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Il fatto che tutti i paesi del Sud europeo siano ora in difficoltànon lo si può spiegare senza chiamare in causa la cultura politica di questi paesi.
I mascalzoni e l’errore primordiale
Questo è il mantra ufficiale per la ripresa europea. Ci sono un paio di furfanti e un errore di fondo primordiale, la violazione del Patto di Stabilità da parte di Francia e Germania nel 2003, la cui conseguenza è stato il fatto che tutti si sono felicemente indebitati. Per mezzo di accordi di ferro possiamo risolvere il problema. Sulle differenze strutturali tra Nord e Sud si discute con meno entusiamo, o ben presto ci si ritrova a parlare di quei ‘popoli sfaticati’ e di ‘buttare fuori la Grecia’.
Domenica scorsa il Volkskrant op Zondag ha organizzato un dibattito tra quattro economisti nel De Rode Hoed (centro culturale ad Amsterdam, N.d.T.). Erano presenti quattro esperti di diversa provenienza, ma nessuno di loro voleva sentir parlare di differenze culturali legate alla crisi dell’euro. Age Bakker (FMI) ha detto che dieci anni fa la Scandinavia ha affrontato una crisi bancaria di grandi dimensioni, e si trattava di paesi del Nord. Una crisi bancaria scandinava non può però spazzare via la constatazione che ora tutti i paesi dell’Europa meridionale sono nei guai.
La cultura politica
Tutti i paesi del Sud Europa hanno grandi deficit commerciali, cioè importano molto più di quanto non esportino. Dall’introduzione dell’euro, i salari nel Sud non sono più al passo con, in particolare, quelli di Germania e Olanda. Spesso si osserva che in passato questi Paesi hanno di tanto in tanto svalutato i loro franchi, pesete o lire, al fine di correggere ‘squilibri macroeconomici’, come si usa dire nel gergo degli economisti. Dall’introduzione dell’euro ciò non è più possibile, ma non è chiaro perché lo si faceva in precedenza né perché un Paese come per esempio l’Olanda non ha mai utilizzato questo trucco. La risposta è: la cultura politica. Prendiamo ora non un paese bunga bunga ma una nazione seria, fiera inventrice della penicillina e del TGV, ma che in termini di temperamento è un paese meridionale.
La Francia ora rischia di perdere il suo status di AAA. La bilancia commerciale è molto peggiorata negli ultimi dieci anni. Dieci anni fa, la Francia esportava il 55 per cento di quanto esportava la Germania, ora solo il 40 per cento. Perché?
Chiunque abbia risieduto in Francia per un po’ sa che lì il processo di negoziazione dei salari è molto diverso da quello olandese. I rapporti tra datori di lavoro e dipendenti sono più ingessati rispetto al Nord Europa. I sindacati sono più deboli, ad eccezione di quelli del settore pubblico. In Germania o in Olanda prima si discute e poi si sciopera. A volte si decide persino di congelare gli aumenti di stipendio. In Germania i salari sono diminuiti del 20 per cento rispetto alla media della UE dal 1994. Una cosa del genere è impensabile in Francia.
Gli scioperi
Un conflitto del lavoro in Francia inizia sempre con uno sciopero dei dipendenti statali. I funzionari governativi sono ben organizzati e non possono essere licenziati. ‘Descendre dans la rue’ (scendere in strada) è un concetto e un diritto sin dai tempi della Grande Rivoluzione (Rivoluzione Francese, N.d.T.). Così si fa in Francia. Successivamente il governo capitola: non ha molta altra scelta e, poiché lo Stato ha tasche profonde, il danno non è immediatamente evidente. Un importo viene ‘sbloccato’, è l’espressione che usano. E tutti sono felici, anche chi non lavora per il governo.
Uno sciopero dei treni o degli insegnanti è molto fastidioso, ma poiché il settore del mercato segue il settore statale, l’aumento di stipendio nell’azienda in cui si lavora dipende dalla protesta degli statali. Esattamente il contrario rispetto all’Olanda, quindi.
Con le debite differenze, gli altri paesi dell’Europa meridionale seguono lo stesso modello, e di conseguenza i salari sono aumentati sempre più velocemente rispetto al Nord. Questo sbilancio è stato corretto da svalutazioni al momento giusto, che rendevano quindi possibile abbassare i costi delle esportazioni. Come è noto, questo meccanismo è stato disinnescato dall’euro. La cultura politica è però rimasta, con le conseguenze che ora vediamo: gli stipendi hanno continuato a crescere, la produttività del lavoro è rimasta bassa, la bilancia commerciale si è deteriorata. Ed ora si è raggiunto il limite.
