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Posti di lavoro per gli amici, impieghi per i parenti, soldi per tutti – la regola politica in Sicilia. Ora l’isola italiana rischia il fallimento. Un exemplum dei veri problemi di molte regioni del Mediterraneo.
Palermo – È un colpo di fortuna per Marcello Bartolotta. Il chirurgo messinese può entrare nella giunta regionale al posto di un compagno di partito morto da poco. La giunta sarà sciolta alla fine di ottobre e poi ci saranno le nuove elezioni. Ma il fatto in sé non è poi tanto tragico.
Perché per quelle tre, forse quattro sedute ancora da tenere, Bartolotta prenderà circa 40.000 euro più i rimborsi. Sempre ammesso che la Sicilia non dichiari fallimento prima. E che la regione riesca a scamparla non sembra più tanto sicuro.
Gli 89 colleghi di Bartolotta e i loro circa 400 assistenti già non potranno ricevere puntualmente alla fine del mese lo stipendio di luglio. In seguito a questo annuncio i cosiddetti «onorevoli» hanno protestato ferocemente nel «Palazzo reale» al grido «Vogliamo i nostri soldi». Contribuendo così in modo sostanziale alla rovina della Regione.
Il problema non è tanto il fatto che prendano tra 10.000 e 15.000 euro netti al mese, cioè più dei deputati a Roma e senza lavorare un granché. E neanche che la giunta si riunisca il più delle volte con una presenza bassissima. E anche il fatto che quasi un terzo degli «onorevoli» sia pregiudicato o al centro di un processo o di un indagine in via di sviluppo, è tutto sommato un problema estetico o morale. Il vero problema è in ciò che fanno: la casta politica della semi-autonoma Sicilia negli anni ha distribuito denaro e posti lavoro così generosamente che ora la regione rischia la bancarotta.
144.000 siciliani fortunati sono stipendiati dallo Stato
Chiunque abbia governato ha accolto i suoi amici e gli amici degli amici nella pubblica amministrazione. In fondo non gli è costato niente. Oggi 144.000 siciliani fortunati percepiscono uno stipendio mensile dallo stato, uno su otto di loro è «Presidente» di qualcosa. Molti uffici sono pieni di gente che non ha idea di quello che dovrebbe fare lì dentro.
La fantasia di chi ha inventato questi lavori è quasi sconfinata: per fare un esempio 27.000 sono addetti alla difesa delle rare foreste dell’isola calcarea – un numero di molto superiore a quello dei ranger che si occupano delle immense foreste della Colombia Britannica in Canada.
Dal 2000 la Sicilia ha avuto a disposizione 20 miliardi di euro dai fondi europei. Solo pochi spiccioli sono stati effettivamente prelevati dall’amministrazione. Mancano progetti che abbiano diritto a ottenere le sovvenzioni. E anche il denaro ottenuto è stato il più delle volte sperperato. Ponti autostradali senza imbocco e dighe senza afflusso d’acqua sono testimoni dello scandalo. La Mafia ha fatto buoni affari.
Ora che la Sicilia voleva finanziare anche bar e presepi natalizi con i fondi europei, Bruxelles ha bloccato i 600 milioni di euro destinati alla regione. E ora? Sono stati accumulati 21 miliardi di euro di debiti e il capo del governo Mario Monti vuole inviare un ispettore e ha richiesto le dimissioni del Presidente della regione Raffaele Lombardo. Roma deve pagare e tenersi fuori dalla faccenda, la risposta stizzita di Palermo, altrimenti si rischia «la guerra civile».
Sicilia – la «Grecia italiana»
La Sicilia sta diventando la «Grecia italiana», queste le parole che giungono dal quotidiano romano «La Repubblica» per commentare lo sfacelo in corso. In effetti la situazione della Grecia e della Sicilia è quella di tutti i paesi in crisi. Non dappertutto così estrema, ma spesso secondo lo stesso modello: lavori nell’amministrazione pubblica come arma da sfoderare durante la campagna elettorale, incarichi statali con grandi guadagni per i propri amici e per gli amici del partito, cordate politiche legate da patti di reciprocità. La vera croce del Sud non sono le conseguenze della crisi economica e finanziaria, ma la corruzione, gli sprechi e il nepotismo.
