Intervista con Jospeh Stiglitz, premio nobel per l'economia

“Occupy ha già vinto”

Der Spiegel

Una volta sosteneva i no-global, oggi il movimento Occupy. La protesta, secondo Stiglitz, potrebbe addirittura decidere le elezioni americane. Nell’intervista il Premio Nobel per l’economia parla della crisi degli USA, del futuro dello stato sociale europeo e della capacità di apprendimento del Fondo Monetario Internazionale.

SPIEGEL ONLINE: Signor Stiglitz, nella campagna elettorale dei Repubblicani, l’Europa è diventata una parola utilizzata in senso spregiativo, sinonimo del fallimento dello stato sociale. Vi è della di verità in tutto ciò?
Stiglitz: Mi mancano le parole per una tale ignoranza. Queste persone non hanno capito veramente cosa sta succedendo in Europa e non hanno neppure capito veramente cosa sia andato storto negli USA. L’America non ce la fa ad innalzare il livello medio dei redditi. Per quanto riguarda sicurezza, istruzione e sanità, la situazione è anche peggiore. Nel confronto internazionale gli USA primeggiano soltanto per le prigioni, all’interno delle quali si trova un numero di persone di dieci volte maggiore rispetto a qualsiasi altro paese occidentale.

SPIEGEL ONLINE: E in Europa?
Stiglitz: Io direi che il modello di stato sociale europeo tutto sommato ha avuto successo. Nella crisi, per esempio, il mercato del lavoro tedesco se l’è cavato molto meglio di quello americano.

SPIEGEL ONLINE: Tuttavia adesso l’Europa si trova nei guai.
Stiglitz: L’Europa ha commesso soltanto un errore, ma molto grosso: l’Euro. Con le giuste riforme istituzionali avrebbe potuto funzionare. Con l’introduzione dell’Euro si era pensato che i criteri di convergenza del Trattato di Maastricht sarebbero stati raggiunti. Ora si pensa che questi criteri dovrebbero essere applicati più rigorosamente – e questo è sbagliato. Il problema del debito degli stati che hanno aderito all’Euro generalmente non è da imputarsi ad una spesa pubblica troppo elevata. In Irlanda la crisi è stata causata dal settore della Finanza, non dallo stato sociale.

SPIEGEL ONLINE: Lei critica aspramente le politiche di tagli che si stanno attuando negli stati dell’Europa meridionale. Anche da capo economista della Banca Mondiale era contrario ai tagli imposti dal Fondo Monetario Internazionale agli stati in bancarotta.
Stiglitz: (ride) Perlomeno sono coerente!

SPIEGEL ONLINE: Stiamo ripetendo gli errori che il Fondo Monetario Internazionale ha commesso in altri Paesi agli inizi degli anni novanta durante la crisi asiatica?
Stiglitz: Sì. Questo programma del Fondo Monetario Internazionale si può vedere come una serie di esperimenti che hanno fornito sempre più argomenti contro le misure di risparmio.

SPIEGEL ONLINE: Come giudica il ruolo del Fondo Monetario Internazionale nell’attuale crisi del debito? Gli europei all’inizio hanno cercato di tenerlo il più possibile fuori, adesso chiedono il suo aiuto.
Stiglitz: Il Fondo Monetario Internazionale ha il vantaggio di essere un osservatore esterno. In Grecia, oltre a un taglio del debito l’FMI ha richiesto una strategia a sostegno della crescita. Gli europei non hanno voluto ascoltare – ma adesso hanno bisogno di denaro.

SPIEGEL ONLINE: Dunque oggi il Fondo Monetario Internazionale gioca un ruolo migliore rispetto a prima?
Stiglitz: Assolutamente, anche in merito ad altre questioni. Al giorno d’oggi è più aperto rispetto a temi quali il controllo dei flussi di capitale e prende maggiormente in considerazione le conseguenze della disuguaglianza all’interno di una società.