Una storia popolare
Che la cultura politica sia alla radice della sclerosi dell’euro non è una storia popolare. È un attimo e ci si ritrova a discutere dei caratteri nazionali del Nord e del Sud Europa , e “i due non saranno mai conciliabili”. Si preferisce la storia che la colpa è tanto del Nord quanto del Sud. I nordici hanno approfittato dei bassi tassi d’interesse e dei tagli, mentre invece dovrebbero spendere soldi per comprare dal Sud Europa. Il problema è che i paesi dell’euro sono sia partner che concorrenti gli uni con gli altri. Da quest’ottica, i Paesi con mercati del lavoro flessibili, moderazione salariale e pace sociale, semplicemente se la cavano meglio.
Anche la storia che la diversità è un bene e che ogni Paese dell’eurozona deve poter sfruttare il suo – in gergo economico – ‘vantaggio comparato’, è una pietosa bugia. Qual è il vantaggio comparato della Grecia? Un signore presente nella sala del Rode Hoed vive in Grecia, e ha detto che la Grecia non ha nemmeno un’industra seria. Così non si arriva da nessuna parte con il vantaggio comparato. “Forse l’euro potrebbe sopravvivere solo se i paesi partecipanti diventano più simili l’uno all’altro”, ha detto Bert Bruggink, direttore della Rabobank, nel corso della discussione al Volkskrant op Zondag.
Per molte persone che non vogliono che l’euro cada a pezzi, una vera unione politica è la via d’uscita da questa crisi. Per il Sud Europa, ciò significa molto più di un solido giro di tagli alla spesa e lavorare di più. Il Sud Europa deve rinunciare alla sua cultura politica e quindi in ultima analisi alla sua anima. Il ministro francese dell’Agricoltura ha detto questa settimana su The Economist: “I politici non hanno detto la verità al popolo francese. Abbiamo detto che non c’era bisogno di cambiare. Questa è una bugia”. I francesi, ma anche gli italiani e i greci, di fatto devono diventare tedeschi. La questione è se ciò sia possibile.
Martin Sommer è un commentatore politico per il quotidiano De Volkskrant.
[Articolo originale "Martin Sommer: 'Zuid-Europa moet zijn ziel inleveren'" di Martin Sommer]


















Diciamo che se il buon Martin Sommer si fosse ricordato, accanto alle cicliche svalutazioni della Lira, anche del cambio Euro/Marco (del quale il Fiorino olandese era una valuta satellite, come lo scellino austriaco) ed Euro/Lira o altra valuta, forse potrebbe considerare che da dieci anni tali valute entrate con cambio favorevole, hanno goduto a spese del Sud Europa (con il quale hanno anche debiti, spesso sottaciuti) della costante deflazione subita in quei paesi. Considerando questo, forse tutte le verbose considerazioni del Sommer, non avrebbero nemmeno mai visto la luce nel testo. Dubito che l’autore sia in grado di comprendere questo, altrimenti saprebbe anche che ogni moneta unica (che si rispetti, non l’Euro, quindi…), ha una banca che ne garantisce incodizionatamente la solvibilità. Cosa di cui certi olandesi e tedeschi ritengono, esclusivamente per ignoranza, di non aver bisogno. Al buon Sommer ed all’anonimo signore “che siede nella sala della Rode Hoed” e che abita in Grecia, andrebbe altresí ricordato, che di industrie serie, e relative tecnologie e qualità serie aggiungerei, l’Olanda ne è candidamente, inesorabilmente, tradizionalmente priva da numerose decadi. Se lo è potuto permettere, restando come è stata, al traino della “locomotiva tedesca” e dei suoi indebiti vantaggi politci ed ecomomici, permessi da una classe politica Europea imbelle, inesistente, quandanche non convivente, miope e gestita da burocrati privi di qualsiasi autorità di mandato democratico, che da troppo tempo infesta Bruxelles. Se vuole, Sommer puó cominciare lui, con la sua Olanda, ad essere piu tedesco: cominci con una bella tecnologia, qualità e industria degne di questo nome, sarebbe anche l’ora.
