Noi spagnoli generalmente sosteniamo di assomigliare agli italiani più che a qualunque altro popolo straniero. Poi uno visita Torino e si rende conto che loro, almeno quelli del nord, non assomigliano per niente agli spagnoli che vivono in quelle città le cui strade, allo stesso modo di quelle torinesi o milanesi, si spopolano ineluttabilmente al termine dell’orario di lavoro.

Un sorpasso più che illusorio

Diario de Sevilla

Noi spagnoli generalmente sosteniamo di assomigliare agli italiani più che a qualunque altro popolo straniero. Poi uno visita Torino e si rende conto che loro, almeno quelli del nord, non assomigliano per niente agli spagnoli che vivono in quelle città le cui strade, allo stesso modo di quelle torinesi o milanesi, si spopolano ineluttabilmente al termine dell’orario di lavoro.

Ricordo un industriale milanese che diceva di essere andato in Catalogna per affari negli anni ottanta e di aver trovato, economicamente parlando, “una roba da piangere”: certo, lui vendeva motori ai tedeschi.

Quello di essere cugini degli italiani è un tòpos a cui ricorriamo di frequente non solo noi spagnoli, ma anche molti italiani nei nostri confronti, probabilmente perché entrambe le lingue presentano diverse somiglianze dal punto di vista fonetico e ortografico.

Ad ogni modo, non dimentichiamo che nel mondo la Spagna era sulla cresta dell’onda prima di entrare in questa ripugnante dinamica di tracollo senza freni in cui ci troviamo. E l’Italia oscillava tra il luogo comune di questa buona intesa e l’orgoglio ferito dal rapido sorpasso degli spagnoli sul PIL pro capite – come sbandierava ai quattro venti un infantilmente superbo Zapatero alla fine del 2007 – e dall’espansione delle banche e società assicuratrici spagnole che compravano aziende italiane.

Quando Telefónica, sotto Aznar (che di recente Prodi ha definito di nuovo “bugiardo e sveglio” in quanto l’ex primo ministro spagnolo ha riferito al Financial Times che tutti e due avevano progettato di ritardare l’entrata in vigore dell’euro), stava per acquisire Telecom Italia, l’invidia italiana nei confronti della Spagna – l’altra faccia di questo amore-odio tipico di tanti amori – ha raggiunto il culmine. Insomma, dopo il 4 a 0 della finale degli Europei in Ucraina il nostro idillio e il destino in comune nell’area mediterranea non sono mai stati più falsi. Destini che, questo sì, viaggiano su binari paralleli: quelli dello spread. In questo caso, Italia e Spagna sì che sono parenti. E pure stretti.

Dopo vari anni di dittatura la Spagna ha sperimentato una sorta di effetto fionda, con una modernizzazione travolgente che le ha fatto raggiungere traguardi che gli altri stati, come l’Italia, avevano raggiunto in decenni. L’aumento esponenziale di questo ritmo creò una notevole crescita nominale. Secondo Dario Di Vico, a parte i fattori esogeni, il successo spagnolo, un miracolo finito male, si è basato su “una classe dirigente imprenditoriale e politica quarantenne e non ottantenne [come quella italiana], su un sistema politico moderato e bipartisan e su una società civile creativa, ricca e molto aperta al contributo delle donne”.

Gli italiani si sono dati ad Almodóvar, al nostro modo di divertirci e mangiare, hanno adottato il termine “movida” con la fede impetuosa del neofita e perfino Zapatero lo riteneva cool. All’improvviso poi gli italiani – e non solo loro… – si sono resi conto che la nostra grandiosità era fittizia, anche se all’apparenza consistente, che il nostro turismo low cost era insostenibile, che il clientelismo politico era mostruoso e che le nostre banche non erano quel che si diceva. L’Italia ha un settore industriale che noi avremmo voluto, mentre il nostro settore terziario ha poco valore aggiunto. Sono proprio queste le nostre debolezze strutturali.

L’Italia è devastata da uno Stato avido e sotto pressione come quello spagnolo. In Italia arte, gioielli, scuole per bambini, auto o barche e perfino i viaggi sono controllati e comportano un immediato aumento delle tasse, non sul patrimonio ma sul reddito! (Sono molto divertenti quando creano parole: questo sistema di controllo fiscale lo chiamano redditometro). E sicuramente anche noi a breve saremo nella stessa situazione. Nonostante tutto, a parte il calcio, c’è qualcos’altro in cui li conciamo per le feste (passatemi il plurale patriottico): Zara continua ad essere la grande gloria spagnola nel paese della moda. È un tasto dolente ma su questo gli italiani inciampano con eleganza.

[Articolo originale "Un 'sorpasso' de lo más ilusorio" di JOSÉ IGNACIO RUFINO]

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Traduzione di:
Francesco PasquarelliItalia Francesco Pasquarelli
Amante della movida madrilena e di Calderón de la Barca, del Colosseo e di Trastevere, da sempre contendono le sue attenzioni la capitale spagnola e la Città Eterna.
Revisione di:
Elena BergamaschiMichela Farina