Una commedia durata troppo a lungo

The Economist

Un’altra settimana, un’altra previsione secondo cui Silvio Berlusconi potrebbe andarsene. Il settantaquattrenne Presidente del Consiglio italiano, eletto per la prima volta sedici anni fa, è noto per essere un astuto combattente. Un nuovo scandalo sessuale, numerose voci di ammutinamento da parte dei vecchi alleati, la minaccia di elezioni imminenti, dichiarazioni secondi le quali avrebbe abusato della propria posizione in telefonate fatte alla polizia per il rilascio di una ragazza adolescente sospettata di furto: nulla di tutto ciò sarà mai abbastanza per spodestare l’ostinato vecchio lascivo. Ma nell’aria italiana c’è ora l’incontrovertibile sensazione che un’era si stia avviando alla fine.

I difensori di Berlusconi condannano i giornali, la magistratura, gli stranieri e il suo antico rivale (e un tempo sostenitore) Gianfranco Fini, per le difficoltà incontrate dal loro uomo.

La procura di Milano ha stabilito che la polizia ha seguito le procedure corrette nel rilascio della ragazza. Ma nessuno può nascondere che il sostegno degli elettori a Berlusconi abbia raggiunto livelli bassissimi, o che Fini controlli abbastanza voti in Parlamento da essere in grado di far cadere il governo. Persino alcuni tra le fila del Presidente del Consiglio stanno cominciando a chiedersi se questi abbia responsabilità tali da doversene andare.

Stranamente alcuni dei più vecchi detrattori di Berlusconi sono tra coloro che si agitano perché ciò non sarebbe saggio. Sostengono la tesi da lui espressa questa settimana, secondo cui, in un momento di incertezza del mercato azionario e di “nervosismo” dal punto di vista economico, in caso di sue dimissioni l’Italia subirebbe un grave danno, perché entrerebbe in un periodo di instabilità politica. Fanno anche notare che, in parte grazie alle abilità del Ministro delle finanze Giulio Tremonti, l’Italia si è mantenuta immune dalle preoccupazioni del mercato dei crediti che hanno messo in crisi altri paesi come Grecia, Portogallo e Irlanda. Questo potrebbe non essere il momento giusto, concludono, per scuotere la barca della politica.

È un ragionamento allettante, ma sbagliato. Perché la stabilità che la continuazione del governo di Berlusconi offre è illusoria. Ogni nuovo scandalo mina la sua credibilità e espone lui (e incidentalmente il suo Paese) a un rinnovato scherno. Con Fini pronto a lanciare un nuovo partito e la Lega Nord, altro partito della coalizione, ansiosa di nuove elezioni, la minaccia che il governo collassi è divenuta cronica. Il mercato dei debiti può non preoccupare l’Italia ora, perché ha evitato le bolle del settore bancario e immobiliare che sono esplose altrove. Ma nel lungo periodo l’ammontare colossale del debito pubblico italiano, il carico pensionistico e sanitario derivante dall’invecchiamento della popolazione e la continua perdita di competitività sono preoccupazioni maggiori degli occasionali fallimenti bancari.

Abbastanza del BURLESQUEONI

In verità, ciò che Berlusconi offre non è stabilità ma stagnazione. Ben lungi dal guidare abilmente l’Italia oltre le numerose minacce con cui si confronta, il suo governo si è quasi totalmente paralizzato. Le preoccupazioni legali e d’altro genere di Berlusconi hanno distratto lui e i suoi Ministri dalla realizzazione di quelle coraggiose riforme che sono necessarie per riportare l’economia in uno stato di benessere nel lungo termine.

Persino il primo trionfo dell’attuale governo, strombettato così rumorosamente dopo la sua formazione nel 2008, cioè l’eliminazione della spazzatura a Napoli e dintorni, si è dimostrato effimero: le puzzolenti pile di pattumiera sono tornate.

Questo giornale si è opposto a Berlusconi fin dall’inizio. Molti italiani hanno espresso il loro disaccordo con noi, convinti che solo un esterno potesse apportare dei cambiamenti. Ora non hanno nulla: solo un anziano Lotario aggrappato al potere. Riforme radicali richiedono un nuovo esponente, che venga dalla sinistra, dalla destra o dal centro, purchè combatta gli interessi di partito e lotti per la causa.

Alla fine dell’opera “Pagliacci” di Leoncavallo, il pagliaccio Canio fa un passo in avanti, dopo aver accoltellato Silvio e dice al pubblico: “La commedia è finita”. Ora il sipario dovrebbe calare anche sul tragicomico regno del Silvio contemporaneo.

[Articolo originale "A comedy that has gone on too long"]

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