[Radio France Internationale]
Cinquecento militari si aggiungeranno ai 3000 già utilizzati nelle maggiori città italiane al fine di lottare contro la criminalità, ed in particolare contro la mafia. La maggior parte dei soldati verrà inviata nel napoletano dove, il 18 settembre, una sparatoria ha causato sette morti, di cui sei africani.
La globalizzazione, e tutto ciò che questa comporta in termini di zone d’influenza per dei paesi che si ritenevano delle superpotenze, non preoccupa solo Russi ed Americani quando questi si guardano intorno. La camorra sembra avere le medesime preoccupazioni.
Giovedì 18 settembre è stato fatale per un italiano, titolare di una sala giochi a Baia Verde. La sua esecuzione ad opera di almeno sei uomini armati di kalachnikov e di armi leggere è stato, sfortunatamente, solo il preludio ad un massacro “record per la regione”, come l’ha definito il prefetto di Napoli. In effetti, venti minuti più tardi, a Castel Volturno, sul litorale a nord di Napoli, i medesimi aggressori armati delle stesse armi e con munizioni identiche, hanno crivellato con 130 colpi sei africani, che avevano sorpreso in una sartoria. Tutte le vittime erano originarie dell’Africa Occidentale: Liberia, Togo e Ghana.
La camorra e i suoi subappaltatori
Secondo Giacomo di Gennaro, esperto di sociologia criminale a Napoli interpellato da AFP (Agence France Press N.d.T.), “tecnicamente, questa sparatoria porta il marchio distintivo dei Casalesi”. Il casertano , dove ha avuto luogo il massacro, è il feudo di questo clan, il più potente e pericoloso della camorra. Il clan ambisce a controllare il traffico di droga e prostituzione di tutta la provincia. Nel suo libro Gomorra, dal quale è stato tratto l’omonimo film vincitore quest’anno al festival di Cannes, il giornalista Roberto Saviano descrive i Casalesi come una “confederazione” di famiglie le cui attività nei settori più disparati come il traffico di stupefacenti, di armi e di rifiuti tossici, prostituzione, lavori pubblici o la grande distribuzione, si estendono fino all’est Europa. La Camorra si globalizza, quindi, ma allo stesso tempo comincia a subire alcuni effetti della globalizzazione sul suo territorio. Questo non le va a genio e, chiaramente, vuole che sia ben chiaro.
A prima vista, si potrebbe supporre, analizzando il massacro di Castel Volturno, che i mafiosi italiani, già poco raccomandabili, siano diventati pure razzisti. In realtà, il nocciolo della questione è molto più complesso. La Camorra vuole infatti controllare tutti i settori possibili, ma certe attività - come la prostituzione od il traffico di esseri umani - sono giudicati dai suoi affiliati meno “nobili” che altri, troppo poco degni perchè i “mafiosi di rango” se ne occupino direttamente. Ogni volta che lo ritengono possibile, delegano volentieri tali attività ad una sorta di “sub-appaltatori”, criminali come loro. E’ probabilmente così che, nel casertano, la mafia albanese sia riuscita a gestire la prostituzione delle donne dell’Est, e le organizzazioni mafiose dell’Africa occidentale, in particolare della Nigeria, siano riusciti ad introdursi nel territorio della Camorra con le prostitute africane.
Le mafie, indipendentemente dal loro paese d’origine, essendo estremamente poco propense a rilasciare comunicati stampa riguardo ai loro affari, ci permettono solo di avanzare ipotesi più o meno plausibili sulle ragioni dell’ultimo assassinio. La più probabile sembra essere un serio avvertimento della Camorra ai suoi corrispondenti africani che, una volta sistematisi sul territorio, volevano forse divenire un pò troppo indipendenti agli occhi dei locali, oppure cominciavano a sconfinare nel loro territorio prediletto, il traffico di droga. Sebbene non si possa mai escludere un regolamento di conti di carattere strettamente locale, ad esempio un gruppo preciso di africani implicati nel traffico di droga che non avrebbero pagato il pizzo ad un clan mafioso, il numero di morti ed il modo in cui è stato eseguito il massacro, fanno pensare piuttosto ad un segnale d’avvertimento più generale.
“Caserta non è Kabul”
Subito dopo il massacro di Castel Volturno, il governo italiano ha mobilitato circa 400 poliziotti mandandoli di rinforzo nella regione. Qualche giorno dopo, dà semaforo verde al dispiegamento di 500 ulteriori militari per tre mesi. Certamente, la sicurezza è una priorità per il governo Berlusconi, e non poteva certamente reagire in altro modo se non mostrando i muscoli. Tuttavia, ci si può legittimamente chiedere se i mezzi utilizzati siano adeguati al problema. A meno di mettere un poliziotto ed un militare alle calcagna di ogni abitante della regione, sembra molto difficile impedire le rivalità tra i clan mafiosi. Ciò è ancor meno probabile quando le fazioni in questione provengono da regioni geografiche sempre più diverse e rischiano di allearsi le une contro le altre al fine di dominare il territorio ed impedire l’arrivo di eventuali nuovi rivali, come i Cinesi, i Russi, i Filippini o chissà chi altro.
Come per il caso della difesa nazionale che diventa sempre più difficile per un singolo paese di fronte ad un mondo globalizzato, l’esercito italiano rischia di mostrarsi impotente al cospetto della mafia, che si globalizza e pone a volte nuovi problemi, inattesi e non per forza di carattere militare. Il ministro della Difesa italiano Ignazio la Russa non si è peraltro sbagliato mostrando una forte reticenza all’invio dei soldati nelle città, ed in particolare nel napoletano. A suo avviso, in questo preciso contresto, l’esercito non è una “panacea”. “Caserta non è Kabul”, ha dichiarato, ciò che sembra dare prova della sua grande perspicacia.





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