Certo esempi di amministrazioni incompetenti, di una giustizia troppo lenta o di una casta politica interessata solo al mantenimento del proprio potere esistono ovunque, anche in Germania o in Olanda. Però è chiaro che non sono sistemiche. Certo disturbano, costano molto denaro, ma non distruggono le fondamenta della comunità statale.
Diverso è in molte regioni dell’Europa meridionale: i lavoratori, gli artigiani, gli imprenditori della classe media spesso devono dedicare più tempo agli attacchi insensati di un apparato statale incompetente che al loro lavoro. Persino il colosso mondiale Ikea ha avuto bisogno di sei anni di trattative con comuni, province e regione per aprire un punto vendita vicino a Pisa.
Lo strapotere della Mafia è accettato da tutti
Persino le dimensioni reali della corruzione e del malgoverno tollerati al Sud sarebbero maltollerati a nord delle Alpi. In Italia questo è vero soprattutto per l’accettazione di fatto della Mafia. Cosa Nostra in Sicilia, la Camorra a Napoli, la ‘Ndrangheta in Calabria hanno in totale un volume d’affari annuale di molto superiore a cento miliardi di euro. L’anno scorso i loro introiti ammontavano, secondo le stime dell’associazione non governativa SOS Impresa, a 70 miliardi di euro. Con queste cifre la Mafia si classifica come prima industria italiana, di molto al di sopra del gruppo petrolifero statale Eni che registra 83 miliardi di euro di volume d’affari e quattro miliardi di introiti.
La Mafia controlla ampi settori dello smaltimento dei rifiuti e dell’industria dei trasporti, commercia latte e formaggi, costruisce strade con appalti pubblici. Per esempio il sistema degli appalti pubblici sembra creato ad hoc per truffe di ogni tipo. Tuttavia nessuno pensa a cambiarlo. Chi ha ottenuto l’appalto di un tratto autostradale per 100 milioni di euro, lo subappalta a 90 milioni – senza alzare un dito. L’acquirente lo rivende a sua volta a una terza ditta per 80 milioni. E così via. Alla fine qualcuno costruisce con 10 milioni ciò che in realtà ne costerebbe 100 – e il risultato è quello che è.
Il caso dell’A3 Salerno – Reggio Calabria è l’esempio più eclatante di questo tipo di pratiche. La costruzione è iniziata nel 1962, c’era una ditta di costruzione diversa quasi per ogni chilometro di autostrada. E che sorpresa quando alla fine dei lavori nel 1974 mancava per esempio la corsia di emergenza. Dopo oltre vent’anni di dibattito nel 1997 i cantieri sono stati riaperti e ora pare che l’A3 sarà pronta nel 2017. Nel frattempo i costi preventivati sono decuplicati. Ma nessuna traccia di indignazione popolare o di una qualche conseguenza politica.
Il nepotismo si è sviluppato nello Stato della Chiesa a Roma e si è rapidamente diffuso. In tutto il Mediterraneo è tutt’ora una pratica normale quella di affiliare gli elettori tramite condoni edilizi, posti di lavoro o sgravi fiscali. «Quanti voti porta la tua famiglia?» chiede un politico greco a un cittadino. E visto che la risposta lo soddisfa, firma il discutibile piano edilizio dell’elettore. E in Sicilia chi ha gli amici giusti può persino costruirsi una casetta nella Valle dei Templi di Agrigento, patrimonio dell’umanità.
Pecore nere della società
A chi però non ha gli amici giusti, ma appartiene alla pecore nere della società, gli va particolarmente male in questo tipo di affari. È il caso per esempio di alcuni concittadini del nuovo membro della giunta Bartolotta a Messina.
Mentre il futuro primo della classe parte per Palermo, circa 300 famiglie nel suo vicinato vivono in baracche primitive con tetti di lamiera o di amianto, molti non hanno nemmeno l’allaccio dell’acqua. La costruzione di questa baraccopoli risale al terremoto del 1908, altre baracche furono aggiunte dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale e le ultime sono state la conseguenza di smottamenti e di inondazioni degli ultimi anni: molte persone hanno perso la casa e semplicemente non sapevano dove andare.
