Il ritorno del fascismo in Italia

The Independent

Un giovane grafico di nome Nicola Tommasoli è morto all’ospedale di Verona, ieri pomeriggio, vittima di una banda neofascista. Dopo essersi rifiutato di dare una sigaretta ad uno skinhead, che lo aveva avvicinato, e cinque giovani teste rasate, riprese da una telecamera di sorveglianza, lo hanno preso a pugni e a calci fino a fargli perdere i sensi. Quando si è saputo che i giovani appartenevano ad un gruppo neofascista, gli italiani hanno cominciato a domandarsi: è questo il primo colpo di frusta del nuovo regime, il primo assaggio di quello che verrà?

Gli esponenti della destra rispettabile non hanno esitato un attimo a insistere che l’attacco non ha niente a che vedere con loro. «Sarei il primo a condannare la violenza neofascista se esistesse veramente», ha minimizzato Ignazio La Russa, una figura importante del partito postfascista Alleanza Nazionale (AN), che probabilmente diventerà ministro questa settimana. «Nella società è sempre esistita una certa violenza», ha aggiunto Maurizio Gasparri. «Mettere in guardia su un possibile ritorno ad un clima di violenza politica è l’ennesimo esempio di stupidità.»

Ma il fatto è che l’Italia, che è stata definita il laboratorio delle cattive idee, si è imbarcata in un nuovo ed allarmante esperimento. Sulla cuspide di quello che potrebbe rivelarsi il peggiore collasso a memoria d’uomo, l’estrema destra non è mai stata così vicina al cuore del potere dai tempi della caduta di Mussolini.

I personaggi chiave della nuova destra italiana indossano bei completi e cravatte color pastello e si rifugiano nel potere istituzionale come le anatre nell’acqua. Gianfranco Fini, l’uomo che una volta elogiò Mussolini definendolo il più grande italiano del Ventesimo Secolo, è diventato il maestro del voltafaccia: la scorsa settimana, nel suo discorso di insediamento come presidente della camera dei deputati, è stato ben attento a giurare lealtà al Giorno della Liberazione, il giorno della liberazione dal nazifascismo. È stato un altro gesto da uomo di stato, da parte di un personaggio dall’aspetto distinto che, negli ultimi sette anni, ha fatto da spalla al pagliaccio Berlusconi, e che si sta preparando per prendere il controllo quando le pagliacciate saranno finite.

Gianni Alemanno, che una settimana fa ha stravinto le elezioni per la carica di sindaco di Roma, è un uomo dall’aspetto giovanile, che sprizza energia e sincerità, e perde le staffe quando viene collegato in modo troppo ovvio alla parola «F». Che colpa ne ha lui se i suoi sostenitori alzano il braccio destro per festeggiare la sua vittoria sugli scalini del municipio di Roma? Così come Fini, anche Alemanno in quindici anni ha preso le distanze tra sé ed il suo passato neofascista. Come Fini ha teso la mano a tutto il paese. Nel suo discorso di insediamento ha dichiarato: «Sarò sindaco di tutti i romani, soprattutto di coloro che non hanno votato per me…»

Rinunciare al proprio passato fascista, come hanno fatto Fini e i suoi colleghi, significa rinunciare all’antisemitismo e al militarismo, e mettere in chiaro quanto si sia rimasti amareggiati dagli abusi avvenuti durante gli anni di Mussolini. Ma loro si aggrappano ad un’idea di fondo irriducibile, che è la stessa idea che spinge criminali provenienti da famiglie per bene a picchiare selvaggiamente persone che si rifiutano di offrire una sigaretta o che portano i capelli lunghi o che hanno la pelle scura o che parlano con accento del sud.

Guido Papalia, il procuratore capo di Verona, che sta indagando sull’attacco a Tommasoli, spiega così questo fenomeno: «Oggigiorno, c’è un modo di pensare molto diffuso, che rifiuta ciò che è diverso, quelli che non vestono come noi, che non mangiano come noi, che non parlano con il nostro accento, in difesa di un sistema che è semplicemente ritenuto migliore di quello degli altri, e che quindi va difeso con la violenza».

