Nelle bande criminali italiane arriva l’uguaglianza.

Le sorelle silenziose della mafia

Die Welt

Nelle bande criminali italiane arriva l’uguaglianza. Quasi non notate le donne procurano armi ai loro uomini latitanti, progettano crimini e fanno carriera. Come madrine della famiglia.

Le manette hanno fatto click delicatamente. All’alba del 26 giugno a Napoli nessuna sirena ha avvertito il padrino. Una capigliatura bionda cadeva sulle spalle del capomafia. Il padrino era una madrina. Dall’assassinio di suo marito nel 2006 Raffaella D’Alterio era alla guida del noto clan di camorra Pianese-D’Alterio

Nel corso del blitz intorno alla baia ai piedi del Vesuvio la polizia ha arrestato 66 presunti mafiosi. Sono stati sottoposti a sequestro bar e supermercati, auto sportive e conti correnti bancari.

Alla vedova bionda vengono attribuiti diversi atti di violenza relativamente a richieste di pizzo, traffico di droga e banconote false, ma anche nel settore dell’edilizia e dello smaltimento dei rifiuti. La madrina aveva guadagnato miliardi e provato a difendere con ferocia la sua posizione di supremazia.

Anche Petra Reski è bionda ed è una madrina, ma di tutt’altro genere. Da vent’anni con i suoi réportages ed i suoi lbri è diventata la numero uno tra le esperte di mafia della penisola, dalla quale molti segretamente copiano. Però non vive a Palermo, ma a Venezia, dove ci incontriamo in un silenzioso angoletto dietro il celebre teatro dell’opera La Fenice.

Alla domanda su come si sia avvicinata alla mafia risponde: “soprattutto per ragioni biografiche”. “Provengo da una grande famiglia originaria della Prussia orientale e della Slesia, con una forte coesione familiare dopo la fuga dall’est. E’ questa coesione che mi ha formata. Quindi mi sono imbattuta ne Il Padrino di Mario Puzo. A vent’anni mi sono messa in viaggio verso Corleone e restai molto stupita vedendo che ai lati delle strade erano seduti soltanto anziani con le coppole. Accanto non c’era altro.”

La mafia è seduta in soggiorno

Oggi dalla Reski vogliamo sapere di più sulle donne all’interno dell’“onorata società”. In uno dei suoi libri dice: “Mentre lasciamo la trattoria le donne della “Bella Napoli” alzano lo sguardo per la prima volta. La vecchia fissa noi e il denaro che il cameriere le porge su un piccolo vassoio d’argento, la nuora smette finalmente di pulire il banco e si pulisce le mani sul grembiule.” Ma ragazze e mafia non è una contraddizione in termini? La Reski fa una risatina. “Niente affatto. Le donne sono sempre le prime ad avere voce in capitolo al sud. Non è diverso nella mafia.”

Secondariamente i loro uomini non se li sono scelti a caso. E’ un chiaro calcolo. E le donne lo mettono in conto di buon grado. Non sono migliori dei loro uomini. Per questo motivo costituiscono le fondamenta della mafia. La mafia se ne sta seduta in soggiorno; è coricata a letto, mangia a tavola, torna con gli stivali insanguinati. E le donne? Le si può rimproverare di tacere, occultare, mentire e di voltarsi da un’altra parte. Ma certo non di non sapere.

Dobbiamo immaginarci una donna al fianco di ogni grande boss. Non sono vittime passive delle sanguinose guerre tra clan, quanto piuttosto protagoniste di questi drammi. Loro trasportano armi per i loro uomini latitanti, progettano crimini, portano messaggi e si servono dei mass-media.

Gestiscono i depositi di armi dei clan in modo del tutto naturale, “come se si trattasse di una catena di negozi per parrucchieri”. Se c’è il rischio di una perquisizione fanno murare le armi. La partecipazione delle donne alla mafia è al 50%, se non superiore, “come in tutte le gestioni familiari. Le donne sono l’altra metà sconosciuta della mafia.”

Da vedova a madrina

Come per la cosa nostra siciliana e per la camorra napoletana anche in Calabria sono loro a tramandare la cultura mafiosa da una generazione all’altra. Sono le madri a chiedere di vendicare il proprio sangue, a mantenere vivo il ricordo dei morti e a preparare i propri figli alla vita nella ‘ndrangheta. Si travestono, nascondono latitanti, preparano omicidi e “crescono i propri figli come bombe a orologeria”.

Mantengono i contatti tra boss in carcere e il clan, cosa che può fare guadagnare loro il titolo onorario di “sorella d’omertà”, di sorella del silenzio.

“Teresa Strangio, una delle tre sorelle del presunto killer Giovanni Strangio, dopo il suo arresto scese a testa alta le scale della centrale di polizia di Reggio Calabria con lo sguardo rivolto in lontananza, come una Mater Dolorosa sofferente e le manette le conferivano l’aura da martire. Non degnò nemmeno di uno sguardo le poliziotte che la portarono via. “

Nella camorra di Napoli, dove il matriarcato è ancor più forte che nel resto d’Italia, il ruolo della donna è anche più incisivo, dice la Reski. Perciò non stupisce nessuno il caso di Raffaella D’Alterio che rimasta vedova diventò madrina. In Sicilia Antonietta Bagarella, moglie di Totò Riina, diventò una delle donne capomafia più note.

Conosceva suo marito fin dall’infanzia. Ninetta proveniva da una vecchia famiglia mafiosa corleonese, suo fratello era un aspirante mafioso che ebbe l’onore di essere ucciso dal suo futuro cognato. Ninetta venne a saperlo solo una volta sposata con Riina. Di sicuro questo fatto non le avrebbe impedito di sposarsi, una donna come Ninetta di antica famiglia mafiosa non si abbandona a sentimentalismi.

“Ci sono mafiosi omosessuali”

E perché fino ad oggi di questo non si è mai parlato? Perché non esiste una filmografia sulla “madrina”?. “Semplicissimo”, risponde la Reski. La giustizia italiana mette la famiglia al di sopra della legge. Nemmeno se la donna ha trascorso più di vent’anni in latitanza con il marito viene considerata complice, non la si rende mai responsabile della complicità. Le mogli non possono essere costrette a testimoniare contro il proprio marito.

E’ questo a renderle tanto preziose per la mafia. “Della mafia non so niente. Non so niente della ‘ndrangheta. So qualcosa solo dei miei otto figli, sette maschi e una femmina.” ha detto la madre di Sebastiano Nirta, uno dei quattro presunti killer mafiosi di Duisburg. Ma ci sono anche padrini omosessuali? “Ci sono mafiosi gay”, dice Petra Reski prima di sparire nuovamente in una stretta calla di Venezia, “ma Palermo non è Berlino. In Sicilia le tradizioni si conservano molto più a lungo che in qualsiasi altro posto. Il primo capomafia gay quindi si dovrà aspettare ancora per un po’.”

[Articolo originale "Die verschwiegenen Schwestern der Mafia" di Paul Badde]

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Traduzione di:
Cristina BianchiGermania Cristina Bianchi
Laureata in lingue e letterature straniere traduce articoli dalla stampa tedesca per passione, ma soprattutto per aprire una finestra sul modo in cui la situazione italiana è vista da fuori.
Revisione di:
Mirko Bischofberger