadi che si incrociano costantemente senza che nessuno possa dire “via da qui perché questa sedia è mia”? Forse non sarebbe poi così peggiore di quello che abbiamo).

Ad ogni modo, in un dato momento temporale i nomadi e i “sedentari” non hanno lo stesso rapporto con i mezzi di comunicazione. E quando il nomade, giunto in un paese, confronta l’immagine mediatizzata che lui ha della crisi con la percezione della vita quotidiana degli “indigeni”, la crisi proprio non si avverte. Comprensibile: la logica degli esseri reali non è in alcun caso riducibile alla logica mediatizzata del sistema.

C’è uno spazio pubblico banalizzato, ripetitivo, stabile, in cui i comportamenti e le tendenze degli “indigeni”, nei rapporti con chi viene da fuori, non riflettono la crisi. La risposta automatica al “Come va?” di un forestiero è “Bene”. Qui in Italia: “Come va?”, “Bene, Bene”. Non per ottimismo incallito ma perché la persona sta dando in quel momento una risposta sistemica, e il sistema sociale che si auto-organizza non può concepire la propria negatività.

Di fronte ad un nomade recidivo, com’è nel mio caso, può sorgere il dubbio e lì entriamo in un’altra logica. In alcuni paesi di lingua spagnola potrebbe essere: “¿Qué tal?”. “Y…aquí estamos” [letteralmente: “Come va?”. “Eh, siamo qui”, NdT]. In Francia: “Comment ça va?”. “On fait aller” – letteralmente: “Come va?”. “Lo si fa andare”. E la risposta che in questi giorni sto ricevendo in Italia: “Come va?”. “Insomma…”. L’“indigeno” lascia la frase in sospeso, facendo capire che un riassunto, una sintesi di ciò che sta succedendo non è possibile nell’istantaneità del contatto convenzionale con il nomade.

Converso con un vecchio amico, fino a pochi anni fa presidente di un’importante banca regionale e ora dedito esclusivamente alla sua azienda, una media impresa edile (circa cento dipendenti). È riuscito a mantenere lo status quo grazie ad un accordo di solidarietà con i sindacati, ma se le cose non migliorano rapidamente (e tutti sappiamo che è impossibile) dovrà privarsi di un 30-40% dei suoi dipendenti: prova un sentimento di impotenza e allo stesso tempo di angoscia.

Lo storico vantaggio dell’Italia – la sua estesa e complessa rete di piccole e medie imprese – oggi è un fattore negativo perché la maggior parte sono imprese che si occupano di parti di prodotto o di servizi frammentati e le decisioni commerciali sui processi economici si prendono all’estero, in Cina in particolare.

Com’è arrivata l’Italia a questo punto? Risposta oggettiva e spassionata: nei venti o trent’anni prima di Berlusconi i governi non hanno fatto altro che accumulare debito pubblico. La politica dell’era berlusconiana è consistita semplicemente nel prolungare l’impunità dei privilegiati, mentre nei confronti della società si puntava esclusivamente all’immagine, cioè si agiva in base ai sondaggi.

In questi ultimi giorni gli Europei di calcio non hanno aiutato a migliorare il clima emotivo generale. Inghilterra-Italia domenica [24.06.2012, NdT] e Portogallo-Spagna mercoledì [27.06.2012, NdT]: due 0 a 0 che sono durati 120 minuti e si sono risolti ai rigori. Due squadre di grandi sportivi, ognuna delle quali si è impegnata per due ore, con una serie interminabile di falli, ad impedire che l’altra giocasse a calcio. Fortunatamente l’Italia ha salvato l’etica calcistica con la magnifica partita in cui giovedì [28.06.2012, NdT] ha vinto la Germania: non bisogna perdere la speranza.
Chiedo al mio amico ex banchiere: l’Italia può, nel giro di poco tempo, trasformarsi in una nuova Grecia? Risposta: non c’è alcun dubbio.

I sentieri della crisi (II)

http://www.perfil.com/ediciones/2012/7/edicion_694/contenidos/noticia_0078.html

Durante quest’ultima settimana è iniziato in tutta Italia il periodo dei saldi estivi di fine stagione (non mi chiedete perché i saldi di fine stagione comincino quando l’estate è iniziata da appena venti giorni). Calo delle vendite tra il 15 e il 25% rispetto allo stesso periodo del 2011. Alcuni esperti dicono che bisogna aspettare ancora una o due settimane prima di fare una valutazione definitiva.

Personalmente posso fare un paragone con la zona di Rimini (città balneare centro-orientale in cui nacque e morì Federico Fellini) rispetto agli anni passati: martedì scorso [10.07.2012, NdT] a mezzogiorno, le spiagge solitamente frequentate dagli abitanti del luogo ora erano quasi deserte ed i commercianti sprofondavano nella depressione.