Rifiutare ciò che è diverso: quel riflesso primitivo era alla base dell’antisemitismo nazista, e spiega anche il successo elettorale della Lega Nord nell’Italia settentrionale nell’ultimo anno. La prima battaglia portata avanti dalla Lega è stata contro la corruzione del governo centrale di Roma: voleva la secessione. Ma quando quella richiesta è cominciata a sembrare una fantasia, la Lega si è guardata intorno alla ricerca di nuove cause, arrivando finalmente e vantaggiosamente allo sciovinismo locale.

I sindaci leghisti del Veneto, uomini calmi e professionali, nei loro comodi uffici, tirano fuori le loro idee semplici ed esclusive: gli stranieri possono vivere qui solo se hanno un lavoro in regola, una casa e un reddito adeguato. I clandestini dovrebbe essere esclusi dalle scuole e dalle università ed i loro figli dagli asili nido. Il velo dovrebbe essere vietato per legge. Le moschee non dovrebbe essere ammesse all’interno dei confini della città. Solo gli stranieri che parlano un italiano eccellente ed una buona familiarità con la Costituzione dovrebbe avere i requisiti per la cittadinanza. Gli immigrati, anche quelli provenienti dall’Unione Europea dovrebbe essere rimpatriati in massa se commettono reati. I campi rom dovrebbe essere abbattuti.

Walter Veltroni, ex sindaco di Roma, adesso leader del Partito Democratico, che ha preso una bella batosta da Silvio Berlusconi alle ultime elezioni, ha spiegato il legame tra gli uomini in completo e gli uomini in stivali. «Ci sono molte bande come questa, e sono molto più pericolose in un clima culturale e politico in cui vengono riaffermati i principi dell’intolleranza e dell’odio contro o più deboli…»

Tuttavia, Veltroni deve rispondere a molte domande. È stato il suo regime di centro-sinistra a governare Roma negli ultimi quindici anni, e le sue priorità distorte hanno reso possibile il trionfo della destra. Veltroni e il suo predecessore Francesco Rutelli (che la scorsa settimana è stato battuto da Alemanno) hanno governato la città per il bene dell’intellighenzia postcomunista, che si è goduta l’infinita serie di eventi cinematografici, artistici e musicali, e ha creduto a Veltroni quando questi ha dichiarato che «Roma è la locomotiva dell’Italia», e la cultura e il turismo il suo carburante.

Ma nel frattempo la maggioranza dei cittadini della capitale sono rimasti esclusi. Vivevano fuori dallo squisito centro città, in quartieri dormitorio oscuri e disperatamente orribili, con collegamenti di trasporto pubblico patetici, una scarsa vigilanza, autorità locali negligenti, ed ogni indizio di disprezzo da parte dei funzionari statali. E quei quartieri da incubo continuano a moltiplicarsi. Adesso i romani si sono sollevati e si sono liberati dei comunisti dello champagne, al grido di “fuori gli zingari” e “dentro la polizia”, “fuori i ventimila stranieri che hanno commesso reati”; “restituite la città a chi la possiede di diritto”. Il crudo e semplice appello del fascismo è sempre stato al sangue e alla terra, e così è ancora oggi.

Se oggi l’Italia ha la peggiore economia dell’Europa occidentale, lo si deve alla criminale incapacità dei suoi politici di affrontare gli interessi di gruppi particolari che tengono lo stato in ostaggio in ogni ambito della vita, dai sindacati alle università, dallo sviluppo delle proprietà al sistema giudiziario.
L’Italia stessa si sente in declino e reagisce elettoralmente sbandando verso l’estrema destra, ma come spesso accade, tutto deve cambiare affinché tutto rimanga uguale. Quelli che soffriranno saranno i meno incolpabili dei mali del paese.

[Articolo originale di Peter Popham]

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