SPIEGEL ONLINE: Per combattere la crisi, Lei sostiene che ci sia bisogno di più mezzi per dare un impulso all’economia. Ma ci sono ancora abbastanza soldi a disposizione?
Stiglitz: La Germania ne ha chiaramente, per via dei bassi interessi grazie ai quali può prendere in prestito denaro. La quota di debito in Europa è inferiore a quella degli USA. Se l’Eurozona venisse saldata insieme con l’emissione di obbligazioni comunitarie, gli Eurobonds, il rating del credito sarebbe relativamente buono.

SPIEGEL ONLINE: Lei simpatizza apertamente con i movimenti di protesta quali Occupy Wall Street o gli “Indignados” spagnoli. Quale potenziale vede in queste iniziative? E’ possibile considerarle una ripetizione del movimento anti-globalizzazione?
Stiglitz: Il movimento anti-globalizzazione forse a suo tempo non ha vinto la discussione politica, però quella pubblica sì. Fino alla fine degli anni novanta, il mondo era completamente a favore della globalizzazione, dopo di che si è visto anche il rovescio della medgalia. E anche Occupy Wall Street ha già ottenuto una vittoria.

SPIEGEL ONLINE: Che sarebbe?
Stiglitz: Il fatto che Obama abbia dedicato il suo discorso sullo stato dell’Unione al tema della disuguaglianza.

SPIEGEL ONLINE: Tuttavia oggi tra i Repubblicani si considera perfino inacettabile chiamare ricchi i ricchi – si vuole che li si chiami “creatori di posti di lavoro”.
Stiglitz: Giusto. Ma Occupy ha reso il dibattito politico più chiaro. Assunto che le primarie le vinca Mitt Romney, che in due anni ha guadagnato 43 milioni di dollari e che vuole abbassare le tasse: il fatto che si sappia di questa correlazione potrebbe costargli diversi punti percentuali nelle elezioni presidenziali – forse abbastanza da decidere il risultato finale.

SPIEGEL ONLINE: La più importante richiesta politica del movimento anti-globalizzazione, la tassa sulle transazioni finanziare, non è stata ancora approvata. In Europa arriverà?
Stiglitz: Lo spero.

SPIEGEL ONLINE: Nel caso succedesse, Occupy dovrebbe porsi nuovi obiettivi?
Stiglitz: Beh certo! Io stesso, per fare un esempio, ho formulato un’agenda con 21 proposte contro la disuguaglianza. Ma i movimenti di protesta non sono il posto dove la politica viene sviluppata al dettaglio. Servono a creare una coscienza per i problemi sociali che finora la politica non è stata in grado di risolvere.

SPIEGEL ONLINE: Alcuni dei suoi lavori più importanti trattano della diseguale distribuzione delle informazioni. Durante la crisi abbiamo appreso molte cose sulle banche che non sapevamo. Adesso c’è più trasparenza?
Stiglitz: No, assolutamente no. Fino ad oggi la trasparenza manca, soprattutto nel caso delle assicurazioni sul credito in caso di fallimento. Non sappiamo su chi ricadrebbero le perdite se la Grecia dovesse fallire. La BCE dice che un riscadenziamento forzato sarà negativo. Ma non sappiamo se la BCE lo sappia veramente – se lo considera davvero così rischioso o se la BCE vuole soprattutto proteggere i proprietari di queste assicurazioni.

SPIEGEL ONLINE: Ha la speranza che la trasparenza aumenti nel corso della crisi?
Stiglitz: C’è in ogni caso una maggiore pressione pubblica rispetto a prima. E se i prossimi mesi saranno abbastanza devastanti, crescerà ulteriormente.
L’intervista è stata condottta da David Böcking nel corso del Forum economico globale a Davos.

[Articolo originale ""Occupy hat schon gesiegt"" di David Böcking]

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Traduzione di:
Michele AmorosinoGermania Michele Amorosino
Laureato in fisica ora lavora come sistemista UNIX a Köln. Nato e cresciuto a Torino. Michele si è trasferito in Germania per motivi personali e ha sviluppato nel tempo un interesse per la cultura e lingua tedesca. È convinto che il futuro dell'umanità sia un futuro di collaborazione come quella creata da ItaliaDallEstero.info.
Revisione di:
Sebastian Heinrich