Nel ristorante in cui vado sempre a mangiare degli squisiti strozzapreti zucchine e gamberetti l’unico tavolo occupato era quello in cui sedevamo io, mio figlio ed alcuni amici. Quando ce ne siamo andati una famiglia di turisti ha occupato un secondo tavolo. Anche noi, nomadi borghesi che viaggiamo in Europa, iniziamo a sentire la crisi. Ma la sensazione di crisi non risolve nulla; al contrario, pone un problema estremamente complicato: come concepire la crisi, come pensarla. Se sento qualcosa, devo poterlo identificare, localizzare, dargli forma: questa necessità cognitiva è incisa nel più profondo del cervello della nostra specie. Dov’è la crisi? Non c’è da nessuna parte, è ovvio, perché è una nozione astratta.

Si potrebbe pensare che quello del viaggiatore sia un caso banale e che gli italiani, che con sofferenza stanno vivendo sulla propria pelle questa situazione (ad esempio un familiare che ha perso il lavoro) non hanno alcun problema a concepire la crisi. Grave errore: la necessità – e forse la difficoltà – sono ancor più grandi. Tutti dobbiamo iniziare a perlustrare i nostri stessi spazi mentali, provando a fare della crisi un’entità pensabile: negli ultimi giorni ogni volta che ho domandato qualcosa su questa situazione sono stato attivamente compartecipe di questo processo. E in questo tipo di percorso mentale cause ed effetti, antecedenti e conseguenti, istituzioni e persone si succedono confusamente in tutta l’ostinata ricerca di una minima coerenza.

Michele Maiani, eletto per due volte sindaco di Monte Cerignone, paese medievale del Montefeltro (Marche), è un funzionario sempre attivo a livello regionale (è presidente dell’Uncem Marche, Unione Nazionale Comuni, Comunità ed Enti Montani, e della Comunità Montana del Montefeltro). Durante il pranzo mi spiega: in primo luogo, lo Stato italiano ha una vocazione napoleonica, accentratrice, in un Paese che è esattamente l’opposto: un Paese di differenze, di molteplici identità regionali e locali. In secondo luogo non c’è mai stata una riforma dello Stato, semplicemente si sono aggiunte nuove istituzioni a quelle che già esistevano. La burocrazia andava crescendo e lo Stato ha soltanto diminuito i fondi delle istituzioni ai livelli più bassi.

“Quanti dipendenti aveva il Comune di Monte Cerignone quando vi iniziai a lavorare per la prima volta, 22 anni fa? Sedici. Quanti ne ha ora? Cinque”. Negli altri livelli dell’apparato statale – prefetture, province, regioni e grandi città, dove ci sono gli affari ma non l’Italia produttiva – non è cambiato nulla. La responsabilità di Berlusconi è enorme, mi dice Michele. Dopo un anno di governo sostituì la legge che esentava dalle tasse gli investimenti destinati ad aumentare la capacità produttiva delle imprese, con una che semplicemente esentava dalle tasse gli investimenti. E ciò ha generato un gigantesco meccanismo di speculazione immobiliare: “L’Italia è piena di enormi capannoni vuoti”.

La privatizzazione dei servizi pubblici (autostrade, elettricità, telefono, poste, etc.) non ha generato una concorrenza funzionale al miglioramento dei servizi ed ha fatto aumentare il debito pubblico. “Abbiamo venduto i gioielli di famiglia per nulla”. E alla fine, con l’approvazione del governo, le banche italiane sono diventate “globali” e sono entrate nel business inquinato dei derivati immobiliari. E siamo arrivati a questo punto. “L’unica vera fonte di ricchezza è il lavoro”, insiste Michele citando i grandi classici. “Il primo paese europeo che iniziasse a generare ricchezza dal basso produrrebbe una trasformazione radicale”.

Mentre ci servono un limoncello, dico la mia: dal momento che la classe politica non ha interesse a cambiare alcunché, l’unica alternativa che ci rimane è la rivoluzione. “Io sono pronto”, esclama Michele a braccia aperte.

I sentieri della crisi (III)

http://www.perfil.com/ediciones/2012/7/edicion_698/contenidos/noticia_0060.html

Nel mio precedente articolo mi interrogavo dall’Italia su come concepire la crisi, come pensarla. E’ visibile o invisibile, per chi, come, perché?  Negli ultimi giorni su questi temi ho continuato a conversare, riflettendo e facendo domande. Con una crescente sensazione di confusione. A questo riguardo, e a proposito del ruolo che svolgono i mezzi di comunicazione nelle situazioni di crisi, voglio aggiungere una cosa: sono andato su internet e, con mia sorpresa, sul sito di Repubblica ho trovato i commenti del vicedirettore del quotidiano come introduzione al video “Repubblica” di mercoledì 25 luglio. All’inizio mi sono meravigliato, poi i miei neuroni hanno applaudito.

