StampaL’Italia sembra essere letteralmente al collasso. Il crollo di un laboratorio illegale di confezioni in provincia di Bari, nel quale sono morte sette persone, è diventato un simbolo della condizione...

Made in Italy

NRC Handelsblad

L’Italia sembra essere letteralmente al collasso. Il crollo di un laboratorio illegale di confezioni in provincia di Bari, nel quale sono morte sette persone, è diventato un simbolo della condizione del Paese.

“E chi pagherà per questo disastro? I nostri politici o gli italiani comuni?” Gli occhi azzurri del parroco Don Sabino Lattanzio lanciano fiamme da dietro i suoi occhiali rotondi e indica un cumulo di pietre bianche nell’area dove fino a lunedì scorso sorgeva una casa, detriti che hanno causato dolore e rabbia nella città meridionale italiana di Barletta.

Qui nella sua parrocchia di San Giacomo, a 50 kilometri dal capoluogo pugliese Bari, lunedì scorso sono morte quattro mamme sulla trentina e una ragazza di quattordici anni. Solo due giorni prima – e addirittura un’ora prima del crollo – la casa era stata ispezionata da ingegneri del servizio tecnico comunale che hanno però omesso di intervenire, nonostante le profonde crepe causate dalla demolizione di un edificio adiacente.

Le donne decedute lavoravano in nero, per 4 euro l’ora, nel laboratorio illegale situato al piano terra, impacchettando magliette prodotte altrove dopo aver cucito le etichette con il marchio di qualità Made in Italy.

In questi giorni, nei media, il crollo è diventato un simbolo del declino di un Paese, di un’economia e di una società in cui le autorità non hanno più alcun controllo e che, secondo molti, sono diventate indifferenti. Giovedì giornali e telegiornali hanno dedicato spazio al funerale delle vittime. “È proprio inevitabile che le nostre donne debbano lavorare senza diritti perchè ormai non c’è altra scelta?”, si è chiesto il conduttore del programma di attualità Piazzapulita giovedì sera: “Tutto questo viene ormai accettato?”

Il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, potenziale sfidante di Berlusconi o suo successore alle prossime elezioni, ha risposto che l’incidente illustra “l’estrema fragilità di questa città e di questa zona”. Secondo lui, morire a causa del lavoro è “la vergogna del nostro tempo”. Ma, a parte un attacco a Berlusconi, Vendola non aveva soluzioni da offrire. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha chiesto chiarimenti e ha parlato di “condizioni disumane di lavoro”. E il Papa ha detto che prega per le vittime.

A Don Sabino importa poco. Il sacerdote parla di condotta scorretta e malgoverno in un Paese dove c’è più corruzione che negli anni Novanta, ai tempi di un grande scandalo di corruzione. Continua il tour della sua parrocchia e indica in alto le crepe nelle case, i cornicioni di cemento che stanno per cadere, le piante che crescono sulle facciate. “Ho già telefonato molte volte in Comune, ma nessuno viene a controllare e qui sotto la gente ci cammina tutti i giorni.”

Dietro ogni tapparella chiusa può esserci un laboratorio di cucito illegale, dice. Sono camuffati da appartamenti, con tendine alle finestre. È ciò che rimane del successo e del boom economico della Barletta degli anni Ottanta. Un’economia con centinaia di fabbriche di scarpe e abbigliamento che, a causa della globalizzazione e della mancanza di innovazione, non sono più state in grado di far fronte alla concorrenza e hanno dovuto chiudere. Decine di migliaia di persone hanno perso il lavoro.

Il sacerdote passa sotto una saracinesca abbassata a metà ed entra in un edificio. Il pavimento è occupato da pile di scatole di cartone. Nella parte posteriore della stanza quattro donne lavorano: stirano magliette e le impacchettano dopo aver applicato il marchio di qualità Made in Italy che fa aumentare il valore della merce. Le donne hanno paura. Paura di parlare del loro lavoro. Paura di perderlo. Il giornalista deve restare fuori.

Davanti alla porta c’è un giovane padre con un bambino. Attende la moglie che da marzo lavora nel laboratorio. “È stata costretta”, dice. “Io vendo scarpe per bambini ma il mio stipendio è stato ridotto da 1.200 a 800 euro perché non c’è lavoro. Mia moglie è andata a lavorare per pagare il mutuo, il gas e l’elettricità. Guadagna 500 euro al mese in nero “.

Verso mezzogiorno le donne escono perché la ditta illegale vuole onorare il lutto proclamato dal comune. Le donne infine parlano: “Dicono che guadagnamo 4 euro l’ora ma non ci arriviamo. Il massimo sono 3,50 euro”, racconta Gianna (48), madre di tre figli. “Non lo faccio per divertimento, lavorare come un immigrante nel mio Paese. Ma il lavoro di mio marito non offre alcuna sicurezza.” Nel frattempo, davanti alla porta c’è anche Luciano, il marito della proprietaria del laboratorio illegale. Fino a tre anni fa aveva un’azienda di abbigliamento ma è andato in fallimento. “Aiuto mia moglie che ha aperto questa piccola azienda. Un’attività illegale ma dobbiamo pur fare qualcosa.”

“Qui funziona così”, aveva spiegato in mattinata il leader sindacale locale Franco Corcella. “Il cinquanta per cento delle donne sono ufficialmente disoccupate ma non sono inattive. Lavorano in nero.” I datori di lavoro falliscono e poi ricominciano in nero, optando per un’azienda senza imposte e assicurazioni, per riuscire a competere con la Cina e altri Paesi con bassi salari. I controlli sono scarsi. “Abbiamo cinque funzionari addetti alla verifica delle condizioni lavorative in un territorio con 400.000 abitanti.”

