Era stata solo una battuta improvvisata durante un’intervista in televisione lo scorso mese. Ma quando il presidente del consiglio Mario Monti ha osservato che il posto fisso non è più un'opzione plausibile per i giovani nell’economia odierna, ma è anzi “monotono”, ha scatenato una serie di proteste, mettendo a nudo uno dei principi sacrosanti della società italiana che è ora a rischio a causa della crisi dell’eurozona.

In un’Italia che affronta la fine del posto fisso

The New York Times

ROMA – Era stata solo una battuta improvvisata durante un’intervista in televisione questo mese. Ma quando il presidente del consiglio Mario Monti ha osservato che il posto fisso non è più un’opzione plausibile per i giovani nell’economia odierna, anzi è “monotono”, ha fatto scoppiare una serie di proteste, mettendo a nudo uno dei principi sacrosanti della società italiana che è ora a rischio a causa della crisi dell’eurozona.

La reazione è stata rapida, furiosa, bipartisan e intergenerazionale. “Credo che il presidente del consiglio debba fare attenzione alle parole che usa, perché la gente è un pochino arrabbiata”.  Così ha commentato il “monotono” di Monti Claudia Vori, 31enne originaria di Roma, che ha svolto 18 lavori differenti da quando ha finito la scuola superiore nel 1999.

Quella rabbia aumenta mentre le prospettive di lavoro diminuiscono. La disoccupazione giovanile a dicembre ha raggiunto il 31 percento, 10 punti di percentuale in più rispetto a 5 anni fa.

Monti ha toccato un nervo scoperto, mettendo a rischio un principio certo come le tasse e la morte nella maggiorparte dell’Europa occidentale, dove i politici a volte deridono il modello anglo-americano come datato e crudele, mentre viene lodato dagli economisti per la flessibilità che offre al mercato.

In Italia, in particolare, ogni forza politica dopo la seconda guerra mondiale ha perseguito l’idea di garantire il lavoro all’uomo capofamiglia per preservare la struttura tradizionale della famiglia, commenta Elisabetta Gualmini, esperta di politica del lavoro che insegna all’Università di Bologna. Questa dottrina sociale ha ricevuto la benedizione anche dalla Chiesa, che in Italia detiene ancora molta influenza.

“Il problema è che questo modello è miope” in un mercato globale, continua la prof.ssa Gualmini. “L’Italia si è trincerata dietro questo modello, che è diventato un’ideologia così forte e con credenze così radicate che non può essere messo in discussione.”

Sfidare convinzioni radicate e vecchie abitudini è esattamente quello che molti italiani vogliono da Monti e dal suo governo di tecnocrati, in teoria libero da interessi politici.

Quello che si è perso nell’acceso dibattito sulla monotonia del lavoro fisso è stato il quadro più generale, che Monti stava provando ad illustrare durante l’intervista su Matrix, un programmo televisivo in onda in tarda serata.

Le modifiche al codice del lavoro che il suo governo sta prendendo in considerazione, ha affermato Monti, sono intese a risanare l’equilibrio fra le persone già nel mercato del lavoro, che sono iperprotette, e quelle che non riescono ad accedervi, risolvendo “il terribile apartheid” fra lavoratori più vecchi e giovani italiani al lavoro con contratti che offrono meno diritti e poca sicurezza.

Il governo intende far passare le sue proposte entro la fine di marzo. Ma i sindacati italiani stanno guidando la resistenza a numerose modifiche alle leggi esistenti. Il dibattito si è fatto particolarmente intenso riguardo l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970, che proibisce alle aziende con più di 15 impiegati di licenziare senza una giusta causa. I sindacati affermano che questa linea non può essere oltrepassata. Il governo sostiene invece che le restrizioni imposte da un mercato del lavoro fortemente regolamentato come quello italiano rendono le aziende più riluttanti ad assumere nuovi dipendenti perché non possono essere licenziati dopo la firma di un regolare contratto.

Le leggi italiane sul lavoro hanno anche prevenuto l’entrata di investimenti esteri, afferma Monti. Le modifiche del mercato del lavoro passate hanno introdotto contratti a tempo determinato e tirocini di formazione. Ma i critici sostengono che questi cambiamenti hanno giovato soprattutto ai datori di lavoro, permettendo loro di assumere personale a basso costo senza offrire nessun beneficio.

