Gruppi di indignati pacifici sono accampati con le tende davanti alla chiesa di Santa Croce in Gerusalemme a Roma

Indignati ma pacifici

Página|12

La manifestazione degli Indignados di sabato scorso [15 ottobre, NdT] è stata interrotta dagli scontri. Allora i “pacifici” si sono riuniti in vari punti della città e hanno deciso di accamparsi con le loro tende. Per adesso sono una cinquantina. Hanno piantato le loro tende nel piazzale della basilica di Santa Croce in Gerusalemme, a Roma, a poche centinaia di metri da piazza San Giovanni, dove sabato sono scoppiati gli scontri tra la polizia e i giovani armati di sassi e bastoni durante la manifestazione mondiale degli Indignados. Lorenzo Romito ha 46 anni. È una sorta di rappresentante di questo gruppo di indignati “pacifici” – come li chiamano in Italia – che si accampano di fronte alla chiesa. È delegato a parlare con la stampa. Dice che il gruppo è “completamente spontaneo”, che è nato dopo la manifestazione e dopo il primo accampamento di fronte alla Banca d’Italia la settimana scorsa. “Nos sentimos muy desilusionados después de la manifestación del sábado 15. Queríamos “Siamo molto disillusi dopo la manifestazione di sabato 15. Volevamo continuare in qualche modo”, dice. La manifestazione praticamente è stata interrotta dagli scontri. Allora i “pacifici” si sono riuniti in vari punti della città e hanno deciso di accamparsi con le loro tende a Santa Croce in Gerusalemme. “Io sono venuto da Genova per la manifestazione e sono rimasto”, dice Alessandro, un altro degli accampati, che vuole andare in Argentina e in Cile e “forse non tornare mai più” in questo paese che gli offre troppo poco. Le tende sono ancora una di fianco all’altra, quasi seguono l’andamento delle antiche mura romane dietro a loro. C’è una fonte dalla quale prendono l’acqua potabile per bere e lavarsi. C’è una piccolissima biblioteca con vari libri. Hanno trapunte e coperte appese e, sopra un tavolo, uno scatolone di frutta regalata dal verduraio lì vicino. Fanno la raccolta differenziata di carta, vetro ecc… Ieri mattina qualcuno ha portato loro dei cornetti e una signora una torta. “La gente partecipa anche in questo modo – dice Lorenzo. In questo accampamento ci sono solo quelli che possono e vogliono farlo. Ci sono diversi studenti”. - L’idea è riprodurre l’esperienza degli Indignados spagnoli? – Sì, l’idea è un po’ quella, far conoscere i problemi che vive il paese attraverso tramite dibattiti pubblici. Da qualche mese facciamo queste assemblee due volte a settimana in piazza San Giovanni. “Si tratta di discutere e di prendere coscienza dei grandi temi sociali e ambientali, dal debito alla finanza, al peso che ha il sistema finanziario nella società, alla violenza come pratica sociale, fino al diritto ai beni comuni. Queste assemblee servono anche a far capire che si può non essere violenti anche se lo stato è violento e provoca una reazione violenta”, sottolinea. - E voi credete che la violenza di sabato sia stata provocata dalla polizia? – Io credo che ci sia un clima di violenza introdotta dallo Stato per la situazione economica, per gli abusi, per la cultura violenta, la televisione violenta. Questo governo non è sostenuto da nessuno e questo significa una violenza che viene esercitata contro il popolo – dice Leonardo E coinvolge un’altra accampata, Alessia, studente di Scienze Politiche: “ Qualcuno è esploso con violenza perché la sua rabbia è arrivata al limite. Erano solo il 5% della manifestazione di sabato, ma si continua a parlare solo di loro. Perché non parlano dell’altro 95%? Loro sono così pochi che non riescono a sconfiggerci”. Tra le molte vittime c’è un giornalista e fotografo argentino che vive in Italia, César Brown, che è stato colpito dai “violenti” con bastoni e un casco. Gli hanno rotto la macchina fotografica e ha perso un dente. Il ministro degli Interni Roberto Maroni ha annunciato che proporrà al governo una serie di misure simili a quelle che si prendono negli stadi di calcio per eviatre la violenza, ma anche l’obbligatorietà di un deposito cauzionale da parte degli organizzatori delle manifestazioni per coprire i danni. Il ministro ha detto anche che sabato, tra le auto private e le camionette della polizia incendiate o danneggiate, sommate ad altri danni, si raggiungono i cinque milioni di euro. Forse la differenza con gli altri paesi d’Europa è che in Italia c’è molta rabbia tra i giovani e le manifestazioni non sono solo “contro il governo, ma anche contro l’opposizione, contro questa dinamica parlamentare nella quale il governo e l’opposizione si dividono le cose e ci tolgono soldi che vogliono far pagare a noi”, chiarisce Lorenzo. “Questo governo non si occupa del bene pubblico. Se si fa un ponte, non è per passare dall’altra parte del fiume, ma per far lavorare un amico”, dice con rabbia. Romito è un architetto laureato 20 anni fa. I suoi lavori sono conosciuti all’estero, ma in Italia non ha mai trovato un lavoro da ricercatore in architettura come ha potuto fare in altri paesi. Vive lavorando una settimana al mese in conferenze e seminari fuori dall’Italia. Riguardo agli Indignados spagnoli, dice che gli italiani hanno “un problema sociale enorme dovuto al malgoverno, c’è meno rispetto per il prossimo”. Però chiaramente “ci unisce agli spagnoli il desiderio di cambiare radicalmente la società. Forse in Spagna, visto che la democrazia è più giovane, c’è più fiducia nelle istituzioni. In Italia non è così, e per di più governa una gerontocrazia”. Però Lorenzo e i suoi compagni non si scoraggiano. “Molti pensano che tutto questo è un’utopia. Io dico che vivere con un’utopia significa per lo meno vivere in modo diverso a quello che c’è stato imposto. Credo che per cambiare il mondo bisogna cambiare il nostro piccolo mondo quotidiano”.

[Articolo originale "Indignados, pero pacíficos" di Elena Llorente]

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Traduzione di:
Matteo
Revisione di:
Marco PinzutiAmina Iacuzio