Così finivano nella bidonville. Regolarmente la politica promette loro aiuti rapidi e burocraticamente snelli – ogni volta che i giornalisti sono sul posto. Gli altri giorni non se ne parla proprio e le vittime delle catastrofi vengono dimenticate, perché prive di amici e di relazioni importanti.
Anche degli eccessivi fondi stanziati dall’Unione europea, a loro non è arrivato un soldo.
[Articolo originale "Das Kreuz des Südens" di Hans-Jürgen Schlamp]
















Quest’articolo descrive perfettamente la situazione del meridione. Io sono siciliano e neanche io sarei riuscito a fare una descrizione migliore della politica del sud. La situazione attuale è esattamente come descritta. Io aggiungerei che per quanto riguarda la Sicilia, cambierà ben poco con il prossimo governo regionale. I politici siciliani hanno già iniziato a sventolare i classici metodi di campagna elettorale: lavori nell’amministrazione pubblica, incarichi statali …….E noi siciliani ovviamente e inevitabilmente cadremo ancora una volta nella rete come dei polli, pensando incoscientemente che meglio votare per quell politico che conosciamo e così potrebbe sistemarci. La solita cultura clientelare. Non si cambierà mai. Siamo del tutto inconsapevoli che andremo verso un massacro sociale continuando ad eleggere sempre la solta gente, sempre i soliti noti, sempre le stesse persone degli ultimi anni, cioè i responsabili di tale situazione.
Io non sono siciliano, ma anch’io ho apprezzato molto l’articolo e l’acuta precisione dell’analisi.
Apprezzo e condivido anche i richiami ai due poteri che hanno incoraggiato e promosso queste forme di clientelismo e di ruberie: il nepotismo nato nello stato pontificio e la mafia, nata in Sicilia con lo stato borbonico e potenziatasi poi con il fascismo e gli alleati.
Ho però da fare una critica: spesso ai commentatori, soprattutto se stranieri, si fa l’accusa di generalizzare, di presentare alcuni mali particolari come mali di tutta l’Italia. Io farei invece la critica opposta: questi non sono mali della sola Sicilia o del solo sud Italia: sono mali ormai diffusi in tutta l’Italia e che si stanno diffondendo anche all’estero, soprattutto nei paesi dell’est europeo, ma anche nel nord, e questa diffusione andrebbe analizzata con analoga attenzione a quella posta sull’esempio macroscopico della Sicilia.
Ovviamente, sostenere -come io faccio- che corruzione e nepotismo sono diffusi in tutta Italia non vuol dire che tutti gli Italiani siano corrotti o che il tasso di corruzione sia lo stesso in tutta Italia.
Il commento precedente è di un siciliano onesto e ben consapevole del problema. Non so se in Veneto e Lombardia ci siano meno corrotti, ma certamente lì la cosapevolezza del problema è molto più bassa che in Sicilia, il che pone quella società a maggior rischio di rischio corruzione.
tutta gielosia poirche al sud ciaviamo il sole e in Germagnia nun cie lanno!
l’oro cianno la Merchell culona ennoi ciabbiamo Berlusconi ganzo colle femmine piu secsy
Bellissimo articolo, ma soprattutto molto veritiero,la cusa di tutto questo è
l’impossibilità di un mercato del lavoro soddisfacente , lavoro che libera dalla
schiavitù dal clientelismo e da tanti derivati della disoccupazione.
Il politico nelle regioni del sud fà il contrario di quello che normalmente
dovrebbe fare: rallenta l’iter burocratico di ogni pratica di qualsiasi genere,
posizionea nei punti strateggici sempre ( per favore) qualche suo protetto,raccomanda
tutti,tiene i contatti con la delinquenza organizzata,fà capire che lui è il burattinaio, e
ancora tante altre bassezze che sono utili a ricattare il povero cittadino.
Vi esorto quindi a ribbellarvi con lo strumento del voto o del non voto.
Sappiate almeno lo spero, che il voto è segreto,fregateli voi, almeno per una volta .
La gran parte dei politici non lavora per voi ,èquesto il nostro dramma.