scusa Gian, ti scrivo dall’Olanda, leggermente basito dall’inconsistenza del tuo commento. Premesso che ti basterebbe prendere un tram in una qualsiasi città olandese per valutare da te quella “bella tecnologia, qualità e industria degne di questo nome” che invochi tanto. Ma sai queste sono sensazioni e una vale l’altra. Altra cosa sono i numeri. Questa è la classifica dei paesi in base al tasso di innovazione secondo un’agenzia ufficialmente riconosciuta dalle Nazioni Unite: http://www.globalinnovationindex.org/gii/main/analysis/rankings.cfm#CGI.SCRIPT_NAME#
Se non hai voglia di leggerti tutto il report, qui di seguito eccoti le prime 11:
http://www.huffingtonpost.com/2011/06/30/most-innovative-countries-insead_n_887858.html#s301026&title=1_Switzerland
i paesi bassi ci sono, al 9° posto, l’Italia no. E dov’è? E’ 35° il che, permettimi di dirlo non è male, siamo ben davanti a Lettonia, Slovacchia, Cile e Moldova. Però non sfugge il posizionamento dei paesi confinanti: la svizzera è prima, la Francia al 22°, la Slovenia, e ripeto, la Slovenia è al 30°. Certo, tutti paesi che sfruttano vergognosamente il vile traino germanico. E la Spagna? E’ 32° anche loro, servi di Francoforte! Ah e la Germania? Sta al 12° , ben dietro Olanda. Strano modo di trainare…
questo
http://graphics.eiu.com/PDF/Cisco_Innovation_Methodology.pdf
Mi dispiace Gianni, ma, leggermente basito dall’incongruenza del tuo commento rispetto al contesto del mio in funzione dell’articolo di Sommer, ti rispondo che evidentemente non sai quali sono i dati che creano le statistiche di “tassi di innovazione” (per non parlare degli autori…). Stiamo parlando, di “indutrie serie” definizione di Sommer, che io metto in discussione e che non vuol dire nulla sulla attuale crisi… la GM era un industria ridicola? la Opel? Olympus? Kodak? l?industra immobiliare americana? i gruppi bancari e finanziari svizzeri sono industrie? Sulla qualità dedll’innovazione e sulla solidità delle industrie tali statistiche sono del tutto irrilevanti. Industrie pesanti olandesi? Elettromeccaniche? Informatiche? Chimiche? Farmacologiche? Quali sono i gruppi industriali forti, seri, dell’Olanda? sono piú forti e seri dei nostri? Sono forti e seri in Europa e nel mondo? Trovameli. La Unilever è la Glaxo? o la Novartis? Fiat, Lancia, gruppo Ducati, Eni, Telecom, Agip, Seat, Autostrade, SNAM, Fincantieri, Finmeccanica, Saipem, Tim, Luxottica, diversi, svariati, gruppi assicurativi e bancari italiani (non infetti dai debiti che invece hanno colpito diversi molto piú spregiudicati investitori tedeschi e olandesi). e l’innovazione dell’Unilever è (misurate come poi?) piu alta della Novartis? come vedi, si parla e si misura tanto per fare…..E poi, dato che rileggendo il tuo post, si palesa il tuo fraintendimento… trainare ed essere trainati economicamente, non ha nulla a che vedere con essere innovativi o meno rispetto a un paese. Mi riferivo al traino di un economia: un paese puo virtualmente non avere industrie “serie” (definizione non seria, ma tant’è..) e essere persino forse indietro nelle tue statistiche, comunque puó avere una economia solidissima e davanti ai paesi industrialmente superiori… Ecco perché certe statistiche, andrebbero contestualizzate, invece di farne decoro per ragionamenti semplicistici e populistici.
Industria seria! Diventare Tedeschi… il Calvinismo dà alla testa evidentemente. Sommer si fa portavoce di un anonimo (strano modo di supportare idee o fatti) che dice che la Grecia non ha un’industria seria E’ vero, ma in che criterio? e da qual pulpito?. E a quale pro, se le industrie “serie” non proteggono dalla crisi? E conclude sentenziando che non esiste via di uscita se non diventando tedeschi…. Se poi a certuni basta salire su un bel tram per riconoscere un’ industria seria e una qualità industriale … beh, auguri. Se sappiamo a che livello stiamo parlando…..Sali su un tram a Montecarlo allora… (magari guarda chi li fa, quei bei tram, la De Rooy, o la DAF, salvata a ripetizione da capitali e industrie Inglesi…. o forse l’Iveco? e in America, mezza Europa e mezzo mondo?, o la De Rooy… o forse invece l’Ansaldo Breda?) Diciamola tutta, Martin Sommer scrive da dilettante per lettori adeguati.
…e d’altronde, se la Francia sarebbe secondo l’autore, la “fiera inventrice della pennicillina”, direi che non si debba aggiungere altro.