Stampa“È buffo come sia facile cadere in un linguaggio da banchiere centrale”. Così dichiara un economista del settore privato di mia conoscenza che aveva sempre detto che, se e quando […]

Super Mario non può salvare l’Euro da solo

Sky.com

“È buffo come sia facile cadere in un linguaggio da banchiere centrale”. Così dichiara un economista del settore privato di mia conoscenza che aveva sempre detto che, se e quando fosse stato assunto da una banca centrale, avrebbe evitato la sorta di enunciati sibillini che compagni come Alan Greenspan e Mervyn King amano così tanto. Naturalmente ha fallito. Quando si è un banchiere centrale, con le dita vicine al pulsante che mette in moto la stampa del proprio Paese, sembra non ci sia altra scelta che quella di limitare il proprio linguaggio per paura di impaurire il pubblico.

Pertanto non sorprende che la prima intervista stampata di Mario Draghi dopo essere diventato presidente della Banca Centrale Europea è piuttosto, beh, enigmatica. La principale notizia di questa mattina, almeno secondo il FT, contemplava la possibilità di una rottura dell’eurozona, mettendo in guardia contro le conseguenze persino i membri più deboli che almeno in apparenza potrebbero beneficiare dalla svalutazione. Io direi che tutto ciò non è poi così sconvolgente come si potrebbe essere portati a credere: la possibilità di una nazione che abbandoni la moneta unica è stata sul tavolino da quando Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno minacciato la Grecia con una prescrizione simile lo scorso mese a Cannes. Quello che ho ritenuto più intrigante nella trascrizione dell’intervista, è stata la sua reazione quando gli è stato chiesto se alcune delle innovative misure portate avanti recentemente dalla BCE costituissero “una facilitazione quantitativa” (FQ). La visione convenzionale degli economisti è che non lo sono, almeno non come si intende secondo il modello che viene impiegato ora dalla Banca d’Inghilterra e dalla Federal Reserve, in cui la banca centrale crea denaro al fine di comprare il debito del governo.

In ogni caso, io stesso in precedenza avevo portato avanti una visione differente: diversi sistemi monetari agiscono in modo diverso e quello che potrebbe costituire FQ in una determinata zona monetaria potrebbe essere piuttosto diverso in un’altra. Tenendo ciò a mente, ecco la risposta di Draghi:
D: è forse questa la versione europea della facilitazione quantitativa?
R: Ogni giurisdizione non ha solo le proprie regole, ma anche il proprio vocabolario. Possiamo chiamarle misure non convenzionali. Sono certamente senza precedenti. Ma la dipendenza sul canale bancario cade a fagiolo sul nostro mandato, che è teso verso la stabilità dei prezzi nel medio termine ed è limitato dalla proibizione del finanziamento monetario (finanziamento bancario centrale ai governi). Tornando a ciò che le banche faranno con questo denaro: non lo sappiamo esattamente. La cosa importante era di allentare le pressioni dei finanziamenti. Le banche decideranno in totale indipendenza quale sia la combinazione rischio/ritorno migliore per le loro imprese. Una delle cose che potrebbero fare è acquistare bonds statali. Ma è solo una possibilità. E non è ovviamente affatto equivalente all’aumentato acquisto delle obbligazioni da parte della BCE“.

Il presidente della BCE si riferisce in particolare alla teoria secondo la quale la recente mossa della BCE di fornire extra liquidità al settore bancario (in quantità enormi) potrebbe rappresentare un metodo indiretto di dirottare il denaro verso governi come l’Italia o la Grecia, che stanno lottando duramente per raccogliere denaro nei mercati del capitale. Come la mette lo stesso Nicolas Sarkozy appena dopo la decisione della BCE, “le banche italiane saranno capaci di prendere in prestito (dalla BCE) all’1% mentre lo stato italiano sta prendendo prestiti al tasso del 6-7%. Non serve uno specialista finanziario per capire che lo stato italiano sarà in grado di chiedere alle banche italiane di finanziare parte del debito pubblico ad un tasso molto più basso”.