A Barletta lo sanno tutti. È per questo che il sindaco di sinistra Nicola Maffai ha invitato la stampa a non criminalizzare i lavoratori illegali dopo il crollo della casa. A causa di questa sua posizione, Maffai è stato attaccato aspramente dai media ma mantiene la sua posizione, anche ora che è ritenuto responsabile per la mancata evacuazione dell’edificio crollato. “Le madri accettano questo lavoro perché non c’è altro e vogliono mantenere le loro famiglie. Accade non solo a Barletta ma in tutta l’Italia meridionale e in molte parti del Nord. È ora di dirlo ad alta voce.”

Secondo i dati della Banca Centrale Italiana, nel Sud Italia circa il 20 per cento del lavoro sarebbe in nero. Il sindacalista Corcella sa che il fenomeno è molto più esteso a Barletta. Nel Nord Italia il 10 per cento lavorerebbe illegalmente: nel settore tessile, l’agricoltura, i servizi, le pulizie, l’assistenza agli anziani, la ristorazione e altre industrie manifatturiere tradizionali. A Bronte Catanese, in Sicilia, questa settimana sono state arrestate quattro persone che erano state assunte in nero dal comune per organizzare la fiera annuale (sagra del pistacchio n.d.t.) . L’economia sommersa in Italia è stimata a 275 miliardi di euro.

Il governo perde annualmente 125 miliardi di euro di imposte e ora, sotto pressione della Banca Centrale Europea, ha annunciato che l’evasione fiscale verrà combattuta.
Ma è molto dubbio che il governo possa e voglia effettivamente fare qualcosa. Legalizzare queste aziende illegali spesso significa la loro chiusura. Non sono in grado di reggere la concorrenza. Il sindaco Maffai ha intanto intensificato i controlli dopo il disastro ma secondo Luciano, il marito della proprietaria del laboratorio illegale di confezioni, è una farsa. “Ci lasceranno in pace non appena i media se ne saranno andati. Perché senza queste aziende non sapremmo come fare.”

Al ritorno in chiesa, Don Sabino dice di aver totalmente perso la fiducia nel governo. “Dobbiamo organizzare qualcosa. Dobbiamo andare su Internet”, dice a Giuseppe Rizzi, parente di una donna incinta che è stata estratta viva da sotto le macerie. Il sacerdote è convinto che in Italia sia una questione di tempo prima che scoppi la rivoluzione. “Quest’estate, quando la crisi finanziaria ha colpito il nostro paese, i politici avevano promesso di limitare le loro auto blu e i loro stipendi tra i 14.000 e i 20.000 euro al mese ma hanno poi cancellato il provvedimento. La gente è furiosa al riguardo”.

Giuseppe (25) dice che sta studiando giornalismo ma che dovrà lasciare il Paese per trovare lavoro. Il 40 per cento dei giovani sono disoccupati. “Qui c’è lavoro solo per i ragazzi raccomandati, amici dei politici. Ho compagni con doppi dottorati che stanno a far girare i pollici “.

All’inizio di questa settimana, Don Sabino ha parlato in ospedale con la cugina incinta di Giuseppe che è stata estratta viva da sotto le macerie. A proposito del suo salvataggio gli ha detto: “Sono contenta di avere fede. Gesù almeno è solidale. Lui sa cos’è la sofferenza. I nostri politici no.” La gente qui è ancora religiosa, spiega il sacerdote. “E sapete dove pregano in chiesa? Sempre davanti a Gesù crocifisso, il Cristo sofferente. Mai davanti al Gesù risorto. In questo hanno poca fiducia”.

Due ore dopo, Don Sabino siede su un palco improvvisato nella centrale Piazza Aldo Moro, dove il vescovo conduce in modo per niente ispirato il servizio funebre. La popolazione si è riversata in piazza da sette strade. Migliaia di uomini e donne stanno in piedi gli uni accanto agli altri, tenedosi a braccetto come nella locandina di Novecento, il classico di Bernardo Bertolucci. Dalle balaustre dei balconi pendono panni neri in segno di lutto.

Quando il vescovo benedice le bare, qualcuno su un tetto srotola uno striscione nero con su scritto a caratteri bianchi: “E ora vogliamo la verità”. Dall’altra parte della piazza c’è un secondo striscione: “Chi fa il suo dovere qui, muore per colpa di chi non lo fa”. Segue un applauso liberatorio, che dura dieci minuti. “Assassini”, urlano i cittadini arrabbiati ai loro amministratori che si dirigono sotto scorta verso le loro macchine di servizio.

Salvo Cinquepalmi, il proprietario del laboratorio illegale che nel crollo ha perso sua figlia, il giorno dopo dice sul giornale: “È tutta colpa mia. Ho visto le crepe nei muri. Avrei dovuto chiamare i vigili del fuoco, la polizia, tutti. Ma non osavo. Avevo paura dei controlli.”

Gli abitanti di Barletta – che sanno cosa sia il lavoro nero – l’hanno già perdonato. “Non è colpa tua. È colpa di chi dovrebbe controllare e amministrare, ma non l’ha fatto.”

[Articolo originale "Made in Italy" di Bas Mesters]

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Traduzione di:
Marcella Monti Marcella Monti
Dopo aver girovagato per tutti i continenti eccetto l'Antartide, ora vivo in Olanda e mi sposto in bicicletta. Sono convinta che sia la diversità a rendere il mondo così bello, ma credo che avremo meno problemi quando finalmente riusciremo a comunicare usando un'unica lingua. Nel frattempo collaboro al progetto di IdE.
Revisione di:
Luciano BorrelliNello Allocca