Riforma del lavoro in Italia: il Governo ci riprova, ma sarà dura.

Uomini che amano il pericolo

The Economist

Riforma del lavoro in Italia: il Governo ci riprova, ma sarà dura.

A Roma una targa in memoria di Massimo D’Antona indica il luogo in cui il professore fu assassinato dalle Brigate Rosse nel 1999. D’Antona fu assassinato per la sua collaborazione con un governo di centro-sinistra ad un progetto teso a creare una maggiore flessibilità del mercato del lavoro. Marco Biagi, che diede seguito ai principi di D’Antona, fu assassinato dallo stesso gruppo tre anni più tardi.

I due omicidi la dicono lunga sul grado di resistenza alle riforme in un Paese in cui la cultura del posto fisso è profondamente radicata. E dimostrano inoltre l’entità della sfida che il governo tecnocratico di Mario Monti deve affrontare nel tentativo di cambiare non solo il mercato del lavoro, ma anche l’atteggiamento complessivo degli italiani verso il lavoro.

Nelle ultime settimane l’esecutivo ha provato a condizionare l’opinione pubblica dichiarando l’impensabile. Il primo febbraio, il Presidente del Consiglio ha provocato molto scalpore denunciando la “monotonia” del posto fisso. ll suo Ministro del Lavoro Elsa Fornero ha dichiarato che chi prometteva un posto fisso vendeva “illusioni”. Il Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri ha dichiarato che i suoi connazionali sono bloccati in un’epoca in cui i lavoratori dipendenti lavorano “nella stessa città vicino a mamma e papà”.

Il clamore suscitato da tali esternazioni è in parte comprensibile. Il tasso di disoccupazione giovanile supera il 30% (vedi grafico). Tanti giovani che vorrebbero lasciare la loro città  non possono farlo perché hanno bisogno di un lavoro stabile prima che gli italiani meno giovani affittino loro un appartamento, per non parlare di concedere loro un mutuo.

Tassi di disoccupazione (dicembre 2011). Barra azzurra: percentuale totale di disoccupati. Barra blu: disoccupazione giovanile (15-24 anni). Fonte: Economist.

In realtà, i giovani si trovano intrappolati al livello inferiore di un mercato del lavoro a due livelli creato nel 2003, quando l’esecutivo di Silvio Berlusconi consentì per primo ai datori di lavoro di offrire contratti a tempo determinato, con pochi di quei vantaggi e garanzie di cui invece godono i lavoratori a tempo indeterminato. L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970, per esempio, prevede per i lavoratori a tempo indeterminato il diritto al reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa. Ma i giudici si sono dimostrati così generosi nella loro definizione di ciò che è ingiusto, e così lenti a prendere decisioni, che i datori di lavoro considerano i singoli lavoratori quasi non licenziabili.

A complicare ulteriormente le cose è stato il fallimento dei governi che si sono succeduti, i quali non sono riusciti né a stimolare la crescita economica, né a formare una cultura d’impresa in cui i più giovani possano passare da un impiego all’altro in modo proficuo e semplice. Questa settimana l’economia italiana è entrata di nuovo in recessione, e nel quarto trimestre del 2011 il PIL è diminuito dello 0.7%, dopo un calo dello 0.2% registrato nel terzo trimestre.

Le consultazioni sulla riforma del lavoro fra governo, sindacati e datori di lavoro riprese il 15 febbraio hanno finora evitato di affrontare l’articolo 18 per favorire il compimento di passi avanti su altri fronti.

Sono stati proposti diversi compromessi. Il governo sembra pronto a fare concessioni in materia di sussidi di disoccupazione (attualmente i giovani senza alcuna esperienza lavorativa non hanno diritto a percepire sussidi). Un’ipotesi è quella di sospendere l’articolo 18 nei primi anni dell’impiego o comunque di restringere le sue applicazioni nei casi di discriminazione da parte dei datori di lavoro o di cattiva condotta da parte dei dipendenti.

Ma il tempo stringe. I partiti che sostengono il governo Monti vogliono occuparsi della riforma della legge sul lavoro prima che la campagna elettorale per le elezioni amministrative di maggio entri nel vivo. Il Presidente del Consiglio ha fissato il 31 marzo come termine per raggiungere un accordo. Sino ad ora, il più grande e radicale sindacato, la CGIL, non ha dichiarato le sue intenzioni.

Quando lo farà, ci potrebbero essere ripercussioni politiche oltre che economiche. La CGIL ha stretti legami con il più grande partito di centro sinistra d’Italia, il Partito Democratico. Il suo leader, Pier Luigi Bersani, ha promesso che accetterà tutto ciò che verrà approvato dalla CGIL. Ma non è chiaro fino a che punto il suo partito sia disposto ad appoggiare il governo Monti se la CGIL si rifiutasse di raggiungere un accordo sull’articolo 18.

[Articolo originale "Dangermen"]

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Traduzione di:
Grazia Ventrelli Grazia Ventrelli
Traduttrice a tempo pieno, camminatrice per diletto, è abituata a fare maratone per rispettare le scadenze. Appassionata di lingue e culture straniere.
Revisione di:
Sebastiano Irrera