Molti italiani sono più che disposti ad accettare condizioni di sfruttamento. Per molti giovani che hanno già vissuto la precarietà del mercato corrente, il dibattito sul posto fisso devia la discussione da altri problemi più preoccupanti. “Il problema è prima di tutto trovare un lavoro, non l’essere licenziato”, dice Antonio De Napoli, 27 anni, portavoce del Forum Nazionale dei Giovani, un raggruppamento apolitico di varie organizzazioni che dichiara che la sua generazione ha già accettato la flessibilità imposta dalle leggi sul lavoro correnti. “Quello che vogliamo è un sostegno maggiore quando non abbiamo lavoro.” Molti giovani italiani hanno cercato lavoro fuori dall’Italia, continua, causando una fuga di cervelli. “Dobbiamo fermare questa tendenza”, conclude.

Luca Nicotra, 29 anni segretario di Agorà Digitale, un’associazione che lotta per la trasparenza e la libertà su internet, afferma che il tipo di mobilità lavorativa che troviamo negli Stati Uniti o in Gran Bretagna “semplicemente non esiste in Italia”. “La nozione di un lavoro fisso per la vita è centrale in un paese che non offre nessuna alternativa lavorativa”, dice Nicotra.

L’imprenditorialità potrebbe offrire un’altra via, dice, “ma in Italia lo spirito imprenditoriale è raro, perché non viene insegnato” al di fuori delle scuole di business. Michele Tiraboschi, professore di diritto del lavoro presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, dice che il sistema educativo italiano non fa combaciare l’offerta con la domanda. ”Non stiamo preparando gli studenti per la domanda delle imprese”, dichiara. “L’educazione è troppo teorica, offre poche occasioni di apprendimento di abilità pratiche.”

Il governo Monti ha dichiarato che innalzare l’occupazione fra i giovani e le donne è un tema centrale della sua agenda ed in 3 mesi di ufficio ha proposto iniziative volte a semplificare le procedure per far avviare un’impresa ai giovani fino a 35 anni, includendo la possibilità di avviare un’impresa con 1 euro. Ma De Napoli sostiene che la legge è solo un parte dell’equazione e dà voce a diffuse critiche verso le istituzioni finanziarie del paese. “Siamo contenti di queste iniziative, ma se le banche non concedono credito ai giovani, a che serve aprire un’azienda con 1 euro?” dice. “La flessibilità va bene, ma le banche devono essere disposte ad elargire mutui e accesso a capitali per i giovani. Altrimenti le giovani generazioni rischiano di essere massacrate.”

A dispetto di tutto il dibattito su quello che qui viene chiamato “flexi-security” (lett. ‘sicurezza flessibile’, N.d.T.), i vecchi modelli conservano il loro fascino. Un sondaggio pubblicato domenica sul quotidiano milanese Il Corriere della Sera ha rivelato che l’84 percento degli italiani fra i 18 e i 34 anni sarebbero disposti ad accettare meno soldi in cambio della sicurezza di un lavoro, ed un terzo di essi colloca in cima alle attrattive di un posto di lavoro il fatto di avere un contratto protetto a vita.

Maurizio Di Lucchio, 30 anni, un giornalista freelance di Milano che ha aperto un’azienda di comunicazione che a malapena riesce a pagarsi affitto e spese, spiega che non vorrebbe altro che un lavoro fisso e che lo sta “cercando attivamente, o almeno cerco di riuscire a garantirmi il maggior numero di diritti con un contratto.” Riconosce che vi è “un pessimismo dilagante” fra la sua generazione sul problema di “trovare lavoro con un minimo di stabilità.” Ma descrive se stesso come moderatamente ottimista. “Gli italiani sono creativi”, dice, “Penso che sia parte del nostro DNA.”

[Articolo originale "In Italy, Facing the End of the Lifetime Job" di Elisabetta Povoledo]

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Traduzione di:
Simone Serra Simone Serra
Revisione di:
Daniela Castrataro