La cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato più o meno questo in una recente intervista a un quotidiano: “E’ importante abbandonare l’idea che sia necessario spendere del denaro per avere crescita economica”.

Gli Europei parlano di crescita. Ma come?

The Wall Street Journal

I leader europei parlano di crescita. Le politiche attuali, ha detto la settimana scorsa il primo ministro italiano Mario Monti, non stanno risolvendo la crisi. Il suo messaggio: i tagli alla spesa pubblica e il tentativo di creare crescita con misure sull’offerta, come la riforma delle leggi sul lavoro, non stanno funzionando per svegliare la domanda.

Ma che cosa possono fare i governi europei? E in termini pratici, che cosa sarà fatto?

La ricetta degli economisti keinesiani è che i governi che se lo possono permettere aumentino la spesa pubblica aprendo i loro forzieri. Nella pratica è pretendere che la Germania, l’economia più forte della regione, aumenti la spesa pubblica per compensare le contrazioni nel budget in altre regioni della zona euro. Una spinta al reddito tedesco aiuterebbe ad aumentare le importazioni dalle economie periferiche, aiutando la loro crescita.

La possibilità che cio’ avvenga? E’ quasi zero. La Germania “non ha mai gestito la domanda. Non ci si puo’ aspettare che la Germania stimoli la propria economia tramite una politica fiscale”, ha detto David Bowers, dell’istituto di ricerca Absolute Strategy Research di Londra.

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato più o meno questo in una recente intervista a un quotidiano: “E’ importante abbandonare l’idea che sia necessario spendere del denaro per avere crescita economica”.

L’unico modo per ottenere che la Germania diventi una “locomotiva” per il resto dell’Europa, secondo Bowers, è che l’economia si riscaldi con gli attuali tassi di interesse, che sono molto bassi.

Se a questo si aggiunge una forte caduta dell’euro, diciamo del 15%, l’economia tedesca potrebbe decollare, e cosi’ forse migliorerebbe la prospettiva di tutta la zona euro. (Aiuterebbe anche una crescita dell’economia degli Stati Uniti e un indebolimento nella politica monetaria nei paesi emergenti, ha aggiunto Bowers).

Tuttavia senza accelerazione della crescita in Germania nessuna discussione realistica sulla politica economica dell’euro verterebbe sull’espansione fiscale, ma su come abbassare la ferocia del consolidamento fiscale. Questo implicherebbe trovare il modo di giustificare una maggiore gradualità negli aggiustamenti di bilancio, cercando al contempo un percorso realistico e credibile per raggiungere il pareggio di bilancio.

Secondo alcune autorità europee sono già cominciati i negoziati preliminari per rimandare gli obiettivi fiscali, il che permetterebbe per esempio alla Spagna di raggiungere l’obiettivo di disavanzo al 3% nel 2014 invece che nel 2013.

Anche in questo caso la Germania continua a fare resistenza, perché non vuole che i parametri fiscali da lei stabiliti negli ultimi due anni vadano in fumo quando alcuni paesi, come la Spagna, si trovino in difficoltà. A Berlino non fanno presa gli argomenti secondo cui i problemi spagnoli non hanno niente a che fare con la mancanza di disciplina fiscale del passato.

Un’alta autorità politica di Bruxelles argomenta che dall’anno scorso il Patto di Stabilità e Crescita, che stabilisce al 3% il disavanzo sul PIL e al 60% del PIL il livello del debito del governo, è già diventato “meno stupido”.

Era stato Romano Prodi, ex presidente della Commissione Europea, a definire dieci anni fa il patto “stupido”. La sua stupidità derivava dalla tendenza a rafforzare i cicli economici, forzando i governi a tagliare le spese in fase di recessione e permettendo che le aumentassero durante una fase espansiva dell’economia.

Naturalmente il patto è stato ignorato per tutto questo tempo, ma ora su richiesta della Germania i governi europei lo stanno adottando, durante una fase di decelerazione, e con grande rigore.

Il politico di alto livello spiega che il patto ora è meno stupido perché l’anno passato è stato alleggerito da un accordo che permette ai governi di concentrarsi sul cosiddetto deficit strutturale, una misura del deficit che dovrebbe cogliere la realtà sottostante al bilancio pubblico e ridurre l’impatto delle fluttuazioni del disavanzo causate dai cicli economici.

Questo almeno alleggerirebbe il circolo vizioso in cui sono entrate Spagna, Grecia ed altri paesi: i governi tagliano il bilancio per raggiungere i loro obiettivi, il che danneggia la crescita, il che peggiora il deficit di bilancio, cosi’ si rendono necessari altri tagli alle spese, il che riduce ancora la crescita, e via dicendo. La spirale recessiva peggiora perché quasi tutti i governi europei lo fanno contemporaneamente.

Tuttavia questa innovazione “meno stupida” ancora non è stata adottata. Fa parte dell’accordo fiscale accettato a dicembre dai leader UE ma entrerebbe in vigore solo quando i 12 membri della UE la dovessero ratificare. Ma potrebbe essere disponibile già quest’anno.

Comunque, oltre alla resistenza della Germania, c’è un altro buon motivo perché le autorità monetarie sono riluttanti ad indebolire molto le regole sul deficit: non sanno bene come reagirebbero i mercati finanziari.

Olli Rehn, commissario economico della UE, spiega che i costi del finanziamento del debito spagnolo hanno cominciato a superare quelli dell’Italia nel mese di marzo, dopo che il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy aveva dichiarato che non intendeva raggiungere gli obiettivi di bilancio accettati per quest’anno dal governo precedente.

D’altra parte Bowers, dell’ Absolute Strategy, ribatte che i costi per finanziare il debito spagnolo non stanno salendo a causa dei dubbi degli investitori sul raggiungimento degli obiettivi di bilancio, ma a causa dei loro timori sulla recessione.

Molti titoli di stato in questo momento si stanno comportando come obbligazioni di imprese, ha detto. Quando le imprese sono in difficoltà il prezzo del loro debito crolla perché gli investitori temono che non saranno solventi. Cosi’ è con i governi dell’eurozona: quando le loro economie sono in calo, aumenta la preoccupazione degli investitori di riavere indietro il loro denaro. Il prezzo del debito scende, l’interesse sale. In quest’ottica è il ritorno alla crescita che restituirà la fiducia, e non tagli di bilancio più radicali.

[Articolo originale "Europeus falam em crescimento. Mas como?" di STEPHEN FIDLER]

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Traduzione di:
Amina IacuzioItalia Amina Iacuzio
Giornalista e traduttrice free lance, vive tra Roma e Parigi. Ogni anno passa un periodo in Brasile, paese di cui si è innamorata vent’anni fa. Per Italiadallestero traduce dal Portoghese. Dice: “Presto ci dovremo rendere conto che questo paese, al pari di Cina ed India, è un vero gigante”.
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