Circondato dai suoi principali collaboratori, Cresto-Dina diceva: “È con un senso di scoramento che ogni giorno apriamo i giornali, e come noi tutti i cittadini, perché siamo di fronte a una situazione che è diventata quasi incomprensibile e di difficile lettura, un inseguimento che non porta da nessuna parte. Pare che tutto quello che le istituzioni, i governi europei, stanno cercando di fare per  arginare la tempesta che rischia di travolgere l’euro, non serva a nulla. (…)

C’è un paradosso in tutto questo. Perché proprio dalla paura dovrebbe venir fuori una soluzione, che è una soluzione chiaramente politica. Perché anche politico è l’attacco. Ormai la politica europea della finanza la stanno facendo gli speculatori e  le lobby economiche, sono loro i nuovi governi dell’Europa. Quindi è necessaria una risposta politica. (…) Lo splendido isolamento della Germania non può durare a lungo… L’unica soluzione che si potrà prospettare nelle prossime settimane è quella di una reazione politica dell’Europa che deve trovare un’unità. (…) Questa è l’unica strada che ci può consentire di superare un mese di agosto che si preannuncia terribile, e che può servire a salvare l’euro”.

Nella società civile c’è una sorta di visibilità frammentata, che quindi non può disperdere l’oscurità generale. “La crisi non è qualcosa di visivo”, mi dice Pasqualino Cervellini, proprietario di un eccellente ristorante nelle Marche. La gente esce ugualmente, le strade sono piene, come prima della crisi, ma il sabato la famiglia, invece di una gran cena a base di pesce, va a mangiare una pizza: questa differenza è invisibile, tranne che per chi lavora nel settore della ristorazione.

Mentre fa quest’analisi appare subito la paura: “la gente ha paura, sente che non c’è futuro”. E di colpo Pasqualino mi sorprende quando, parlando di sé, usa il termine “malinconia”: dopo una vita di lavoro alimentato dalla passione per preservare la qualità (“se in Italia, uno dei paesi più belli del mondo dal punto di vista turistico, trascuriamo la qualità, siamo definitivamente persi”), Pasqualino avverte che da parte dello Stato non c’è il benché minimo riconoscimento di questo sforzo: “è una frustrazione grandissima”. Che fare? “Ascoltarci l’un l’altro e iniziare a comprendere i problemi di ciascuno” dice Pasqualino a proposito di un vecchio proverbio (che non conoscevo) secondo il quale la persona intelligente ha le orecchie grandi e la bocca piccola.

Prospettive multiple e frammentarie della crisi, ognuna dal punto di vista della nicchia specifica di un lavoro o di una professione, che si intrecciano … dove? È come se stesse agendo una dinamica dissipativa che al momento non trova un punto d’equilibrio in cui possa stabilizzarsi l’immagine di ciò che succede. Ha detto il mio amico Umberto Eco nell’ultima conversazione che ho avuto con lui martedì scorso [24.07.2012, NdT]: “C’è una differenza tra la temperatura reale e la sensazione termica, no? Non ho mai capito come si determina questa differenza, ma con la crisi sta succedendo qualcosa di simile: c’è la crisi reale e la crisi percepita”.

Mi sorride: “Io e te facciamo parte di quella nutrita schiera di persone che non possono dare spiegazioni tecniche della crisi”. E pure gli economisti, aggiungerei (lo penso ma non lo dico perché non voglio divagare). “Quindi che rapporto c’è tra la crisi e la percezione della crisi?” gli chiedo. Dopo una lunga discussione conveniamo sul fatto che c’è una complessa circolarità: la crisi reale colpisce in molti modi la percezione della crisi, perché i distinti settori sociali vivono in mondi differenti e sono colpiti in modo diverso, e viceversa.

“Molta gente guadagna come prima ma la paura le fa spendere di meno”, prosegue Eco: percezione della crisi che colpisce di fatto l’economia reale e alimenta la minaccia della recessione. E la minaccia della recessione aumenta la paura.
Che fare? (è la mia domanda costante). “Il fatto è che – mi risponde Umberto, anticipando quanto Cresto-Dina avrebbe detto il giorno successivo – abbiamo capito che non dipende da noi. Se i grandi interessi finanziari vogliono distruggere l’Italia, la distruggeranno”. Potrà la paura generare una risposta vigorosa della classe politica? Sembra che nel mese di agosto avremo la risposta.

Eliseo Verón è Sociologo, Professore all’Università di San Andrés.

[Articolo originale "Los caminos de la crisis" di Eliseo Verón]

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Traduzione di:
Francesco PasquarelliItalia Francesco Pasquarelli
Amante della movida madrilena e di Calderón de la Barca, del Colosseo e di Trastevere, da sempre contendono le sue attenzioni la capitale spagnola e la Città Eterna.
Revisione di:
Amina IacuzioElena Bergamaschi