È ciò che in gergo economico si definisce come “repressione finanziaria”, il fenomeno secondo cui il governo spinge il settore privato a accettare un ritorno sugli investimenti più basso di quello che farebbe normalmente, con la conseguenza di erodere la misura comparativa del debito governativo. È la stessa quantità della riduzione del debito pubblico della Gran Bretagna nella Seconda Guerra mondiale, trattato in questo articolo recente della BIS.
Ma è infatti solo uno dei tre modi in cui la BCE sta portando avanti qualcosa simile alle FQ. Gli altri due sono: non sterilizzare gli acquisti di capitale, come spiego in modo dettagliato qui; e non imporre alcun limite sulla quantità che le banche possono prendere in prestito dalla BCE attraverso le loro operazioni di liquidità di emergenza (definite “allocazioni piene”).

Ma se queste cominciano a sembrare un po’ come facilitazioni quantitative, ancora non lo sono totalmente, per una semplice ragione. Essenzialmente quello che la Banca d’Inghilterra e la Fed stanno facendo esattamente ora è offuscare il confine tra policy monetaria e fiscale. Comprando miliardi di sterline/dollari di debito governativo, le banche centrali stanno assumendosi dei rischi di investimento inerenti per i quali sono state loro concesse indennità speciali. Questo è abbastanza semplice se si ha una gamma particolarmente limitata di investimenti potenziali (nel caso della Gran Bretagna, quasi tutto il denaro va sul debito pubblico); ma la BCE ha 17 Paesi membri. Se dovesse imitare la Banca d’Inghilterra, sarebbe obbligata ad acquistare il debito del governo da tutti gli stati europei in quantità proporzionali. Come la think tank Open Europe ha dichiarato oggi, questo significherebbe che “persino un afflusso di 500 miliardi di euro di FQ, vedrebbe solo 90 miliardi di euro fluire verso l’Italia, a causa del bisogno di diluire le FQ in modo equo per tutta la zona euro. Ciò non cambierebbe di molto la situazione del debito pubblico italiano che ammonta a ben 1,9 trilioni di euro.

Questa in essenza è la ragione per cui tutto alla fine si trasforma in mera politica. Quello che serve per salvare l’euro è un trasferimento di ricchezze dal nord al sud. Ciò può essere fatto fiscalmente, in altre parole con un fondo di salvataggio a cui la Germania e altri contribuiscono in paragone con più denaro. Può essere fatto monetariamente dalla BCE comprando specificatamente il debito dei membri europei più in difficoltà e/o provocando abbastanza inflazione da erodere gli standard di vita tedeschi e contrattaccare la deflazione greca. Ma entrambi questi metodi sono allo stesso modo un trasferimento di standard di vita, e pertanto dovrebbero essere decisi da politici (preferibilmente eletti) piuttosto che da banchieri centrali. È difficile trovare i motivi per cui il mercato dovrebbe essere convinto di qualsiasi soluzione che non abbia questo tipo di certezza. E come i commenti di Mario Draghi sottolineano oggi, finora quello che abbiamo è una sorta di minestra di mezze misure che sembrano un po’ delle FQ ma senza nessuno dei necessari poteri reali per affrontare con successo una tale crisi.

[Articolo originale "Super Mario Can't Save The Euro On His Own" di Ed Conway]

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Traduzione di:
Daniela CastrataroScozia Daniela Castrataro
Molisana di origine, vivo da 4 anni a Glasgow, in Scozia, dove ho co-fondato twintangibles, Social Media research & consultancy. Traduttrice free-lance, mi occupo anche di e-learning e e-publishing. Viaggiatrice appassionata in Scozia, in Europa e nel mondo, amo osservare, apprezzare e imparare da culture e modi di vivere diversi dai miei
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